Le marce (o carovane) della pace a Sarajevo sono state delle azioni dirette non violente messe in atto durante la guerra dei Balcani dal Movimento pacifista e nonviolento italiano in collaborazione con altre associazioni internazionali.
Le motivazioni Fin dall'inizio del conflitto, scoppiato con la proclamazione di indipendenza da parte del governo Croato nella primavera del 1991, il Movimento pacifista (già mobilitato in quei tempi dal coinvolgimento dello Stato italiano nella Guerra del Golfo) si mobilitò per promuovere iniziative diplomatiche che potessero scongiurare la deriva bellica.
Lo strumento individuato per intervenire nella zona fu quello della interposizione fisica tra le parti in conflitto. Partendo dal presupposto che, al seguito di persone famose e conosciute a livello politico e religioso, la copertura massmediatica internazionale avrebbe garantito la salvaguardia delle vite umane dei partecipanti, alcuni movimenti pacifisti italiani organizzarono carovane itineranti composte da centinaia di persone disarmate, con l'intento di invadere pacificamente i luoghi dove il conflitto era più acuto.
Le azioni dovevano risultare neutrali rispetto alle parti in conflitto, puntando sulla necessità di una mediazione che portasse a superare le ostilità. Erano quindi rivolte soprattutto ai membri di tutte le confessioni religiose presenti, per mezzo delle quali venivano sovente fomentati gli odi etnici.
La prima carovana di pace
Dal 25 al 29 settembre 1991 ci fu la realizzazione di una prima "Carovana europea di pace" promossa dalla co-presidente jugoslava Sonja Licht della Helsinki Citizens' Assembly e sostenuta in Italia dall'Associazione per la pace e dall'Arci. Scopo principale della carovana era “appoggiare tutti i movimenti e gli sforzi di pace in Jugoslavia, sostenendo la necessità di fermare subito la guerra, cercare una soluzione negoziata del conflitto, sottolineare il valore della democrazia come presupposto essenziale per trovare soluzioni adeguate, rispettare i diritti dei popoli e delle persone, in particolare delle minoranze, testimoniare e sollecitare il coinvolgimento delle istituzioni e dei cittadini europei nella composizione pacifica dei conflitti”.
Circa 400 cittadini, tra cui alcune autorità politiche (Eugenio Melandri, Luciana Castellina, Birgit Cramon Daiber, Cesare De Piccoli, il vice-presidente Roberto Formigoni, Giorgio Rossetti ed Alex Langer, deputati al Parlamento europeo), partendo a bordo di dieci pullman da Trieste e da Skopje raggiunsero Sarajevo, dove al termine di un'assemblea in piazza, con discorsi e canti in molte lingue, formarono una catena umana mano nella mano collegando la cattedrale cattolica a quella ortodossa alla moschea ed alla sinagogaCarovana per la pace, Osservatorio Balcani e Caucaso. La manifestazione si concluse con un concerto al quale presero parte anche i Litfiba, i Nomadi e il jazzista Gaetano Liguori.
Il Parlamento europeo sostenne esplicitamente la "carovana europea di pace" nella sua risoluzione sulla Jugoslavia dell'11 settembre 1991 (punto 18).
La marcia a Sarajevo La dichiarazione di indipendenza da parte del governo bosniaco il 3 marzo 1992 e il conseguente assedio alla città di Sarajevo, capitale della Bosnia ed Erzegovina il 6 aprile 1992 da parte delle forze serbe (conclusosi nell'ottobre 1995) fecero precipitare la situazione nei Balcani.
L'associazione padovana Beati costruttori di pace, guidata dal prete diocesano don Albino Bizzotto, decise di lanciare, dalle colonne del numero di settembre della omonima rivista ("Disarmati a Sarajevo"), un'iniziativa aperta a chi, interpretando le teorie della nonviolenza, voleva unirsi a loro per invadere pacificamente la città e interrompere così, anche se per pochi giorni, l'assedio, con lo slogan In 100.000 a Sarajevo poi corretto più realisticamente in Anch'io a Sarajevo. Risposero un centinaio di associazioni religiose e laiche, tra cui Arci, Acli, Pax Christi e l'Associazione per la pace.
