Lintelletto (dal latino intellectus,-us, derivato dal participio passato del verbo intellìgere = intellègere, composto da intus e lègere che significa «leggere dentro»,Antonio Livi, Glossario epistemologico alla voce «intelletto», in Il principio di coerenza: senso comune e logica epistemica, pag. 177, Roma, Armando editore, 1997. o diversamente da inter e lègere, nel senso di «raccogliere, scegliere»)<ref> Dizionario etimologico online]</ref> può essere genericamente definito come la capacità della mente umana di intendere, concepire pensieri, elaborare concetti e formulare giudizi di natura universale su ciò che è vero o erroneo secondo realtà.

La prima etimologia accenna all'intelletto come una facoltà capace di cogliere l'essenzialità che è all'interno (intus) delle cose e dei fatti.«…in Adorno la scelta di un etimo discutibile – non forse sul piano etimologico, certo su quello gnoseologico- di intelligere: inter-lego piuttosto che intus-lego che com'è noto è la proposta di Tommaso d'Aquino.» (in Rivista telematica di Ricerca e Didattica Filosofica, n. 2, novembre 1997, pag. 9 .) Il termine intelletto nel significato filosofico compare per la prima volta nella scolastica medioevale che lo usava per tradurre in latino la parola greca νοῦς o νόος (noûs, "nus") che i greci contrapponevano alla diànoia, la ragione.

L'intelletto come nous

Il termine nel significato originario che si ritrova in Omero, dove indica l'organo sede della rappresentazione delle idee chiareIn Omero νόος «è lo spirito [...] sede di rappresentazioni chiare» Bruno Snell citato da Linda Napolitano, Op.cit. p. 7956 che più avanti lo indica come "organo che le suscita e intendimento"., quindi la "comprensione"Iliade IX, 104., posseduta in misura maggiore dagli dèiIliade XVI, 688-690 e XVII 176-178.; ovvero l'intendimento che le provocaOdissea V, 23.

In Anassagora il come intelletto acquista un valore metafisico poiché in qualità di potenza attiva e ordinatrice, organizza il caos (ἄπειρον, ápeiron), creando così il mondoVocabolario greco della filosofia, a cura di Ivan Gobry, Milano, Bruno Mondadori, 2004, p.146.:

Il nous come intuizione Per Platone l'intelletto conserva quel grado di divinità attribuitogli da Anassagora, ma che ora viene riservato alla facoltà umana quando, con la visione delle idee, raggiunge il culmine della conoscenza e quindi del bene, della moralità connesse al mondo ideale.

Il grado di conoscenza raggiungibile con l'intelletto è superiore alla conoscenza "scientifica" che si può raggiungere con la matematica. L'intelletto infatti è quello che permette, senza alcun residuo di sensibilità, la visione pura e incontaminata delle idee.

Nella storia della filosofia compare con Platone la concezione della possibilità di un conoscere filosofico puro ed immediato della verità tramite l'intuizione intellettuale che nel mito della cavernaPlatone, La Repubblica, VII libro (514 b – 520 a) viene distinta dall'erronea intuizione sensibile e contrapposta alla ragione, o dianoia, per la quale occorre invece la mediazione, cioè una serie di passaggi che portino alla conoscenza.

Aristotele Per Aristotele, a differenza di Platone, la visione intellettuale immediata non conosce contenuti concettuali definiti come le idee, separati dagli oggetti, ma giunge a coincidere con la verità insita negli oggetti stessi.«La scienza in atto è identica con il suo oggetto» (De anima, III, 431 a, 1), o ancora «l'anima è, in un certo senso, tutti gli enti» (ibid., 431 h, 20).

Il nous aristotelico riesce così a penetrare nell'interiorità, a cogliere ciò che ha l'essere in proprio, cioè la sostanza, quel sostrato che rimane sempre unico e identico a se stesso, prescindendo dalle particolarità esteriori.

