Il Monte Nuovo è il più recente edificio vulcanico dei Campi Flegrei, caldera vulcanica nei pressi di Pozzuoli e Bacoli. Si trova nel comune di Pozzuoli presso il Lago Lucrino. Si formò tra il 29 settembre e il 6 ottobre 1538 a seguito di un'eruzione che distrusse il villaggio medievale di Tripergole.

Il monte è caratterizzato da una folta vegetazione. Sul vulcano crescono piante tipiche della macchia mediterranea, il pino, le ginestre e l'erica.

Il vulcano è un'oasi naturalistica aperta al pubblico e manifesta attività vulcanica secondaria, come terremoti e fumarole. Essendo una delle decine di bocche eruttive della caldera dei Campi Flegrei, ne condivide la classificazione geologica.

La formazione del vulcano I prodromi

Nel X secolo i Campi Flegrei subirono la loro massima sommersione bradisismica. Essa è attestata a Pozzuoli dal cosiddetto Serapeo dove le parti delle colonne sommerse dal mare ma non sepolte da detriti vennero attaccate dai litodomi fino ad un'altezza massima di 6,30 m. È chiaro che in quest'epoca il Lago di Lucrino non esisteva più, sommerso completamente dal mare che penetrava nel Lago d'Averno.

Nell'XI secolo il movimento bradisismico si invertì da negativo in positivo: iniziava una progressiva emersione dell'area flegrea interessata dal fenomeno.

Nel XII secolo, e precisamente nell'anno 1198, si ebbe un'attività più intensa della Solfatara: Scipione Mazzella parla di una vera e propria eruzione del vulcano, caratterizzata da colate di fango che si sarebbero dirette verso Pozzuoli; recenti indagini archeologiche nei pressi della Solfatara hanno tuttavia dimostrato l'infondatezza di questa notizia. Ciò non di meno si può credere che una maggiore intensità fumarolica ed eruttiva in loco della Solfatara possa essere collegata all'inversione del movimento bradisismico.

Nel XIV secolo, nell'anno 1301, sull'isola d'Ischia ebbe luogo l'ultima eruzione lavica (colata dell'Arso), accompagnata per alcuni mesi da forti terremoti che si fecero sentire su tutta la costa. Intanto nei Campi Flegrei proseguiva il movimento ascensionale del bradisisma. Poco dopo, nel 1341 il Boccaccio visitava la zona flegrea e notava che il mare agitato irrompeva nel lago d'Averno.

Nel XV secolo Pozzuoli subiva disastrosissimi terremoti che la rasero praticamente al suolo: il primo (terremoto del 1456) colpì tutto l'Appennino campano; il secondo del 1488 ebbe invece carattere locale.

Nel XVI secolo il Lucrino era ancora sommerso dal mare ed appariva come una insenatura marina che raggiungeva l'imboccatura del Lago d'Averno, sulla cui insenatura si affacciava il villaggio di Tripergole. Intanto il bradisisma ascendente diventava visibile: gli abitanti di Pozzuoli litigavano fra di loro per chi si dovesse appropriare delle nuove terre che emergevano lungo la costa, tanto da causare nel 1501 e 1503 due editti regi di re Ferdinando II di Aragona ed Isabella di Castiglia (conservati presso l'archivio diocesano di Pozzuoli) che infine assegnavano al demanio della città di Pozzuoli le terre che emergevano sulla costa "dove si andava seccando il mare".

Dopo il 1511 si ebbe una progressiva intensificazione dell'attività sismica; in modo particolare negli anni 1536-1537 i terremoti si avvertirono in tutta la provincia, Napoli compresa, affliggendo in modo particolare la città di Pozzuoli dove furono danneggiati seriamente numerosi edifici. Nei due giorni precedenti l'eruzione, le scosse telluriche tra grandi e piccole erano continue, contandosene secondo alcuni più di venti nella sola data del 27 settembre 1538, secondo altri anche una decina ogni oraLe testimonianze non sono del tutto coerenti nei dettagli: Delli Falconi ci dice che "nel giorno innanzi che apparve tale incendio, tra la notte e 'l giorno furono sentiti nelli predetti luoghi, tra grandi e piccioli, più di venti terremoti"; Simone Porzio invece attesta che "nel 26 e 27 settembre la terra fu continuamente e di giorno e di notte tutta commossa"; mentre Del Nero sostiene addirittura che "dieci di' avanti i terremoti qui ne sentirno dieci per ora, e a Pozzolo non cessarono mai la terra di tremare"..