L'azione diretta era supportata da una proposta politica elaborata dal prof. Antonio Papisca dell'Università di Padova che mirava a sostituire nei meccanismi decisionali l'Onu, visto come un organismo internazionale non più super partes, con una Onu (o diplomazia) dei popoli, costruita dal basso e avente come ossatura le organizzazioni umanitarie maggiormente riconosciuteProposta di società civile per un intervento di pace nei territori della ex Jugoslavia, 1991, e La cultura del pacifismo di fronte alla sfida dell’aggressione ai popoli: il diritto-dovere di ingerenza umanitaria, 1992 contenute in Pace Diritti Umani Agenda Politica: Idee e proposte sulla via istituzionale alla pace (a cura di Marco Mascia, Antonio Papisca), I Quaderni del Centro diritti umani n° 18, CLEUP Padova 2011. Il prof. Papisca chiarì i motivi politici dell'iniziativa dalle colonne di diversi giornaliPacifisti in prima linea a Sarajevo per sfidare indifferenza e cinismo, Avvenire 26 novembre 1992.
Per preparare i 1.500 aderenti all'iniziativa vennero organizzati dei corsi di formazione alle tecniche di azione diretta nonviolenta e all'applicazione del Metodo del consenso in collaborazione con la Rete di Formazione alla Nonviolenza (a Bologna, Roma, Napoli e a Torino, dove furono ospitati dai Salesiani dell'oratorio del Valdocco). Furono creati dei gruppi di affinità di circa 10 persone l'uno, dotati ognuno di un rappresentante ufficiale votato dai componenti, allo scopo di velocizzare la comunicazione ed i processi decisionaliv. S. Eandi, E. Euli, Anch'io a Sarajevo!: l'intervento formativo della RFN , Quaderni della Rete di Formazione alla Nonviolenza, n°2, Satyagraha, Torino, 1995, https://www.worldcat.org/title/anchio-a-sarajevo-lintervento-formativo-della-rfn/oclc/797780605.
La campagna fu completamente autofinanziata con una raccolta fondi che coinvolse anche la Campagna di obiezione alle spese militari e i giocatori del Avvenire, 12 novembre 1992.
Don Bizzotto compì un viaggio esplorativo nell'ottobre 1992, incontrando il vicesindaco della città, il rappresentante del centro internazionale di pace Ibrahim Spahic ed altre autorità politicheSenza confine n° 9, novembre 1992 e raccogliendo la loro richiesta di intervento, che venne fissato nella settimana tra il 7 ed il 13 dicembre. L'obiettivo era quello di giungere nella capitale il 10 dicembre in occasione della giornata internazionale dei diritti umani.
Intanto una parte della stampa nazionale accusava il movimento di ignaviaFranco Venturini, Gli indifferenti, Corriere della Sera, 11 novembre 1992 e di connivenza con i carneficiAngelo Panebianco, “Pacifisti giù la maschera”, Corriere della Sera, 19 novembre 1992.
Nonostante le numerose pressioni da parte del governo italiano per farli desistere, partiranno da Ancona 496 persone, tra i 18 e i 72 anni, di 8 diversi paesi (la stragrande maggioranza italiani, 43 spagnoli, una decina di inglesi e cinque monaci giapponesi), suddivisi in 36 gruppi di affinità. Tra loro 18 medici e 18 infermieri, i parlamentari Eugenio Melandri, Martino Dorigo, Chicco Crippa, Paolo Zanini e Galileo Guidi, il giornalista del Tg3 Raniero La Valle, il saggista Gianfranco BettinG. Bettin, Sarajevo maybe, Feltrinelli, Milano 1994, pag. 69 e seg., gli inviati di Avvenire, Giuliano Ragno, de Il manifesto, Mario Boccia, di Avvenimenti, Michele Gambino, e di Famiglia Cristiana, Alberto ChiaraIl ricordo della "marcia dei 500" nella città assediata, Famiglia Cristiana 13 gennaio 2008, http://www.stpauls.it/fc08/0802fc/0802fc49.htm, il padre dehoniano Angelo Cavagna, il guardiano francescano del Convento di Assisi Nicola GiandomenicoAndrò il 7 dicembre con cento pacifisti a Sarajevo, Avvenire 9 novembre 1992, il vescovo di Ivrea monsignor Luigi BettazziIl Risveglio popolare, 10 dicembre 1992 e il leader spirituale della marcia, il vescovo di Molfetta monsignor Tonino Bello. Il deputato Roberto Formigoni, dopo aver dato la sua adesione, deciderà all'ultimo momento di non partire, mentre il deputato Giovanni Bersani raggiungerà autonomamente la carovana a Spalato e la accompagnerà fino a Kiseljakconferenza stampa Beati Costruttori di Pace, 15 dicembre 1992, http://www.radioradicale.it/scheda/50754/50817-di-ritorno-da-sarajevo.