Anche in Aristotele, tuttavia, come già in Platone, solo l'intelletto riesce a dare garanzia di verità,«Una pagina, come si vede, che dà ragione all'istanza di fondo del platonismo: la conoscenza discorsiva suppone a monte una conoscenza non discorsiva, la possibilità del sapere mediato suppone di necessità un sapere immediato» (G. Reale, Introduzione a Aristotele, Laterza, 1977, pag. 159). fornendo una conoscenza noetica, superiore a quella dia-noetica della razionalità logica o sillogistica:La conoscenza noetica, cioè colta dal nùs (νοῦς), fornisce un sapere intuitivo e immediato, la dianoia invece (dià + nous, «pensare attraverso») consiste in una forma inferiore di conoscenza, che si limita ad analizzare in maniera discorsiva le verità ottenute dall'attività noetica (cfr. Guido Calogero, I fondamenti della logica aristotelica, La Nuova Italia, Firenze 1968, pag. 15 e segg.). quest'ultima, infatti, è capace unicamente di trarre conclusioni coerenti con le premesse, di effettuare cioè deduzioni corrette da un punto di vista formale, ma senza assicurare in alcun modo la verità dei contenuti; per cui se il ragionamento parte da premesse false, anche il risultato sarà falso, pur essendo formalmente corretto se si sono osservate le regole della logica.

Poiché la verità di ogni premessa discende dalla conclusione di un precedente sillogismo, si instaurerebbe una catena all'infinito se al culmine non vi fossero delle «premesse immediate» (προτάσεις ἄμεσοι) che non abbiano bisogno a loro volta di essere sillogisticamente dimostrate vere, e queste sono i principi primi (ἀρχαί, archài) a cui si arriva appunto, non per dimostrazione, ma tramite l'intuizione immediata dell'intelletto.

Questo perviene non solo a dei contenuti necessariamente e universalmente validi, da cui prenderà avvio la deduzione logica, ma anche a stabilire la forma con cui la deduzione sarà argomentata, ossia le leggi necessarie e universali che la guidano: esse sono il principio di identità, e quello di non-contraddizione, che vengono appercepite o intuite con la stessa immediatezza noetica.Calogero, I fondamenti della logica aristotelica, op. cit.

Il processo attraverso cui l'intelletto giunge all'astrazione delle essenze è avviato inizialmente da un procedimento chiamato epagoghé (traducibile impropriamente con induzione), nel quale i sensi fanno attivare un primo movimento del pensiero ancora latente, altrimenti detto "intelletto potenziale"; in seguito a vari passaggi, si ha infine l'intervento di un trascendente "intelletto attivo", dotato cioè di conoscenza in atto, capace di "astrarre" le forme universali dagli oggetti. Queste rappresentano gli assiomi, comuni a una o più scienze, che costituiscono il primo passo di ogni sapere scientifico, e consentono all'intelletto di legarsi alla "scienza" a formare insieme la sophia.

L'intelletto si colloca così al vertice più alto della conoscenza, essendo non solo in grado di dare un fondamento universale e oggettivo ai sillogismi, ma comportando anche un'esperienza contemplativa, tipica di un sapere fine a se stesso, che rappresenta per Aristotele la quintessenza della saggezza.

Intelletto agente o attivo

L'intelletto agente o attivo in Aristotele è la capacità dell'intelletto di tradurre in atto, tramite le immagini sensibili, le essenze o le forme degli oggetti, conoscibili solo in potenza dall'intelletto potenziale o passivo.

Rifacendosi all'identità di essere e pensiero,Presupposto della filosofia antica sin dagli eleati era che il pensiero fosse unito indissolubilmente alla dimensione ontologica (cfr. Enciclopedia Italiana alla voce "Logica", vol. XXI, pp. 389-398). l'intelletto passivo, dice Aristotele, «diventa tutte le cose», mentre l'intelletto attivo «tutte le produce... E questo intelletto è separato, impassibile e senza mescolanza, perché la sua sostanza è l'atto stesso».Aristotele, L'anima, III, 5, 430a 10.

