Soprannominato anche il Cavaliere Calabrese, in quanto nato in Calabria e fatto cavaliere da papa Urbano VIII durante la sua attività nella città papale, fu attivo nella penisola italiana, in particolare a Roma e Napoli, e a Malta, dove lavorò per tutta la seconda parte della sua vita.

Per la bellezza delle sue opere, Roberto Longhi lo ritenne: «[…] corposo e tonante, veristico e apocalittico […]».

Biografia Gli esordi calabresi Mattia Preti nacque a Taverna, in provincia di Catanzaro, piccolo centro della Sila catanzarese, terzo di una numerosa stirpe appartenente al ceto intermedio delle famiglie locali.. Fu battezzato il 26 febbraio 1613, un giorno dopo la nascita, nella chiesa parrocchiale di borgo San Martino, più precisamente nella cappella gentilizia di proprietà della madre del pittore, Innocenza Schipani, la quale apparteneva a una delle quattordici famiglie nobiliari di Taverna.

L'ambiente artistico in cui crebbe il Preti era verosimilmente ai margini della scena culturalmente più vivace del suo tempo; il clima che vi si respirava infatti non doveva discostarsi troppo dalla rielaborazione in chiave locale degli esempi del tardo manierismo napoletano, testimoniati dalla pittura di Giovanni Balducci, Giovanni Bernardino Azzolino e Fabrizio Santafede.

Già in tenera età il pittore fu affidato dal padre al suo precettore, don Marcello Anania, parroco della chiesa di Santa Barbara di Taverna, che istruì il pittore «nella grammatica e nelle buone lettere, nel corso dei quali studiò spinto da un genio naturale, solea copiare alcune stampe degli elementi del disegno lasciate in casa da Gregorio suo fratello, allorch'ei partì per Roma» e che di fatto fu quindi colui che facilitò i primi contatti con i circoli culturali romani.

A Roma (1630-1653)

Gli inizi con il fratello Gregorio (1630-1645) Nel 1630 si trasferì a Roma, dove abitò nei primi anni insieme al fratello maggiore Gregorio, anche lui pittore e di una decina d'anni più grande che giunse in città già due anni prima, nel 1628.. Qui il Preti conobbe le tecniche del Caravaggio e dei suoi seguaci, come Bartolomeo Manfredi, Tournier e Valentin de Boulogne, da cui fu fortemente influenzato. Nelle prime opere romane, così come in quelle esordienti di Taverna, si riscontrano due diverse mani nell'esecuzione delle tele a lui assegnate, con differenze qualità tra l'una e l'altra, con netto vantaggio in favore di Mattia, lasciando così intendere che i due fratelli avessero inizialmente un vero e proprio rapporto collaborativo durante le fasi iniziali della loro carriera artistica.

Al 1636 Mattia e Gregorio Preti risultano domiciliati nella chiesa di San Biagio a Montecitorio, mentre i loro nomi compaiono già negli elenchi degli artisti conosciuti dell'Accademia di San Luca, ma senza entrare a far parte dell'istituzione. Agli inizi degli anni '40 i due fratelli riscuotono già un discreto successo negli ambienti romani, con numerose opere di Mattia catalogate in importanti collezioni private della nobiltà locale ma anche con pregevoli commesse pubbliche. Sono di questi anni la tela della Flagellazione di San Giovanni Calibita, eseguita con la collaborazione del fratello Gregorio, nonché opere da cavalletto per una committenza specifica, con scene di musici, giocatori, o con scene su episodi evangelici.

Nell'autunno del 1641 Mattia Preti presenta una petizione a Papa Urbano VIII affinché dia facoltà al Gran Maestro dell'Ordine Gerosolomitano di essere ammesso nello stesso ordine con il grado di Cavaliere d'Obbedienza magistrale. Il 13 novembre dello stesso anno il papa Barberini darà il suo consenso alla richiesta, il 31 dicembre avvenne la prima registrazione della nomina, mentre il 31 ottobre 1642 il Preti fu ufficialmente ammesso all'Ordine di San Giovanni.. A questi anni risale la tela oggi a Dayton dellImperatrice Faustina che visita in carcere santa Caterina d'Alessandria, un tempo recante nella cornice originale lo stemma Barberini e che fu molto probabilmente eseguita come riconoscimento verso il cavalierato ricevuto, appartenuta prima a Taddeo Barberini (ante 1647), per poi passare a Matteo (nel 1655), fino al 1844 dov'è registrato il passaggio dalla collezione Barberini a quella del museo americano.

Gli interessi verso i modi neoveneti che negli anni '30 si riscoprirono a Roma furono motivo di sperimentazione stilistica anche per il Preti, che non si mostrò affatto distratto da questa corrente di pensiero. Riscontro in tal senso si ebbe con il gruppo di tele a soggetto mitologico per la galleria Pallavicini di Roma, in primis con il Ratto d'Europa, che mostra quanto il pittore calabrese non fosse anche in sintonia con il fare pittorico del Guercino.. Infatti, se è vero che Mattia Preti rimase a Roma per quasi venticinque anni, è pur vero che in questo lasso di tempo egli si recò comunque spesso in viaggio per l'Italia e l'estero (Spagna e Fiandre soprattutto), stabilendo contatti con i pittori emiliani della generazione precedente, quali Guercino e Giovanni Lanfranco, che influenzarono ulteriormente la sua pittura. Intorno al 1644 il pittore infatti non viene più citato con una certa continuità nei documenti di archivio romani, pertanto si ipotizza che proprio in quest'anno questi si sia recato a Venezia, dove apprese la pittura di Veronese, e forse anche a Firenze e a Bologna.

