La mafia in Italia ha origini e tradizioni secolari e ha avuto un ruolo importante nella storia, prima, durante e dopo l'unità d'Italia.
La nascita del fenomeno è tuttora ritenuta incerta: infatti le organizzazioni di tradizione secolare sono la 'ndrangheta, Cosa nostra, e la camorra (le prime due però diventate piuttosto note solo a partire dalla seconda metà del XIX secolo). Nella definizione del Giudice Antonino Caponnetto si tratta di "una associazione segreta per atto costitutivo, verticistica, unitaria e su base familistica".Da Intervista ad Antonino Caponnetto di Gianni Minà nella trasmissione televisiva Storie, Rai 2, 23 maggio 1996.
Storia Dal medioevo al XIX secolo
Inizialmente, con il termine Mafia spesso ci si riferiva a Cosa Nostra. La nascita della mafia come fenomeno sociale è ancora oggi oggetto di dibattito tra gli studiosi; secondo alcune interpretazioni, esso si sarebbe originato nel XIX secolo, mentre secondo altre interpretazioni il fenomeno mafioso sarebbe da sempre presente nel tessuto delle relazioni umane in ambienti in cui lo Stato, le istituzioni o l'ordine costituito non svolgono adeguatamente le loro funzioni. Nel Medioevo, la violenza insita nelle storie di molti feudatari e famiglie nobili (specie dei capostipiti) ha indotto a pensare che la "mafia" in un certo senso esistesse anche all'epoca. Una caratteristica frequente nelle famiglie nobili era l'esaltazione del coraggio e l'unica differenza era forse nel fatto che i più potenti erano "legittimati" a spadroneggiare sul territorio e il re spesso doveva trattare e scendere a patti con i baroni e le famiglie nobili del territorio. Spesso i tentativi di accentramento del potere da parte del re generavano scontri con i potentati locali.
Le reali origini del fenomeno mafioso non sono note con precisione e alcuni autori hanno cercato di risalire alle origini finendo però spesso col fornire delle ricostruzioni prive di fondamento. In particolare, secondo alcuni, potrebbe essere stato originato da una ipotetica setta detta dei Beati Paoli, che sarebbe stata attiva a Palermo nel XII secolo.
Secondo altri invece sarebbe dovuta all'immigrazione in Italia di tre cavalieri spagnoli fratelli tra di loro di nome Osso, Mastrosso e Carcagnosso, appartenenti alla setta segreta della Garduna, fuggiti da Toledo nel XV secolo dopo aver vendicato col sangue l'onore di una sorella, che sbarcarono nell'isola di Favignana e si rifugiarono nelle grotte di tufo dell'isola, dove si separarono: Osso fonderà Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso la 'Ndrangheta in Calabria e Carcagnosso la Camorra in Campania. Secondo gli studi condotti da Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, il mito dei tre cavalieri affonderebbe le radici proprio nel carcere borbonico di Favignana, dove ai primi del XIX secolo erano imprigionati numerosi delinquenti comuni campani, calabresi e siciliani che cercarono di emulare il linguaggio e i riti dei cospiratori carbonari con cui condividevano la detenzioneNicola Gratteri e Antonio Nicaso, Storia segreta della 'ndrangheta. Una lunga e oscura vicenda di sangue e potere (1860-2018), Le Scie, Nuova Serie, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2018, ISBN 978-88-04-70523-9. Secondo gli storici John Dickie e Isaia Sales, nel Regno delle due Sicilie ci fu la maggiore diffusione delle logge massoniche, agevolata dalla conquista napoleonica nel 1806, da cui si formarono altre organizzazioni segrete (come la Carboneria) con particolari riti, regolamenti e linguaggio iniziatico che propugnarono gli ideali del Risorgimento in opposizione al regime assolutistico borbonico.