Ad esempio, come è l'udito a dare vita al suono, facendolo passare all'essere, o come la luce rende attuali i colori che sono solo potenzialmente visibili,Aristotele, Sull'anima, 430 a 17. allo stesso modo ciò che esiste in potenza può passare all'atto solo per il tramite di un pensiero supremo, produttivo, che abbia già in sé tutte le forme.Aristotele, Sull'anima, libro III, in F. Volpi, Dizionario delle opere filosofiche, pag. 92, Mondadori, Milano 2000.

La distinzione introdotta da Aristotele tra intelletto attivo e intelletto potenziale è stata in vario modo interpretata nel corso della storia della filosofia: per Alessandro di Afrodisia (II, III secolo) l'intelletto attivo è Dio che illumina l'intelletto passivo materiale dell'uomo, permettendo la conoscenza. Temistio (c. 317-c. 388) sostiene che l'intelletto attivo sia una parte dell'anima dell'uomo senza chiarire se esso sia lo stesso per tutti gli uomini o se questi ne abbiano uno particolare. Secondo Avicenna (980–1037), l'intelletto passivo è incorporeo e presente nell'uomo che arriva alla conoscenza tramite l'intervento dell'intelletto attivo trascendente ed immateriale, unico per tutti gli uomini. Averroè (1126–1198), seguendo la concezione di Alessandro di Afrodisia, sia l'intelletto attivo che quello passivo appartengono a Dio mentre l'uomo è solo dotato di immaginazione.

Gli interpreti aristotelici cristiani cercarono di correggere queste teorie dalle quali derivava la negazione dell'immortalità dell'anima, per cui Alberto Magno e Tommaso d'Aquino attribuirono all'anima dell'uomo entrambi gli intelletti, mentre Occam negò ogni distinzione riguardo all'intelletto che, unico e proprio dell'uomo, opera nel procedimento conoscitivo talora in forma potenziale e talora in modo attuale.

Ancora nel Rinascimento alcuni autori come Pietro Pomponazzi (1462–1525) ripresero la concezione di Alessandro di Afrodisia, altri come Alessandro Achillini (1463–1512), quella di Averroè, altri ancora come Francisco Suárez, S.J. ( 1548–1617), Tommaso De Vio (1469–1534),si ispirarono alle tesi tomistiche.

Neoplatonismo Nella filosofia neoplatonica (in particolare Plotino) l'Intelletto (Nous) è la seconda ipostasi, il livello di realtà che possiede più pienamente pensiero ed essere. Esso è molteplice, in quanto composto da diversi intelligibili o archetipi, ma più unitario rispetto al livello successivo, l'Anima, perché ogni intelligibile conosce sé stesso unitamente agli altri. Possiede una forma di pensiero intuitiva e perfetta, non discorsiva e non legata alle categorie di spazio e di tempo.

Teologia Nell'Ebraismo la comprensione intellettiva è stata oggetto di riflessione tra gli altri di Maimonide, anche in relazione alla Qabbalah.

Per la teologia cristiana, l'intelletto è uno dei sette doni dello Spirito Santo.Isaia, 11, 1-2. Esso consente una comprensione immediata delle verità di fede, offrendo all'anima una visuale più viva e completa sulla realtà divina. Mentre la fede rappresenta una semplice adesione ai contenuti della Rivelazione, col dono dell'intelletto è possibile elevarsi ad un maggior livello di comprensione, non solo razionale, ma anche soprattutto intuitiva e interiormente sentita. Esso è quindi intelligenza del cuore oltre che della mente, che accresce le virtù del cristiano e approfondisce, senza aggiungervi nuove nozioni, i significati e le concezioni già implicite negli articoli di fede.Franco Giulio Brambilla, Esercizi di cristianesimo, Vita e Pensiero, Milano 2000.

Dall'agostinismo alla scolastica Ad opera di Sant'Agostino la concezione teologica cristiana dell'intelletto riprende da vicino la dottrina neoplatonica, tramite la dottrina dell'illuminazione dell'intelletto umano da Dio, inteso come depositario delle idee. Il sapere dell'intelletto è per Agostino qualcosa di immediato, personale, ineffabile, simile all'intelletto di Plotino per il quale conoscere un oggetto equivale a mescolarsi, confondersi con esso.