Il Radioso maggio fu il periodo subito precedente l'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale, corrispondente al mese di maggio 1915. Durante tale periodo, si susseguirono in tutto il paese manifestazioni e scioperi che vedevano contrapposti due schieramenti: gli "interventisti" da una parte, che premevano per l'ingresso dell'Italia in guerra, e i "neutralisti" dall'altra, che al contrario speravano di tenere fuori il Paese dal conflitto. Questo periodo fu definito enfaticamente dai sostenitori dell'intervento come «radiose giornate» di maggio, mentre furono ribattezzate dagli oppositori come «sud americane giornate di maggio», per accentuare il carattere facinoroso e intimidatorio che ebbero gli interventisti..

Nonostante la diatriba tra i due schieramenti durasse ormai da quasi un anno, solo nel mese di maggio si ebbe una vera e propria escalation di avvenimenti che portarono in piena luce le contrapposte dinamiche delle forze popolari che si erano affermate in Italia durante il periodo di neutralità. A innescare gli eventi fu la crisi politica esplosa il 9 maggio 1915, giorno in cui Giovanni Giolitti si recò a Roma per prendere le redini della maggioranza parlamentare neutralista, cosa che imbaldanzì i deputati del medesimo orientamento, che erano la maggioranza, e scompaginò i piani dell'allora presidente del Consiglio Antonio Salandra e del re Vittorio Emanuele, gettando nello sconcerto le file degli interventisti. Salandra, convinto interventista, si era già legato con le forze dell'Intesa con un patto segreto che obbligava l'Italia a intervenire in guerra entro un mese dalla firma del patto stesso., ma Giolitti, che aveva la fiducia della maggioranza dei deputati della Camera, aveva tecnicamente anche il potere di revocare il patto. Solo l'imponente campagna editoriale e propagandistica, spinta dagli interessi economici di alcune grandi imprese interessate alle commesse militari, dai movimenti nazionalistici e dalla maggior parte della élite intellettuale della nazione, poté sovvertire il volere della maggioranza neutralista italiana, consentendo al governo Salandra di ratificare il patto e dare inizio il 24 maggio all'avventura bellica dell'Italia nella prima guerra mondiale..

Premesse

Allo scoppio della prima guerra mondiale il governo italiano si dichiarò neutrale, nonostante fosse legato ufficialmente agli Imperi centrali dal trattato della "Triplice alleanza"; dal quel momento in poi all'interno del paese si andarono a formare due diversi correnti politiche: da una parte coloro che erano a favore dell'entrata in guerra e dall'altra coloro che, al contrario, volevano tenere fuori il Paese dal conflitto. I neutralisti apparivano più numerosi degli interventisti, anche e soprattutto se misurati guardando le correnti politiche orientate verso il neutralismo.

Originariamente i neutralisti erano suddivisi tra conservatori, liberali giolittiani, socialisti e cattolici, ma durante la crisi di governo del maggio 1915 si ridussero di numero e a sostenere le ragioni del neutralismo rimasero solo i socialisti e i liberali, per poi ridursi al solo partito socialista quando fu chiaro che l'Italia sarebbe entrata in guerra.

I conservatori furono i primi a cambiare orientamento quando il notabilato, la destra liberale, gli agrari e gli uomini d'ordine si resero conto che la propensione del governo era per l'ingresso nel conflitto. E anche chi tra loro avrebbe preferito il rispetto della Triplice alleanza cambiò orientamento, seppur con rammarico e a fatica. In questo contesto nacque il concetto, rappresentato da Salandra stesso, di "sacro egoismo", ossia la volontà di ragionare per termini di mero calcolo politico, entrando in guerra nel momento più opportuno e in base ai compensi territoriali che si sarebbero potuti guadagnare. Come scrissero gli storici Isnenghi e Rochat: «Questa neutralità non ebbe nessun ideale, i conservatori stettero a guardare ragionando in termini di convenienza e, alla fine, si schierarono a favore dell'intervento a fianco dell'Intesa»..

I cattolici, dal canto loro, ribadirono fin da subito la loro propensione alla pace e allo spirito umanitario, nonostante la tradizionale simpatia per l'Austria-Ungheria quale baluardo della conservazione e paese fervente cattolico. Condizionati dalle decisioni del governo, i cattolici si dimostrarono tuttavia pronti ad appoggiare il nazionalismo e gli uomini d'ordine, e anche nei loro ambienti si assistette a una lenta conversione verso la guerra..

Un fattore decisivo per quanto accadde in Italia in quei dieci mesi fu indubbiamente lo scollamento e l'indecisione delle due correnti neutraliste più forti, i socialisti e la classe liberale. I primi, i più numerosi, in maggior parte sarebbero rimasti ostili alla guerra, ma dal gruppo si avviò fin da subito una sorta di "diaspora", che portò molti socialisti ad appoggiare il richiamo nazionale andando a gremire le file interventiste.. Caratteristica in questo senso fu l'attività del deputato socialista trentino Cesare Battisti, che percorse tutta l'Italia per convincere i suoi compatrioti che «l'ora di Trento è suonata» e che il socialismo non potesse ignorare le radici nazionali e le ragioni dell'appartenenza nazionale.. Tuttavia, la vicenda forse più rappresentativa delle divisioni interne ai socialisti fu la fuoriuscita del direttore dellAvanti! Benito Mussolini, prima dal giornale e poi dal partito stesso. Il 10 novembre Mussolini dichiarò che «il vecchio anti-patriottismo è tramontato» e cinque giorni dopo, sul primo numero de Il Popolo d'Italia, uscì il famoso pezzo Audacia, in cui Mussolini si espresse a favore della guerra. Il cambiamento di rotta di Mussolini non rimase una scelta personale, ma venne anzi condivisa dalla sezione milanese del partito e fu utilizzata dal mondo politico per evidenziare le divisioni interne ai neutralisti..