La prima volta che il fenomeno mafioso in Sicilia viene descritto (seppur con un nome diverso) negli atti giudiziari risale al 1838, quando il funzionario del Regno delle Due Sicilie Pietro Calà Ulloa (anche procuratore generale di Trapani) parlò di «unioni e fratellanze, specie di sette», dando un primo quadro delle complicità e delle compiacenze che hanno consentito alle organizzazioni mafiose di proliferare:Una singolare prospettiva è quella offerta dalla camorra, unica vera eccezione, fenomeno malavitoso diffuso in Campania, ma che secondo alcuni autori avrebbe un'origine da ricercarsi altrove.Si fa riferimento all'origine della camorra dalla gamurra, una compagnia di mercenari sardi al soldo di Pisa che operava nel XIII secolo per mantenere l'ordine sull'isola; cfr. Cod. Dipl. Sard. tomo 1, pag. 358, n. 1: Historiae Patriae Monumenta. Vi si legge que facta fuit in Kallari dicta de Gamurra, cit. in I mercenari sardi sarebbero stati poi assoldati stabilmente dagli spagnoli nel corso del XVI secolo, assumendo il nome di Tercio de Cerdeña. Difatti l'uso del termine camorra sarebbe attestato già nel XVII secolo, mentre la derivazione etimologica da gamurra (tipo d'abbigliamento femminile) ribasserebbe ulteriormente la sua esistenza fino al Medioevo.La Gamurra era un indumento in voga nel XIII secolo usato dai lazzaroni napoletani; cfr. Sulla derivazione etimologica dal nome della compagnia di mercenari sardi vedi invece . Secondo Vincenzo Mortillaro si può comunque supporre che camorra fosse già sinonimo del termine mafia nella prima metà del XIX secolo e che tale fenomeno dovette essersi esteso anche in Sicilia.Vincenzo Mortillaro, Nuovo dizionario siciliano-italiano, Tipografia del Giornale letterario, Palermo 1853 Secondo studiosi come Isaia Sales ed Enzo Ciconte, le organizzazioni proto-mafiose a Napoli, in Sicilia e in Calabria furono accomunate dal rigoroso rispetto del codice dellomertà, ossia l'assoluto silenzio mantenuto con le autorità statali circa gli affari dell'associazione, ma la camorra napoletana si caratterizzò sin da subito come fenomeno criminale urbano mentre la mafia delle origini assunse connotati rurali e latifondisti: in Sicilia e in Calabria, i primi mafiosi ed 'ndranghetisti pretendevano a titolo di "protezione" una parte dei profitti altrui sul commercio agricolo di agrumi ed olive nella Conca d'oro di Palermo e nella Piana di Gioia Tauro mentre, ai primi del XIX secolo, il termine «camorra» indicava innanzitutto una "tassa sul vizio", ossia l’attività estorsiva praticata nei rioni napoletani dai membri di un'associazione criminale (la "Bella Società Riformata") dotata di uno statuto (il "frieno") e riti d'iniziazione che amministrava la giustizia tra la plebe ed appunto "tassava" chiunque esercitasse l'usura, la prostituzione e il gioco d'azzardo:
Fino al 1848, riporta Marc Monnier, la camorra sarebbe stata utilizzata dai Borboni come una sorta di "polizia scismatica":
L'Unità d'Italia e le prime inchieste
Nel 1860 Liborio Romano, ministro degli Interni borbonico, incaricò il capo-camorra Salvatore "Tore" De Crescenzo di mantenere l'ordine pubblico a Napoli dopo la fuga del Re Francesco II a seguito dell'arrivo di Garibaldi e toccò a Silvio Spaventa, nominato ministro di Polizia, affrontare il problema e provvedere all’epurazione dei camorristi assoldati da Romano, avviando una dura repressione che utilizzò «metodi illegali non troppo diversi da quelli adoperati dalla famigerata polizia borbonica»Paolo Mieli, I primi patti con la mafia. Le collusioni tra politica e criminalità risalgono alle origini dell’Italia unita, Corriere della Sera, 2 settembre 2015.Francesco Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra. 1859-1878, Torino, Einaudi, 2015..
