Il referendum abrogativo in Italia del 2016 si tenne il 17 aprile ed ebbe ad oggetto l'abrogazione della disposizione con cui la durata delle concessioni per l'estrazione di idrocarburi in zone di mare (entro 12 miglia nautiche dalla costa) era stata estesa sino all'esaurimento della vita utile dei rispettivi giacimenti.

Malgrado la netta preponderanza dei suffragi favorevoli all'abrogazione della norma (pari all'85,85% dei voti validi), il referendum non produsse effetti poiché votò soltanto il 31,19% degli elettori residenti in Italia e all'estero: per l'efficacia della consultazione era infatti richiesta la partecipazione al voto della maggioranza degli aventi diritto (quorum).

È stato il quarto referendum abrogativo chiesto da almeno cinque Consigli regionali nella storia della Repubblica Italiana, dopo quelli del 1993 e 1997.

Contesto

La ricerca di idrocarburi liquidi e/o gassosi nel mare italiano può avvenire – con determinate limitazioni poste ai fini della salvaguardia delle coste e della tutela ambientale – solo in determinate «zone marine» individuate dal Parlamento o dal Ministero dello sviluppo economico. Dal 2013 sono vietate le nuove perforazioni nel mar Tirreno, nelle aree marine protette e nelle acque comprese entro le 12 miglia nautiche dalla costa; tuttavia, le concessioni autorizzate prima del 2013 possono continuare fino all'esaurimento delle risorse da estrarre.

In Italia sono presenti e autorizzate complessivamente 79 piattaforme marine, di cui 31 eroganti situate oltre le 12 miglia dalla costa e dalle aree protette e 48 eroganti entro le 12 miglia.

Produzione di idrocarburi Entro le 12 miglia sono autorizzate 9 concessioni (con 39 piattaforme) la cui autorizzazione è scaduta e ne è stata chiesta la proroga entro le 12 miglia (nel caso avessero vinto i «sì» al referendum, non sarebbero state prorogate): tali impianti hanno prodotto nel 2015 circa 622 milioni di metri cubi di gas (pari al 9% della produzione nazionale e al 1,1% dei consumi complessivi del 2014).

Sempre entro le 12 miglia, sono presenti altre 17 concessioni in scadenza dal 2017 e che termineranno nel 2027, che nel 2015 hanno estratto 1,21 miliardi di metri cubi di gas (pari al 17,6% della produzione nazionale e al 2,1% dei consumi 2014) e tonnellate di petrolio (circa il 9,1% della produzione nazionale e lo 0,8% dei consumi 2014). Queste concessioni, nel caso di vittoria del «sì» al referendum, non sarebbero state prorogate dopo il 2027.

Le piattaforme petrolifere vicino alla costa di Crotone (concessione di coltivazione D.C 1.AG in scadenza nel 2018) hanno prodotto nel 2015 circa 557 milioni di metri cubi di gas (pari all'8% della produzione nazionale, in calo costante a partire dal 2003 e meno di un quarto di quanto produceva nel 1994): la mancata proroga dell'autorizzazione potrebbe causare una perdita a livello nazionale pari allo 0,8% del consumo annuo di gas e allo 0,4% dei consumi totali. +Estrazione di idrocarburi negli impianti off-shore situati entro le 12 miglia dalla costa (anno 2015)Zona marina(Regione)Gas naturale(Sm³)Gasolina(kg)Olio greggio(kg)A – Emilia-RomagnaConcessioni: A.C 1.AG, A.C 2.AS, A.C 3.AS, A.C 4.AS, A.C 5.AV, A.C 8.ME, A.C 17.AG, A.C 21.AG, A.C 26.EA, A.C 27.EA, A.C 29.EA, A.C 30.EA e CERVIA MARE.B – Marche e AbruzzoConcessioni: B.C 1.LF, B.C 3.AS, B.C 5.AS, B.C 7.LF e B.C 8.LF.C – SiciliaConcessioni: C.C 1.AG, C.C 3.AG e C.C 6.EO.D – CalabriaConcessioni: D.C 1.AG e D.C 4.AG.Totale produzione entro 12 miglia (2015)Percentuale di produzione rispetto ai consumi nazionali 2,27% 0,91%Consumo nazionale (2015)

