Lassedio di Sirmio nel 580–582 fu un avvenimento decisivo nella storia dei Balcani. La caduta della città in mano avara privò l'Impero bizantino della sua fortezza principale sul Danubio nordoccidentale, aprendo la strada alle incursioni devastanti nei Balcani compiute dagli Avari e dai loro alleati Slavi.
Sirmio, che per la maggior parte del VI secolo era stata controllata prima dai Goti e poi dai Gepidi, tornò sotto controllo bizantino nel 567. Gli Avari fecero la loro comparsa lungo il Danubio intorno sempre a quel periodo. Essi sferrarono un primo attacco a Sirmio nel 568, ma furono respinti dal governatore locale, Bono. I Bizantini si assicurarono la pace con gli Avari tramite il pagamento di un tributo annuale, che nel 578 era cresciuto a circa solidi. Nel 580, tuttavia, il khagan degli Avari, Baian, marciò con i suoi uomini alla riva destra del fiume Sava nei pressi di Sirmio, e cominciò la costruzione di un ponte per attraversarlo. La città in quel periodo era largamente indifesa e impreparata per sostenere un assedio, in quanto la maggior parte delle armate bizantine erano impegnate in oriente contro i Persiani Sasanidi. L'imperatore Tiberio II tentò di impedire l'attacco avaro per via diplomatica, ma quando l'ambasciatore del khagan richiese la resa della città, replicò che sarebbe stato disposto a promettere in sposa una delle sue figlie al khagan, in cambio della mancata cessione di Sirmio. Tiberio II riuscì ad inviare alcuni ufficiali dalla Dalmazia per supervisionare le difese della città, mentre l'inviato Thognis tentò invano di negoziare con Baiano. Malgrado la debolezza della guarnigione, la città resistette per circa tre anni, e fu solo verso la fine del 581 o agli inizi del 582, che Tiberio II, poco prima di spirare, accettò la resa della città in cambio delle vite dei suoi cittadini. Gli Avari risparmiarono in effetti la popolazione, ma si impadronirono dei loro possedimenti e ottennero dall'imperatore solidi, gli arretrati del tributo che non veniva più versato loro da oltre tre anni.
Contesto storico Gli Avari, popolo nomade, migrati in prossimità dei confini dell'Impero romano d'Oriente intorno alla metà del VI secolo, ebbero con esso i primi contatti diplomatici nel 558.Menandro Protettore, frammento 4 (Muller).Giovanni di Efeso, VI,24. Essi, dopo essere migrati nei territori limitrofi a quelli degli Alani, ottennero l'intercessione del re alano Sarosio affinché i Bizantini accettassero l'alleanza con gli Avari. Sarosio a sua volta informò Giustino, figlio di Germano e comandante delle truppe a presidio della Lazica, dell'intenzione da parte degli Avari di stringere un'alleanza con Bisanzio, e questi ne informò Giustiniano I, il quale accettò di ricevere nella Capitale inviati avari. Fu scelto dagli Avari come loro inviato e oratore un certo Candic, il quale, giunto al cospetto dell'imperatore Giustiniano, asserì che la popolazione invitta e valorosa degli Avari, capace di combattere e interamente sterminare tutti i nemici dell'Impero romano d'Oriente, intendeva stringere alleanza con i Bizantini , fornendo loro ausiliarii in cambio di pensioni annuali e territorio fertile dove insediarsi. Giustiniano, ormai invecchiato e perso il valore marziale, ormai seguiva la politica di non combattere più i barbari con le armi ma piuttosto stringere alleanza con essi. Informato il senato della propria decisione, l'imperatore Giustiniano offrì in dono agli Avari bende ricamate in oro, vesti di seta e molti altri doni fastosi, inviando inoltre in ambasceria presso loro Valentino con l'ordine di ratificare l'alleanza tra Avari e Romani e indurli a combattere i nemici dell'Impero.Menandro Protettore, frammento 5 (Muller). Menandro Protettore scrisse che l'alleanza tornava a vantaggio dei Bizantini , in quanto sia che gli Avari rimanessero vincitori o vinti, l'Impero ne avrebbe tratto vantaggio, in quanto i suoi potenziali nemici si combattevano tra loro invece di invadere l'Impero. In pratica, Giustiniano, accettando l'alleanza militare, distolse gli Avari dall'invadere l'Impero.