L'eruzione La dinamica dell'eruzione del Monte Nuovo e la successione degli eventi è abbastanza ben conosciuta grazie ad una serie di testimonianze di alcuni personaggi e cronisti dell'epoca che, per la loro curiosità ed interesse scientifico, furono testimoni in prima persona del fenomeno, recandosi essi stessi sui luoghi dai quali invece gli altri fuggivano, similmente a quanto era avvenuto quindici secoli prima con Plinio il Vecchio durante l'eruzione del Vesuvio nell'anno 79 d.C. Benché la cronologia indicata dai diversi autori non sia sempre di immediata comprensionePer esempio Delli Falconi e Marchesino usano indicare i giorni della settimana; il Toleto invece numera i giorni considerando il primo giorno dell'eruzione non il 29 settembre quando essa ebbe inizio (poiché era sera), bensì il giorno dopo, il 30 settembre, (la cadenza delle ore e della giornata non corrispondevano allora a quelle attualiNel ‘500 in Italia era ancora in vigore la suddivisione cronologica del giorno in uso presso i Romani, basata sulle ore di luce: il giorno e la notte venivano ambedue suddivisi in dodici parti, cominciando rispettivamente dall'alba e dal tramonto. Così la prima ora del giorno corrispondeva all'alba, la sesta ora più o meno a mezzogiorno, la dodicesima al tramonto. Altrettanto avveniva per la notte ma a partire dal tramonto. La giornata di 24 ore cominciava dunque all'alba e terminava all'alba del giorno successivo. Questo sistema verrà cambiato progressivamente solo nella seconda metà del Settecento ed infine imposto dai francesi: così solo a partire dal XIX secolo il giorno diventerà di 24 ore con inizio a mezzanotte. In quest'ottica quindi vanno tradotte e ricomprese tutte le indicazioni temporali che ci vengono date dai nostri cronisti cinquecenteschi relative all'eruzione del Monte Nuovo. Quando essi ci testimoniano che l'eruzione ebbe inizio all'ora seconda della notte del 29 settembre (se consideriamo che nel Golfo di Napoli il 29 settembre il sole tramonta alle ore 17:51 ora solare), essa corrisponde all'incirca alle ore 20:00 (e non alle ore 2:00 di notte come viene affermato e come sembrerebbe di primo acchito).), tuttavia dal confronto delle varie testimonianze tanto la dinamica che la sequenza delle diverse fasi eruttive risulta coerente e può essere riassunta come segue.

Sabato 28 settembre 1538: Il fenomeno si avviò intorno alle ore 12:00, allorché il mare si ritirò repentinamente di circa 370 m, lasciando sulla riva moltissimi pesci agonizzanti che dai Puteolani, felici, furono raccolti "a carrettate"; è stato calcolato che questo ritiro corrisponda ad un moto bradisismico ascendente di almeno 7,40 mQuesta misura, data da Antonio Parascandola, quasi certamente è eccessiva. Il Parascandola - cui va il merito di aver ricostruito nel modo più preciso tutto lo svolgimento dell'eruzione del Monte Nuovo (vedi sotto: bibliografia) — qui probabilmente erra, poiché attribuisce il ritiro del mare di 370 m (attestato dai cronisti) alla linea di costa puteolana, mentre in realtà si riferisce alla conca naturale che attualmente accoglie il lago Lucrino, e che nel 1538, prima dell'eruzione, si presentava come una baia marina (vedi più sotto: nota 12).

Domenica 29 settembre: intorno alle ore 8:00 di mattina fu notato che nella piccola vallata posta fra il Monte Barbaro, l'Averno ed il mare, la terra si era abbassata di circa 2 canne (corrispondenti a 4,23 m), dal quale avvallamento fuoriuscì un piccolo torrente sia di acqua fredda e limpida che di acqua tiepida e sulfurea (dunque l'eruzione intaccò sia la falda freatica che vene di acque termali). Verso le ore 12:00 nello stesso avvallamento si andò formando invece un rigonfiamento del terreno, descritto dai cronisti dell'epoca che lo videro formarsi "come quando la pasta cresce"; continuando questo bozzo a crescere, vi si aprirono infine dei crepacci. Verso le ore 20:00 si aprì la prima voragine, il "cumulo di terra" collassò ed ebbe inizio l'eruzione. La piccola valletta si squarciò e dalla spaventosa buca cominciarono a fuoriuscire fuoco, fumo, pietre, cenere asciutta e soprattutto cenere fangosa, il tutto accompagnato da forti boati.