Le grandi commesse romane (1646-1651)

Dalla Pasqua del 1646 e fino al 1651 il pittore è segnalato di nuovo con una certa stabilità a Roma, residente assieme a Bartolomeo Dardovini, che poi si rivelerà essere un suo collaboratore, in una casa sita presso piazza di Spagna.

Il Preti riprese a lavorare sia per il collezionismo nobiliare romano, con opere segnalate nelle più illustri collezioni d'arte della città, come la Sacchetti, la Pamphilij, fra cui il Concerto, il Tributo della moneta e lAgar nel deserto, quella Barberini, Rondanini, Altieri, del marchese Raggi, sia per commesse pubbliche. In quest'ultimo senso si cui si segnalano gli affreschi dell'abside della basilica di Sant'Andrea della Valle, con scene del Martirio di Sant'Andrea poste sulla parete absidale, e le opere sullo stendardo processionale per l'abbazia di San Martino al Cimino, a Viterbo, dove esegui per la nobile Olimpia Maidalchini, legata alla famiglia Pamphilij, il Salvator Mundi nel lato frontale e lElemosina di san Martino in quello posteriore..

I lavori per Sant'Andrea della Valle si collocano tra le più importanti commesse della Roma barocca di quegli anni, dove il pittore fu incaricato nel 1650 dal cardinale Francesco Peretti Montalto di affrescare nella volta della navata quattro scene, dietro compenso di 800 scudi, con le Storie di sant'Andrea. Tuttavia, visti i tempi lunghi necessari per l'esecuzione, che non avrebbero consentito di rimuovere i ponteggi innalzati nella navata in tempo utile per l'arrivo del giubileo, hanno dirottato la commessa alle pareti dell'abside, dove le impalcature sarebbero state meno ingombranti; a questo punto le scene da ritrarre furono ridotte a tre (il Martirio, la Crocifissione e la Sepoltura del santo) dietro un compenso di 700 scudi. Terminati i lavori, che pagavano il prezzo di doversi confrontare con gli affreschi della cupola di Giovanni Lanfranco e dei peducci della stessa con gli Evangelisti del Domenichino, promotori dei cicli interni delle cupole che si sarebbero diffuse a Roma prima e a Napoli poi, il Preti non riuscì a ottenere gli elogi sperati dai committenti, che invece rimasero di fatto delusi dai lavori svolti, giudicati non in grado di comunicare con quelli dei due predecessori emiliani, richiamando addirittura il pittore calabrese a ritoccare le scene fin anche al 1661 inoltrato.

La parentesi modenese (1651) Il 4 ottobre del 1651 Mattia Preti fu chiamato da Francesco I d'Este alla corte di Modena per compiere alcuni lavori commissionati.. Gli incarichi erano essenzialmente lavori ad affresco, che furono richiesti per la cappella delle reliquie del duomo della città, dove eseguì la scena dellAssunzione della Vergine, interamente perduta nel corso dell'Ottocento, e quelli della chiesa del Carmine, oggi di San Biagio, per la quale eseguì cicli nella cupola, nei peducci, nella volta del coro e nel catino absidale.

Nell'abside il pittore raffigurò, con netta predominanza di collaboratori di bottega, un'''Orchestra di angeli musicanti, mentre la cupola, ascritta alla mano del Preti, vede la scena della Gloria del Paradiso, tipica delle decorazioni lanfranchiane. A differenza dei cicli romani di Sant'Andrea della Valle, dove il pittore calabrese sembra avesse guardato più a Pietro da Cortona che al Lanfranco, qui la lezione del maestro emiliano sembra invece esser stata appresa e rielaborata con maggiore consapevolezza, riuscendo infatti a rappresentare la scena con vortici di nubi e personaggi in perfetta stesura prospettica che regrediscono in una lettura concentrica della calotta.

A gennaio del 1652 i lavori modenesi risultavano già terminati ed il compenso pattuito di 2000 ducati per i lavori svolti furono terminati di esser corrisposti quando il Preti era già a Roma.

Gli ultimi lavori a Roma (1652) Rientrato a Roma Mattia Preti fu incaricato, insieme al fratello Gregorio, di eseguire due scene della Vita di san Carlo Borromeo ad affresco poste nella controfacciata della chiesa di San Carlo ai Catinari, che saranno di fatto le ultime commesse pubbliche romane. Ai lati della porta d'ingresso alla chiesa furono raffigurati a sinistra la scena dellElemosina del santo, assegnata a Mattia, mentre a destra quella del santo che riceve i missionari barnabiti, attribuito interamente a Gregorio.

Agli inizi del 1653 Mattia Preti è registrato ancora a Roma, dove figurerà tra i candidati alla carica di Principe dell'Accademia di San Luca, seppur la nomina non avvenne. Qualche mese dopo partirà alla volta di Napoli..

A Napoli (1653-1661) La scuola pittorica locale

Da marzo del 1653 Mattia Preti risulta a Napoli, dove si inserirà in un processo di rinnovamento delle tendenze artistiche, instaurando anche un rapporto di scambio reciproco di influenze con un altro grande pittore locale più giovane, Luca Giordano.. Nella città partenopea, il pittore divenne ben presto il principale esponente, assieme proprio al Giordano, nello sviluppo della scuola pittorica locale della seconda metà del secolo.

Il fatto che il Giordano abbia compiuto da lì a breve il passo decisivo verso una svolta stilistica della pittura napoletana del Seicento, fu per "meriti" anche del Preti, il quale, infatti assunse per il giovane pittore napoletano un ruolo di mediazione tra quello che è stato il primo naturalismo che ha caratterizzato la prima metà del XVII secolo e il barocco più assoluto che si sarebbe invece aperto per tutta la seconda metà del periodo.