Dibattito sulla presenza di inquinanti legati alle attività estrattive in mare L'inquinamento prodotto in normali condizioni d'utilizzo su pesca e vita marina – insieme ai rischi di disastro ambientale in un mare chiuso in caso di malfunzionamento – sono due dei principali argomenti portati a sostegno del referendum.

Per quanto riguarda il primo punto, sono stati diffusi pochi dati sull'inquinamento nelle aree di estrazione. L'organizzazione Greenpeace ha pubblicato un report, basato su dati dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), che afferma come i fondali marini al di sotto delle piattaforme stiano superando i limiti di inquinamento nel 79% dei casi (i dati si riferiscono al 2014), con tassi di inquinanti nelle cozze più alti del 30% rispetto ad altre aree marine. L'ISPRA e il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, interpellati con un'istanza di accesso agli atti, hanno fornito dati relativi a 34 impianti sulla costa emiliano-romagnola, non dando informazioni sui rimanenti 100.

L'iniziativa referendaria Il 6 luglio 2015 due organizzazioni ambientaliste, il Coordinamento nazionale No Triv, l'Associazione A Sud Ecologia e Cooperazione ONLUS, hanno sottoposto alle regioni una proposta di referendum popolare sulle trivellazioni in mare, da indire senza ricorrere alla raccolta di firme ma avvalendosi del potere d'iniziativa che la Costituzione attribuisce alle regioni medesime. L'istanza, sottoscritta da 130 organizzazioni e da alcune personalità pubbliche, è stata ufficialmente inoltrata alle assemblee regionali il 3 settembre. L'11 settembre 2015 la Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali ha approvato all'unanimità la predisposizione di proposta referendaria.

Entro il termine del 30 settembre, come prescritto dalla legge., la richiesta d'indizione del referendum è stata formalmente approvata – con distinte delibere conformi – dai Consigli regionali di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto, otto dei quali erano accomunati da una maggioranza politica di centro-sinistra.

La regione Abruzzo si è successivamente ritirata dall'iniziativa nel gennaio del 2016.

La proposta referendaria comprendeva inizialmente sei diversi quesiti, inerenti rispettivamente alle proposte di: abrogazione della dichiarazione di strategicità, indifferibilità e urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi (articolo 38, comma 1, del cosiddetto «decreto Sblocca Italia», vale a dire del decreto-legge 12 settembre 2014, nº 133, convertito con modificazioni dalla legge 11 novembre 2014, nº 164); abrogazione della nuova procedura di approvazione del cosiddetto «piano delle aree» di estrazione degli idrocarburi (articolo 38, comma 1-bis, del cosiddetto «decreto Sblocca Italia»); abrogazione della nuova disciplina sulla durata delle attività autorizzate dal nuovo «titolo concessorio unico» (articolo 38, comma 5, del cosiddetto «decreto Sblocca Italia»); abrogazione del potere sostitutivo dello Stato di autorizzare, in caso di rifiuto delle amministrazioni regionali, le infrastrutture e gli insediamenti strategici, inclusi quelli necessari per trasporto, stoccaggio, trasferimento degli idrocarburi in raffineria e altre opere strumentali per lo sfruttamento degli idrocarburi medesimi (articolo 57, comma 3-bis, del cosiddetto «decreto Semplifica Italia», vale a dire del decreto-legge 9 febbraio 2012, nº 5, convertito con modificazioni dalla legge 4 aprile 2012, nº 35); abrogazione del potere sostitutivo dello Stato di autorizzare, senza concertazione con le regioni, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi (articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, nº 239); abrogazione della possibilità di proroga delle estrazioni fino all'esaurimento dei giacimenti, solo per le concessioni marittime già rilasciate che distano meno di 12 miglia nautiche internazionali dalla costa (articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, nº 152).