Lunedì 30 settembre (primo giorno): per tutta la notte si sentirono forti boati. I Puteolani, investiti dalla pioggia di cenere, fango e pietre, e dai tremori dei terremoti, fuggono verso Napoli. A Lucrino l'eruzione cancella progressivamente il Monticello del Pericolo ed il villaggio di Tripergole postovi sopra, e colma l'insenatura marina su cui questi si affacciavano; parimenti distrugge e seppellisce la sorgente termale chiamata "Bagno di Cicerone" (ovvero "Bagno del Prato") ed i corrispondenti resti della villa di Cicerone detta "Cumanum" (o "Academia"). In giornata il viceré Don Pedro di Toledo viene con tutta la sua corte, molti cavalieri e qualche filosofo ad osservare il fenomeno attestandosi però alla chiesetta di San Gennaro alla Solfatara sia perché il luogo è un punto di osservazione straordinario di tutti i Campi Flegrei, sia perché non era possibile avvicinarsi a Pozzuoli per la fitta caduta delle pietre eruttate. Martedì 1º ottobre (secondo giorno): il Monte Nuovo finisce di formarsi nel giro di 48 ore. Nel frattempo da Napoli viene organizzata una processione con il prezioso busto contenente la reliquia della testa di San Gennaro. Mercoledì 2 ottobre (terzo giorno): l'attività eruttiva si modera di molto e il monte diventa visibile quando fumo e ceneri cominciano a diradarsi. Pietro Giacomo da Toledo "con più persone" ne approfitta per salire sulla sommità del monte e guardare dentro la caldera. Giovedì 3 ottobre (quarto giorno): tra le ore 15:00 e 16:00 nuova fase eruttiva, corta ma violentissima, tanto che "pietre grosse" raggiungono Nisida, spaventando non poco i barcaioli che lì stazionavano. Venerdì 4 ottobre (quinto giorno): il vulcano ritorna in uno stato di quiescenza ed emette solo "poco fumo". Il Marchesino è invogliato a recarsi di persona nei luoghi colpiti: vi si reca in barca attraccando a Pozzuoli per poi raggiungere il Monte Nuovo, salirci su, guardare dentro la caldera, ed infine dare uno sguardo a Lucrino e all'Averno. Sabato 5 ottobre (sesto giorno): continua la fase quiescente del vulcano che emette "poco fumo". Il Marchesino scrive la sua lettera-relazione. Domenica 6 ottobre (settimo giorno): sia la fase di apparente tranquillità del vulcano, che anche la giornata festiva invogliano numerose persone a scalare il nuovo cono. Ma nuovamente tra le ore 15:00 e 16:00 un'improvvisa e violenta esplosione, benché l'ultima, miete ben 24 vittime fra gli incauti scalatori.

I danni provocati dall'eruzione del Monte Nuovo non andarono oltre il raggio di circa 1 km; i materiali eruttati ricaddero soprattutto in loco: Pozzuoli fu sepolta da 30 cm di ceneri, Napoli da 2 cm (quanto bastò per insudiciare i bei palazzi nobiliari), mentre le ceneri più leggere, portate dai venti, riuscirono a raggiungere il Cilento, la Calabria e le Puglie.

Probabilmente nei mesi (o negli anni) successivi all'eruzione il suolo ridiscese progressivamente: secondo alcuni ritornando alla quota che aveva nel 1530; secondo altri abbassandosi di circa .

Una tavola conservata al Museo di San Martino a Napoli (edita da E. Duchetti a Roma nel 1586) che ritrae una veduta generale a volo d'uccello dei Campi Flegrei da Posillipo fino a Cuma, mostra un lago Lucrino praticamente inesistente.

Storia e documentazione Fonti scritte e testimoni oculari