Gravellona Lomellina (Gravalùna in dialetto locale) è un comune italiano di abitanti della provincia di Pavia in Lombardia. Si trova nella Lomellina nordorientale alle porte di Vigevano, nella pianura alla destra del Terdoppio.

Storia

Dalla preistoria all'epoca antica

Ritrovamenti archeologici fanno risalire i primi insediamenti nella zona alla tarda età del bronzo, contemporanea della cultura di Golasecca (ovvero pre-celtica). Il toponimo potrebbe risalire agli etruschi, per via del suffisso ona, o per il prefisso grava ("ghiaiosa"), inteso nel senso di greto alluvionale. Sono presenti anche tracce di insediamenti abitativi risalenti al VII secolo, ovvero all'epoca dei Celti, nell'età del ferro. Ben visibile anche nella toponomastica è invece la presenza romana, testimoniata, tra l'altro, dalla scoperta di due sarcofagi e di un ponte. Secondo la tradizione locale, il cartaginese Annibale avrebbe sostato prima dello scontro vittorioso contro Scipione, padre di Publio Cornelio Scipione Africano nella famosa battaglia sul fiume Ticino in un accampamento tra Gravellona, Cassolnovo e Piccolini, (poi frazione di Vigevano). Numerose monete, risalenti perlopiù alla tarda repubblica e poi all'epoca imperiale (da Giulio Cesare a Costantino) testimoniano la presenza di un insediamento stabile già nella prima età imperiale.

Gravellona medievale Durante l'alto medioevo il paese dipendeva dal vescovo di Novara, che lo infeudò a Ingone dei Manfredingi, il quale deteneva di fatto potere esecutivo. Risale a quest'epoca un edificio fortificato (il castello), dotato anche di una basilica, risalente al secolo X. Il castello fu a lungo conteso durante l'età comunale tra Novara e Milano. Distrutto una prima volta da Berengario, fu raso al suolo nuovamente dai Visconti non più tardi del 1361, e di esso rimane il nome del rione, alcune mura ed un edificio recante alcuni medaglioni di terracotta, lungo la Via Marconi, ed era già diventato una villa ai primi del '900 (villa Caramoro).

Feudo di Cavallazzi e Tornielli, Nel 1152 il re Federico I detto Barbarossa confermò il possesso del feudo a Manfredo - Cavalcasella - della famiglia Barbavara, possesso confermato nel 1467 a Marcolino Barbavara. I Barbavara erano originari della Valsesia, e già feudatari (come risulta in un editto di Carlo Magno nell'811) di Pallanza e di altri paesi sul Lago Maggiore. Caso raro di stabilità, la signoria dei Barbavara si prolungò per secoli, fino all'abolizione del feudalesimo (1797). Da loro prese nome la principale frazione del comune.

Gravellona passò sotto il controllo di Pavia probabilmente nel 1164, e nel 1250, nell'elenco delle terre pavesi, appare come Gravalona. Nel 1332 il castello di Gravellona risulta però proprietà dei conti Cavallazzi, i quali, assieme ai Barbavara e ai Tornielli, sono i più antichi feudatari di Gravellona. Nel 1581, la popolazione gravellonese si attestava sui abitanti.

Nel 1532 Gravellona (che nel frattempo era ritornata al Contado di Novara) fu unita alla nuova provincia del Contado di Vigevano o Vigevanasco.

Epoca moderna e Risorgimento. Nella mappa del 1581 che nella Galleria delle carte geografiche dei Palazzi Vaticani riguarda il Ducato di Milano, il paese è indicato come Graualona.

Nel 1743, con il Vigevanasco, fu assorbita dai domini piemontesi dei Savoia, cui già dal 1707 apparteneva la Lomellina. Nel 1818 il Vigevanasco fu riunito alla Lomellina.

Terreno di scontri durante le guerre di indipendenza (non distante fu combattuta la Battaglia della Sforzesca), nel 1859 entrò a far parte della provincia di Pavia, recentemente sottratta agli Austriaci nella Seconda guerra d'indipendenza.

Dal punto di vista ecclesiastico, però, Gravellona è storicamente appartenuta alla diocesi di Novara e non alla diocesi di Vigevano; solo dal 1817 al 1829 Gravellona è appartenuta a Vigevano, per poi essere ceduta nuovamente a Novara in cambio di Sozzago.