Il controllo della Cassazione Il 27 novembre 2015, l'Ufficio centrale per il referendum presso la Corte suprema di cassazione ha giudicato legittimi tutti i sei quesiti presentati dai Consigli regionali, riformulandone il testo in alcuni passaggi e attribuendo una denominazione a ciascuna delle richieste referendarie.

Nel dicembre del 2015, l'organizzazione ambientalista Greenpeace ONLUS ha commissionato un sondaggio d'opinione dal quale è emerso come la metà degli interpellati fosse a conoscenza dell'iniziativa referendaria; i pareri degli intervistati hanno mostrato inoltre una preponderanza della contrarietà alle trivellazioni in mare.

I provvedimenti del Governo e il vaglio della Consulta In un secondo momento, l'8 gennaio 2016, l'Ufficio centrale per il referendum è stato chiamato a riesaminare i quesiti, respingendo i primi cinque a causa delle modifiche promosse dal Governo Renzi e introdotte nel frattempo dal Parlamento con la legge di stabilità finanziaria.

L'unico quesito rimasto, volto a cancellare la facoltà di prorogare le estrazioni fino all'esaurimento dei giacimenti, è stato infine dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale il 19 gennaio 2016.

Il ricorso delle Regioni per la riammissione dei quesiti esclusi Alcuni fra i Consigli regionali promotori della consultazione hanno sollevato un conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato allo scopo di far riammettere due dei cinque quesiti non accolti dall'Ufficio centrale per il referendum. In particolare le Regioni lamentavano il fatto che il Parlamento, modificando parte della normativa sulle trivellazioni per iniziativa del Governo, avrebbe «legiferato su materie di competenza regionale».

Il ricorso è stato rigettato dalla Corte costituzionale il 9 marzo 2016 per un mero vizio di forma. I rappresentanti di cinque Consigli regionali (Basilicata, Campania, Liguria, Puglia e Sardegna), infatti, sono stati ritenuti «non legittimati» a sollevare il conflitto di attribuzione, in quanto carenti delle delibere consiliari che li autorizzavano a stare in giudizio (solo l'assemblea del Veneto aveva approvato tale delibera). Dal momento che il referendum deve essere richiesto da almeno cinque regioni, il ricorso è stato dunque respinto senza entrare nel merito.

La calendarizzazione

Convocazione dei comizi Il referendum abrogativo è stato fissato per il 17 aprile 2016.

In un primo momento, era stato proposto l'accorpamento alle elezioni amministrative. Tuttavia il Governo ha optato per la divisione delle due consultazioni. A favore dell'accorpamento si sono dichiarati i promotori e l'opposizione parlamentare, denunciando un'evitabile spesa aggiuntiva tra i 350 e i 400 milioni di euro(in realtà il risparmio sarebbe stato circa tra i 75 e i 100 milioni dato che le successive elezioni amministrative si svolgevano solo in un quarto del territorio nazionale). Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha inoltre dichiarato che il Governo non avrebbe potuto accorpare le consultazioni neanche se avesse voluto perché una legge lo impediva.

Il Presidente Sergio Mattarella ha firmato il decreto che indice il referendum anche in base all'articolo 7 del decreto-legge 98 del 2011 («Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria»), che prescrive l'obbligatorietà di abbinare elezioni di diverso grado tra loro in un'unica data nell'anno solare, senza prevedere il medesimo obbligo per i referendum. Vi è un unico precedente di accorpamento di un referendum abrogativo con un'altra consultazione: nel 2009, le operazioni di voto per tre referendum abrogativi si svolsero contestualmente al turno di ballottaggio delle elezioni amministrative.

Il ricorso amministrativo contro il mancato «election day»