La Vita bovinese

L'unica fonte agiografica che parli diffusamente del vescovo pugliese è una Vita, scritta fra il tardo XI secolo e i primi decenni del XIIcfr. da un amanuense a Bovino, città che custodiva, e custodisce, quelle che sono ritenute le spoglie del santo. L'autore anonimo, non ancora trentenne, ammette nell'incipit all'opera la sua inesperienza: questa si riflette infatti nello stile prolisso e poco chiaro che egli adotta nella Vita, nonché nel gran numero di circostanze stereotipate e sicure inaccuratezze vi inserisce..

La Vita si compone di tre capitoli: nel primo vengono narrati gli anni giovanili di Marco, nel secondo quelli in qualità di vescovo, e nell'ultimo i miracoli avvenuti per sua intercessione ai tempi dell'autore. A dire dell'autore stesso, la fonte dei primi due capitoli sarebbe un libellus, inizialmente conservato a Lucera. Dopo che l'imperatore bizantino Costante II, nel 663, distrusse la città nel tentativo di conquistare il Ducato di Benevento, esso sarebbe rimasto fra le rovine per 88 anni, finché fu finalmente nascosto. Nel 994 lo rinvennero poi due Bovinesi, che lo consegnarono alla Cattedrale ove già si trovavano i resti del vescovo. Molti, in realtà, ritengono che tale libellus non sia mai esistito e sia un pretesto per validare quanto veniva detto sulla vita del santo.; ;

Non si conoscono copie manoscritte superstiti della Vita. Nel 1631 il chierico Domenico Pietropaoli scrisse una versione in italiano delle vicende di san Marco, asserendo che l'originale a cui attingeva fosse custodito nel Tesoro della Cattedrale di Bovino. Benché non sia possibile rintracciare tale manoscritto, forse perito con l'umidità entro il XVIII secolo, quasi sicuramente esso fu lo stesso rilevato negli stessi anni da Heribert Rosweyde, e trascritto (con minime integrazioni) negli Acta Sanctorum editi dai Bollandisti.. La trascrizione della Vita, di cui segue un riassunto, è in .

Gli anni giovanili

Marco nacque a Aeca, città dell'Apulia che nel 663 sarebbe stata distrutta da Costante II, e sarebbe risorta solo nel 1018 con il nome di Troia.. Suo padre, Costantino, era un uomo ricco e osservante, che lo introdusse agli studi delle lettere. Dopo la morte di Costantino, Marco seguì il suo esempio di rettitudine. Giovanni, vescovo di Lucera, lo ordinò sacerdote. Marco divenne presto famoso per la sua devozione, il suo rigore nell'astinenza, la sua generosità verso i bisognosi. Condivideva l'abitazione con due ragazze, che educava alla religione.

Marco attirò così l'invidia di alcuni concittadini, che diressero una lettera al vescovo Giovanni per accusarlo di peccare di gola, praticare arti magiche, e fornicare con le due ragazze: chiedevano a Giovanni di punirlo, perché il suo comportamento avrebbe causato qualche sciagura alla città. Il vescovo, allora, inviò due diaconi, Vincenzo e Aristotele, a convocare Marco. Al loro arrivo, Marco pregò Dio perché lo aiutasse a superare le accuse, dopodiché offrì loro la comunione; ma solo Vincenzo accettò. Si misero quindi in viaggio. Aristotele durante il viaggio si affannò gravemente: allora Marco, vedendo una cerva con i suoi piccoli, le chiese di lasciare che Aristotele bevesse dalle sue mammelle. Miracolosamente, la cerva esaudì la richiesta: dopo che si fu ristorato, Aristotele cadde ai piedi di Marco implorando perdono.

Così, quando arrivarono al cospetto del Vescovo, i due diaconi raccontarono l'accaduto. Giovanni e Marco si diressero a cantare le Lodi mattutine: lì Marco udì i cori degli angeli che salutavano l'arrivo del nuovo giorno, e invitò il vescovo a pregare con lui, finché non li sentì anche lui. Ormai pienamente ricredutosi su Marco, il vescovo gli chiese di trattenersi lì per una settimana.

Gli anni come vescovo

Poco tempo dopo, Giovanni morì. Sia la popolazione che il clero chiedevano a gran voce che l'incarico di vescovo di Lucera fosse dato a Marco. Egli non si riteneva degno di ciò e tentò la fuga, ma fu presto ritrovato. Fu così eletto a capo della diocesi, e successivamente consacrato da papa Marcellino. In qualità di vescovo, Marco si premurò di continuare nell'astinenza, nella carità e nelle donazioni ai più poveri.