Novecento e terzo millennio Agli inizi del 1900, Gravellona era un paese perlopiù agricolo, che poteva contare su 3231 abitanti, alcuni mulini e cascine, oltre ad una piccola centrale idroelettrica sul canale Quintino Sella. Con la seconda rivoluzione industriale ed il conseguente crollo dell'importanza dell'agricoltura rispetto alle industrie per esempio della vicina Vigevano, Gravellona si spopolò fino a raggiungere i 1900 abitanti nell'ultimo decennio del Novecento, portando all'abbandono di strutture agricole.

Alla metà degli anni Sessanta, Gravellona era un paese prettamente agricolo, con una componente di abitanti provenienti dal Veneto, da Brescia e Bergamo, con una componente di popolazione che lavorava nel settore calzaturiero nella vicina Vigevano.

Dalla fine del Novecento, Gravellona puntò sull'abbellimento artistico e culturale del paese, conservando la sua impronta ottocentesca, paesaggistica e naturalistica. Nel 1995 nacque la Festa dell'Arte, che porterà il paese ad arricchirsi di installazioni artistiche, fino ad essere riconosciuto Paese d'Arte. Nei primi anni 2000 aprì anche il Parco dei Tre Laghi, attirando turismo paesaggistico da tutta la Lombardia. La cultura aiutò anche a limitare lo spopolamento del paese, che nel 2026 conta poco meno di 3000 abitanti.

Il 26 giugno 2016 con apposito decreto la Congregazione per i vescovi, prendendo atto delle mutate condizioni storiche e delle esigenze contingenti, ha stabilito che la diocesi di Novara cedesse a Vigevano la parrocchia di Gravellona Lomellina e che Vigevano restituisse a Novara la parrocchia di Sozzago.

Simboli Lo stemma, usato ufficiosamente dal 1600, è stato riconosciuto con decreto del capo del governo del 21 novembre 1928.

Lo stemma con la torre sormontata da un'aquila è tratto da un dipinto presente nella sala consigliare del municipio di Mortara assieme ad altri stemmi della Lomellina, dove è riportato il nome Gravalona. All'atto pratico, sebbene il decreto prescriva una torre rossa, la versione dello stemma adottata dall'ente presenta una torre dal corpo troncato di rosso e d'argento, con merlatura in argento.

Il gonfalone è un drappo di azzurro.

Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose

Chiesa della Beata Vergine Assunta

La chiesa della Beata Vergine Assunta sorge nella piazza principale del paese. La sua costruzione iniziò nel 1598 e fu terminata il 17 aprile 1617 al posto della precedente chiesa (dedicata a S. Maria). Rivolta ad occidente, ha al suo interno un altare maggiore in marmo policromo, tre cappelle con santi sul lato destro e due sul lato sinistro, con l'ingresso per la cappella del Crocifisso. La facciata è stata rimodellata su modello tardo-ottocentesco in uno stile pseudo-barocco. Il pavimento è stato realizzato a mosaico. In questa chiesa sono conservate le reliquie di san Faustino martire, patrono del paese, traslate in questo luogo nel 1850, dalle catacombe di Santa Ciriaca a Roma.

L'altare maggiore, il coro a doppio ordine in noce e il tempietto marmoreo sovrastato da quattro angeli e da candelieri risalgono al 1775 circa. Gli angeli sono stati restaurati nel 1958 da don Gilio Masseroni.

La chiesa ha una pianta a tre navate. Nella navata destra (rispetto all'ingresso) è dotata di tre cappelle: la cappella di San Giovanni Bosco (presso la quale sono inumate le spoglie dei benefattori Marco Bellini e Giuseppina Tornielli), la cappella del Sacro Cuore e quella di San Giuseppe. Le statue che decorano gli altari provengono dalla scuola d'arte di Ortisei in Val Gardena. Nell'altra navata, oltre a un piccolo battistero affrescato e racchiuso da una cancellata ferrea, sono presenti la cappella esterna del Crocifisso, la cappella della B.V. del Carmine e del S. Rosario, con annessa la cappella contenente il corpo del patrono san Faustino, separato da essa da una cancellata in ferro battuto. Lo scurolo è stato realizzato da don Giuseppe Silva nel 1886. Il soffitto della chiesa è realizzato con volte a botte nella navata destra e a crociera nella navata sinistra e centrale, affrescate con figure di santi, così come nella parte centrale del tetto. Sopra l'altare maggiore, vi è un affresco raffigurante .