Dopo la proclamazione del Regno d'Italia (1861), molti capi dei picciotti che avevano partecipato alla Spedizione dei Mille furono messi da parte: emersi grazie alla loro popolarità (il "rispetto") fra le masse, molti di loro si diedero alla violenza e all'illegalità, partecipando alla famosa rivolta del sette e mezzo scoppiata a Palermo nel 1866. L'apparizione del termine "mafia" in un documento ufficiale, con significato accostato al senso tuttora in uso di malavita organizzata, è stata registrata per la prima volta proprio per descrivere questa situazione in un rapporto del prefetto di Palermo nel 1865, ossia Filippo Antonio Gualterio.
Tra il 1861 e il 1876 furono scoperte altre «associazioni di malfattori» nel resto d'Italia, come le Cocche a Torino, le Balle a Bologna e gli Accoltellatori in Romagna, che lo storico Francesco Benigno ascrive ad un tentativo della Destra storica di criminalizzare le opposizioni politiche più estremiste (i mazziniani e gli internazionalisti di credo repubblicano e i filoclericali di fede reazionaria) infiltrandole attraverso agenti provocatori, spie e criminali al soldo della polizia, come già avvenuto a Napoli con Spaventa e a Palermo con il prefetto Gualterio e il questore Felice Pinna.
I governi della Destra storica infatti emanarono provvedimenti particolarmente duri ed autoritari in materia di sicurezza pubblica, come la legge 15 agosto 1863, n. 1409 (la famosa "legge Pica" per la repressione del brigantaggio meridionale), che prevedeva il domicilio coatto per chi veniva indicato come camorrista (anche sulla base di un semplice sospetto), e successivamente la legge 6 luglio 1871, n. 294, la quale estese misure di prevenzione particolamermente repressive (come l'ammonizione e l'arresto) a nuove "categorie" di delinquenti non meglio identificate ("mafiosi" e "accoltellatori"), modificando l'articolo 105 dell'allegato B della legge 20 marzo 1865, n. 2248 nel modo seguente: «Saranno a cura dell'Autorità di pubblica sicurezza denunziati gli individui sospetti, come grassatori, ladri, truffatori, borsaiuoli, ricettatori, manutengoli, camorristi, mafiosi, contrabbandieri, accoltellatori, e tutti gli altri diffamati per crimini o per delitti contro le persone e le proprietà.»
In un rapporto del 31 luglio 1874, il prefetto di Palermo Gioacchino Rasponi definiva la mafia o malandrinaggio di città come "un latente ed esiziale lavorio mercè il quale, in paese dove il pervertimento morale e la reazione all'autorità del governo sono i retaggi della passata signoria, persone di ogni classe esercitano e scambievolmente si prestano aiuto proteiforme, senza leggi e norme, a scopo di difesa, per malinteso timore, di ambizione, di prepotenza, di lucro, vendetta, rapina ed impunità, servendosi di tutti quei mezzi che la legge, la morale, la civiltà detestano e condannano".
L'11 giugno 1875, in un celebre discorso alla Camera dei deputati mentre era in discussione l'approvazione di nuove leggi repressive nei confronti della Sicilia, Diego Tajani, ex magistrato e parlamentare della Sinistra storica, denunciò la prassi consolidata di utilizzare delinquenti e mafiosi per il mantenimento dell'ordine pubblico da parte dei funzionari inviati nell'isola dalla Destra storica:
La Destra storica cercò di correre ai ripari istituendo una Commissione d'inchiesta parlamentare sulle condizioni economiche e sociali della Sicilia presieduta dal senatore Giuseppe Borsani ma la sua diagnosi finale, affidata al deputato lombardo Romualdo Bonfadini, fu superficiale e approssimativa perché negò che la mafia potesse trarre origine da fattori di carattere sociale (come la disparità delle condizioni economiche tra le classi abbienti e quelle popolari) ed affermò invece che essa era dovuta a circostanze contingenti e che non era nemmeno un fenomeno peculiare della Sicilia perché «sotto varie forme, con vari nomi, con varia e intermittente intensità si manifestava anche nelle altre parti del Regno, e si scoprivano a quando a quando terribili mostri del sottofondo sociale: le camorre di Napoli, le squadracce di Ravenna e di Bologna, i pugnalatori di Parma, la cocca di Torino, i sicari di Roma».