A ogni modo, il paese non si pronunciava in modo netto: la maggioranza "silenziosa" della popolazione era sostanzialmente neutralista, ma non aveva il coraggio di opporsi agli interventisti, i quali, sempre più baldanzosi e vociferosi, spadroneggiavano nelle piazze, godevano dell'appoggio dei giornali più potenti ed esercitavano una sorta di terrorismo ideologico contro cui nessuno si ribellava. Essi accusavano i pacifisti di essere gente ottusa, di corte vedute, con cui gli intellettuali e i giovani non volevano confondersi.. Il fronte interventista crebbe perché al contrario delle forze neutraliste, che non trovarono mai un progetto comune per raggiungere lo scopo, gli interventisti erano spinti da motivazioni e metodi comuni tra loro, che consentirono loro di diventare una forza compatta.. I fautori dell'intervento di parte progressista si rifacevano agli ideali della democrazia e della lotta contro le monarchie autocratiche e alla liberazione di Trento e Trieste. I nazionalisti parlavano di nuovi possedimenti in Dalmazia, del dominio sul mare Adriatico, del protettorato sull'Albania e di compensi coloniali. Tutti erano poi accomunati dalla paura di una perdita di prestigio politico se l'Italia fosse rimasta spettatrice passiva di una guerra dove i vincitori, quali fossero stati, non avrebbero dimenticato né perdonato e, se i vincitori fossero stati gli Imperi centrali, si sarebbero certamente vendicati della nazione che accusavano traditrice di un'alleanza trentennale. Secondo gli interventisti, questa guerra avrebbe inoltre vendicato tutte le sconfitte e le umiliazioni subite nel passato dagli Asburgo e avrebbe permesso di completare l'unità d'Italia con l'annessione delle terre irredente, che l'Intesa avrebbe assicurato all'Italia se si fosse schierata al suo fianco.

Il ruolo della stampa

Alla vigilia della grande guerra, i principali quotidiani di partito potevano contare su circa un milione di lettori: un numero relativamente alto, considerando l'elevato tasso di analfabetismo in Italia nel primo Novecento, che si attestava intorno al 46% della popolazione. Il mezzo stampa contribuì quale elemento fondamentale nella formazione dell'opinione pubblica delle piazze italiane durante il periodo di neutralismo, soprattutto nelle città, anche se non è possibile valutare quanto la stampa abbia effettivamente influenzato il governo. I quotidiani si "mobilitarono" subito dopo l'attentato di Sarajevo, quando in breve tempo tutti i giornali, in base al proprio orientamento politico, si schierarono a favore o contro la guerra.. Mentre il Corriere della Sera e i giornali giolittiani, come La Tribuna, La Stampa e Il Resto del Carlino, accolsero la notizia dell'attentato in modo cauto, senza prendere posizione, non così si può dire dei quotidiani filo interventisti, come Il Giornale d'Italia, la Gazzetta del Popolo e Il Secolo, dove divennero celebri gli interventi irredentisti di Cesare Battisti, e dove iniziò a circolare l'idea che l'Italia avrebbe dovuto denunciare l'alleanza con le potenze centrali a favore dell'Intesa. A tal proposito Gaetano Salvemini arrivò addirittura a sospendere per un breve periodo le pubblicazioni de L'Unità con un editoriale intitolato Non abbiamo niente da dire, in cui scrisse che la vittoria delle potenze militariste di Germania e Austria-Ungheria «soffocherebbe ogni movimento democratico, e dissiperebbe anche nei paesi vinti e neutrali ogni qualunque tradizione di libertà civile»..

I valori di pace e unità tra i popoli, che contraddistinguevano socialisti e cattolici, fecero sì che i quotidiani di quest'area politica si schierassero apertamente contro l'intervento e contro la guerra. Tuttavia, il neutralismo cattolico si andò via via attenuando nel corso dei mesi, mentre i socialisti dellAvanti! iniziarono fin da subito la loro campagna neutralista, che durò fino alla vigilia del conflitto, mantenendo un atteggiamento contrario alla guerra per molto più tempo rispetto alle loro controparti in Europa; queste ultime, in nome dell'unità nazionale, assunsero fin da subito un atteggiamento patriottico, avvicinando il loro elettorato alle necessità nazionali. Il giornale diretto da Mussolini, assieme ai dirigenti della CGdl e dell'USI, nell'agosto 1914 dichiarò addirittura che, in caso di sconfitta dei neutralisti, il proletariato sarebbe stato indisponibile alla guerra e avrebbe proclamato lo sciopero generale.. Nonostante ciò, in breve tempo anche tra i capi socialisti si poté assistere a una parziale inversione di tendenza. Il primo leader socialista a cambiare orientamento fu lo stesso Mussolini che, dopo il suo famoso articolo Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante, si dimise da direttore dellAvanti! per fondare Il Popolo d'Italia, un quotidiano che assunse fin da subito il ruolo di "faro" della stampa anti-giolittiana, finanziato dai gruppi industriali interessati all'intervento. A fianco di Mussolini si schierò subito il direttore della rivista La Voce Giuseppe De Robertis, cui si aggiunsero varie riviste della destra nazionalista, come L'Idea Nazionale e Il Dovere Nazionale, che diedero voce alle faziosità anti-neutraliste e liberticide degli intellettuali nazionalisti come Enrico Corradini, Francesco Coppola, Luigi Federzoni, Maffeo Pantaleoni, i quali con le loro invettive anti-neutraliste offrirono una sponda politica ideale a Gabriele D'Annunzio durante il cosiddetto "radioso maggio"..