L'appuntamento viene fissato per la sera del 7 dicembre 1992 ad Ancona, dove ad attenderli è la motonave Liburnija. Ogni partecipante ha con sé cibo ed acqua per quattro giorni. La carovana è composta da dieci bus, due ambulanze della Regione Veneto e un pulmino verde che apre la stradaCristina Loreti, Rocca, 15 gennaio 1993.
Il viaggio è turbolento e la nave, rischiando il naufragio, arriva a Spalato la sera del giorno dopo con quasi dodici ore di ritardo. Subito dopo l'approdo la carovana prosegue per Makarska dove alloggia in un albergo. Il giorno seguente raggiunge il posto di blocco di Kiseljak dove viene fermata per due giorni dalle autorità serbe, alloggiando in una scuola offerta dal sindaco della cittadina.
L'11 dicembre alle 17, dopo lunghe contrattazioni e aver rifiutato ogni tipo di accompagnamento armato da parte delle truppe Onu, avviene l'ingresso in SarajevoSarajevo, missione compiuta, Avvenire 12 dicembre 1993. Un gruppo di dieci persone, tra cui il giornalista Alfio NicotraSenza confine n°1, gennaio/febbraio 1993, viene accolto dal vicepresidente del distretto di Ilidža (la parte occidentale della città in mano ai serbi), il comandante Velibor Veselinovic, che li trattiene nella zona sotto la sua influenza. Gli altri raggiungono la zona in mano ai musulmani e, dopo una notte passata in una scuola, partecipano il giorno successivo a varie iniziative con le confessioni religiose presenti. Don Tonino Bello pronuncia un discorso nel cinema "Prvi Maj" ricordando i motivi dell'iniziativa: Nel pomeriggio avviene il raduno presso il cinema Radnik, il ritorno a Kiseljak e poi l'imbarco a Zara per il ritorno. Le ambulanze verranno donate ai due contendentiAlberto Chiara, Famiglia Cristiana n° 52/1992.
Come detto, l'attenzione dei mezzi di comunicazione era tra gli obiettivi principali dell'iniziativa per garantire copertura politica ai partecipanti e anche per sperare in un ravvedimento da parte dell'Onu di fronte all'eco creata. Oltre ad alcuni quotidiani schierati politicamente, come l'AvvenireE poi non si dica dove sono i pacifisti, Avvenire 10 dicembre 1992, L'Unità, Famiglia Cristiana e il Manifesto (che pubblicherà il diario della marcia di Monsignor Tonino BelloIl Manifesto, 15 dicembre 2012), e alle riviste di area (Rocca, le riviste missionarie e pacifiste), il percorso della marcia fu seguito quotidianamente dall'inviato speciale del Tg5 Mimmo Lombezzi e da La Stampa, che attraverso il giornalista Oreste Del Buono manifestò una chiara simpatia per l'iniziativa, dedicando molti spazi nella rubrica “Risponde Odb” da lui curata e un articolo in prima paginaSarajevo l’altro “sbarco”, La Stampa 11 dicembre 1992. L'iniziativa fu invece stigmatizzata dai quotidiani di destraMarco Travaglio, Il Giornale 17 dicembre 1992ok l’olivo, ma adesso è meglio il mitra, Il Giornale 11 dicembre 1992, da Angelo Panebianco dalle colonne del Corriere della SeraOra scoprono l’America, Corriere della sera 10 dicembre 1992 e, con sorpresa, anche dal Movimento nonviolento, che in un editoriale su Azione nonviolenta a firma del presidente Stefano Benini e del direttore della rivista Massimo Valpiana criticò l'iniziativa per aver posto obiettivi irrealizzabili senza calibrarli in base alle reali possibilitàAzione nonviolenta, gennaio/febbraio 1993.