Dopo che l'ambasciatore ebbe presentato i doni ed esposto gli ordini imperiali, gli Avari cominciarono a combattere gli Utiguri, i Sabiri e altre popolazioni barbariche. Fallite poi le imprese ai capitani degli Anti, oltre ogni loro aspettative, gli Avari invasero il territorio nemico e ne saccheggiarono l'abitato.Menandro Protettore, frammento 6 (Muller). Allora i saccheggiati inviarono ambasceria ai vincitori, designando ai voti come ambasciatore Mezamero, figlio di Idarizio e fratello di Chelagasto; lo scopo dell'ambasceria era ottenere la liberazione di alcuni dei prigionieri della loro tribù. Mezamero, descritto da Menandro come uomo ampolloso e superbo, giunto al cospetto degli Avari, rivolse loro parole oltremodo aspre e arroganti, suscitando l'ira del Cotragego che consigliò il Chagan di punire l'insolenza dell'ambasciatore giustiziandolo. Gli Avari ripresero poi a condurre i saccheggi sulle terre limitrofe ottenendo da esse bottino e prigionieri.
Nel 562 Giustiniano, accolti gli oratori mandati agli Avari, deliberò di concedere loro di abitare la Pannonia Seconda, abitata un tempo dagli Eruli, ma, essi, ostinati a non abbandonare la Scizia, si opposero a tale decisione.Menandro Protettore, frammento 9 (Muller). Il duce imperiale spedì poi ambasciatori a Costantinopoli per informare Giustiniano che gli Avari occupavano ormai la maggior parte di quella contrada. Per di più, fattosi amico uno degli ambasciatori di nome Iconimo, aveva scoperto in segreto che i discorsi degli Avari erano in piena contraddizione con le loro reali intenzioni: essi intendevano fingersi alleati dell'Impero fino a quando non avrebbero attraversato il Danubio, ma una volta attraversato il fiume intendevano dichiarare guerra all'Impero invadendolo con tutte le loro truppe a disposizione. Giustino, informato della loro proditoria intenzione, avvisò l'imperatore, esortandolo a trattenere a Costantinopoli gli ambasciatori avari provvedendo inoltre a rinforzare le difese sul Danubio affidandone le difese a Bono comandante dei mercenari e delle truppe domestiche. Gli ambasciatori avari ricevettero i consueti doni e, provvisti di tutto il bisognevole e persino di armi, ed ebbero il permesso di partire. Tuttavia l'imperatore ordinò a Giustino di togliere loro le armi nel rimpatriare e il comandante, sorprendendoli, mise in esecuzione l'ordine ricevuto. Questa fu l'origine delle inimicizie tra Bizantini e Avari, dovuta in realtà a molte cause ma soprattutto dal loro protratto commiato alla loro ambasceria cui Baian aveva ingiunto di fare prontamente ritorno.
Giovanni di Efeso, nella sua Storia Ecclesiastica, critica la generosità e la munificenza dell'imperatore Giustiniano nei confronti degli Avari, ricoprendoli di doni d'oro e argento. Scrisse che con pretesti vari gli Avari inviarono ambascerie, le quali furono ricevute con grande munificenza dall'imperatore, il quale li congedò carichi di doni, immaginando che con questi mezzi avrebbe sottomesso tutti i suoi nemici; e questo continuò fino a che il malcontento contro di lui divenne generale sia presso il popolo che presso il senato; si narra, secondo Giovanni di Efeso, che i malcontenti dicessero che Giustiniano stava rovinando l'intero Impero, ed elargendolo ai Barbari.