Nel 1884 la facciata della chiesa fu rifatta, così come il sagrato in granito, opera dell'architetto don Ercole Marietti. La facciata fu rifatta nuovamente e inaugurata nel 1933, su commissione del parroco don Domenico Fonio, a opera dell'architetto Giovanni Lazanio di Novara, conservando lo stile barocco. Le statue in pietra che adornano la facciata (restaurate negli anni 2000) sono state realizzate da Giuseppe Martelli, i graniti originari dell'Ossola mentre le tre porte lignee in noce furono realizzati dai gravellonesi Corsico, Mantegazza e Travaglino. Sempre al 1933 risale la pavimentazione a mosaico.

L'interno della chiesa è stato restaurato nel 1999 per volere del parroco don Camillo Colli.

Cappella del Crocifisso La cappella del Crocifisso, facente parte della chiesa parrocchiale della Beata Vergine Assunta, conserva al suo interno un crocifisso ligneo e l'urna con una statua (lignea anch'essa e fatta restaurare da don Sergio Bagliani) del Signore deposto dalla Croce, opera di anonimo, che viene portata nella tradizionale processione per le vie del paese alla sera del Venerdì santo. All'esterno sono ancora visibili, nonostante i segni del tempo, alcune pitture murarie.

Santuario di San Zenone (la Madonna di San Zeno)

Il santuario della Madonna di San Zeno sorge sopra un'antica chiesetta, risalente a prima dell'anno mille (ma le prime notizie del santuario risalgono al 1347) e ricostruita interamente nel Settecento. La chiesa antecedente era dedicata a san Zenone, allora invocato come protettore dalla peste, e in essa veniva venerata un'immagine della Madonna, di un autore anonimo.

L'edificio, di forma ottagonale e in stile settecentesco (1762), presenta sfumature di ispirazione bramantesca e richiama l'oratorio di San Biagio in Rossate.

Presso questo santuario è inoltre venerata Maria Bambina (da qui il duplice toponimo con cui è noto il santuario). Il santuario presenta, al suo interno, due opere di particolare valore estetico: una pala d'altare raffigurante Sant'Anna e Maria Bambina incoronate ed un Cristo in croce, vero capolavoro dell'arte scultoria anatomica. Interessante è anche la pala dell'altare di San Zeno. Il santuario sorge in prossimità del cimitero del paese. Nel corso di alcuni restauri tardo-ottocenteschi, è stata manomessa l'immagine originale della Madonna col Bambino, avanzando l'ipotesi che il dipinto potesse rappresentare S.Anna con Maria Bambina.

Nei pressi del Santuario, la seconda domenica di settembre, viene celebrata la festa della Madonna di San Zeno.

A partire dal 2013 è stato avviato un restauro per opera di don Sergio Bagliani e don Gilio Masseroni. Nel settembre 2014 è terminato il restauro dell'interno della chiesa, che ne ha esaltato i colori pastello dei marmi policromi rosa ed in particolare la volta celeste, oltre alle numerose nicchie trompe-l'œil che ne alleggeriscono la struttura.

Chiesa di San Lino La chiesa di San Lino (sospesa al culto) è sorta alla fine del Cinquecento (risulta già attiva nel 1596), adiacente al convento dei Frati Agostiniani Scalzi (ora abitazione privata), che si occupavano di celebrare messa. La chiesa era dedicata a san Lino Papa, successore di san Pietro. Essa si compone di tre navate, e in passato era dotata di 5 altari, di cui uno marmoreo. Con la soppressione degli ordini religiosi fatta dopo la conquista di Napoleone nel 1804, i frati cessarono il loro servizio e la chiesa diventò di proprietà del Comune. Fu restaurata nel 1959, e utilizzata per alcune funzioni religiose fino agli anni ottanta. , ora viene aperta durante la Festa dell'Arte e viene utilizzata come mostra-mercato permanente di oggetti ritrovati. Viene aperta la prima domenica di ogni mese.

Sant'Eustachio