Nel 565, spentosi Giustiniano e succedutogli Giustino II, arrivarono ambasciatori avari a Costantinopoli per ricevere i soliti doni (bende in oro, letti e altre fastose manifatture) che ricevevano dall'imperatore Giustiniano.Menandro Protettore, frammento 14 (Muller). Gli Avari chiesero più generose elargizioni per vivere con maggior sfarzo approfittandone della pusillanimità dei Bizantini: fecero pertanto richiesta di presentarsi al cospetto dell'imperatore e ottennero inoltre un interprete. Giunti al cospetto di Giustino II, lo esortarono ad onorare tutti gli impegni presi dall'imperatore Giustiniano con i Barbari elargendoli di doni e per di più anche aumentare i doni spettanti loro, per renderli alleati dell'Impero. Lo minacciarono, nel caso le loro richieste non fossero state soddisfatte, di devastare le province dell'Impero, contrapponendo tale minaccia con la prospettiva della possibile alleanza con l'Impero. Essi asserirono che, nel caso avessero ricevuto i doni e fosse stata confermata la loro alleanza, essi non solo si sarebbero guardati dal devastare il territorio imperiale, ma avrebbero inoltre impedito agli altri barbari di invadere l'Impero rendendosi così preziosi alleati di Bisanzio. L'imperatore, tuttavia, rispose negativamente alle loro richieste rispondendo loro che egli non avrebbe mai più tollerato la loro arroganza, né avrebbe concesso loro che un minimo delle consuete offerte, e che sarebbe stato pronto a combatterli con le armi, e li congedò. Gli ambasciatori, disperando di poter ottenere qualcosa da Giustino II, abbandonarono Costantinopoli e ritornarono nella loro tribù. Secondo quanto narra Giovanni da Efeso, furono addirittura imprigionati per sei mesi a Calcedonia, e poiché erano in trecento, furono sorvegliati da una forza armata, che comprendeva anche alcune delle guardie del corpo imperiali. Solo dopo sei mesi di prigionia, permise loro di tornare nel loro paese, non prima però di averli minacciati di non osare più mostrarsi al suo cospetto, pena la loro vita. Gli Avari, ammirata la fermezza dell'imperatore, decisero di andare ad attaccare la regione dei Franchi.
Stretta l'alleanza tra gli Avari e i Franchi e conclusa tra loro una pace durevole, Baiano, Khagan degli Avari, fece sapere a Sigeberto I, re dei Franchi, che il suo esercito era carente di vettovaglia e pertanto gli fece esplicita richiesta di non abbandonare un esercito suo alleato e dimorante in territorio franco.Menandro Protettore, frammento 23 (Muller). Prometteva, in cambio delle provviste, di levare il terzo giorno le tende e di abbandonare il territorio franco; Sigeberto non esitò a rifornire gli Avari di legumi, di pecore e di altri animali.
Nel frattempo, Alboino, re dei Longobardi, intenzionato a distruggere Cunimondo re dei Gepidi e il suo popolo, inviò ambasceria a Baian esortandolo a stringere con lui un'alleanza militare in funzione anti-gepida.Menandro Protettore, frammento 24 (Muller). Secondo Teofilatto Simocatta, Alboino avrebbe attaccato Cunimondo perché innamorato della figlia di lui, Rosmunda.Teofilatto Simocatta, VI, 10. L'ambasceria longobarda esortò gli Avari a combattere i Gepidi asserendo che in questo modo avrebbero danneggiato l'imperatore Giustino II, reo di averli privati dei consueti doni che gli Avari ricevevano dall'Impero ai tempi di Giustiniano. Inoltre asserirono che, una volta distrutto il regno dei Gepidi, gli Avari avrebbero occupato con il tempo tutta la Scizia, e sarebbe stato quindi loro possibile accumulare sufficientemente potenza da poter aspirare a occupare prima la Tracia e poi Costantinopoli stessa. Baian, nell'accogliere gli ambasciatori longobardi, se ne curò ben poco, intendendo spingerli ad accettare condizioni più vantaggiose per gli Avari nel trattato di alleanza militare.Menandro Protettore, frammento 25 (Muller). Alla fine accettò la richiesta di alleanza militare con i Longobardi a patto che avesse ottenuto la decima parte dei loro quadrupedi nonché, una volta distrutto il regno dei Gepidi, la metà del bottino e tutto il territorio dei Gepidi in assoluta padronanza.