Soprattutto, però, Marco divenne presto famoso per i numerosi prodigi che operava. L'acqua passata attraverso le sue mani dopo le messe aveva poteri taumaturgici; inoltre egli esorcizzò un uomo posseduto e inviato dal demonio a minacciarlo.

Numerose persone, quindi, si rivolgevano a lui. In particolare è narrato che giunse alla sua cella un uomo che aveva sofferto di incessanti dolori alla testa, che lo avevano portato alla cecità; Marco gli ridiede la vista, pregando e imponendogli le mani. In un'altra occasione, mentre camminava per la piazza, una vedova lo implorò di far sì che le fosse restituito il figlioletto, appena morto. Convinto dalle insistenze della donna, Marco andò a casa sua; rimasto solo nella stanza con il corpo del bambino, pregò Dio di ripetere il prodigio della risurrezione già compiuto più volte tramite i profeti e Gesù. Fu esaudito, e poté restituire il bambino alla famiglia.

Colpito da febbre, Marco morì a 62 anni. Al suo decesso fu onorato da una folla di chierici e di popolo, i quali percepirono un odore di santità emanato dal suo corpo. Il giorno della sua deposizione è celebrato il 7 ottobre. Per testamento aveva dichiarato di voler essere sepolto a Bovino: la sua volontà fu rispettata e sul suo corpo fu costruita una chiesa.

I miracoli al tempo dell'autore

Un forestiero, gravemente invalidato e reso storpio da una malattia, da lungo tempo viveva di elemosine a Bovino, e pregava intensamente Dio e san Marco vescovo affinché fosse guarito. Un giorno un gruppo di ragazzini davanti alla chiesa del santo iniziò a scagliargli contro delle noci; impossibilitato a muoversi, lo storpio cominciò a pregare: all'improvviso fu guarito e poté ergersi in piedi. I chierici e l'allora vescovo Addone, unanimemente, iniziarono ad intonare lodi.

Un parente dell'arciprete bovinese della chiesa di Santa Maria madre di Dio intraprese un viaggio per visitare alcuni familiari; ma, colto da una grande fiacchezza, riuscì a stento a tornare a casa, dove presto rimase interamente paralizzato. Così chiese di essere trasportato alla chiesa di san Marco. Lì i parenti lo nutrivano e, unitamente al vescovo, frequentemente pregavano san Marco di concedere una grazia al sofferente. Questa situazione durò per un anno; il paralitico diceva di vedere, di notte, i santi che cantavano lodi a Dio. Una notte apparve san Marco, si rivolse al paralitico e gli porse la mano. Il paralitico miracolosamente si sollevò per raggiungerla, mentre san Marco spariva; e fu così guarito.

Un calzolaio di Bovino, ricco e poco osservante, un giorno fu posseduto dal demonio che lo costringeva a contorcersi. Gli amici in lacrime lo portarono alla chiesa di San Marco, dove di notte ebbe un attacco particolarmente forte. Essi pregarono fino all'alba. Dopo un giorno di calma, la notte successiva l'uomo fu di nuovo assalito, e diceva di vedere il demonio nella chiesa. La moglie dell'uomo, distrutta, andò a casa e dispose di donare ai poveri le ricchezze del marito. Poi i chierici operarono un esorcismo: gli imposero le mani, lo cosparsero di acqua santa, e invocarono l'intervento di san Marco. Immediatamente l'uomo fu liberato dalla possessione.

Una donna povera aveva avuto un braccio atrofizzato per tre anni, e inutili furono i suoi tentativi di rivolgersi ai dottori. Iniziò, con grande zelo, recarsi a messa regolarmente sia alla chiesa di Santa Maria madre di Dio, sia a quella di san Marco. Un giorno, poco prima delle celebrazioni annuali per il santo vescovo, subito dopo le preghiere dei Vespri, il braccio della donna guarì davanti alla folla.

Critica storica

Alla critica moderna, i contenuti dei primi due capitoli della Vita sembrano in gran parte un'invenzione dell'autore. La sua opera rispondeva all'esigenza, da parte degli abitanti di Bovino, di sapere chi fosse il san Marco di cui la loro cattedrale custodiva le spoglie. Ed era un espediente comune, all'epoca, quello di fingere di avere a disposizione fonti più antiche per giustificare i racconti delle vite dei santi.

Alcuni elementi nella Vita sono infatti luoghi comuni dell'agiografia medievale, come l'incontro con la cerva e il tentativo di fuga. Altri sono poco degni di credito: il fatto che Marco vivesse sotto lo stesso tetto di due ragazze sembra un comportamento fin troppo incauto; e neanche si può immaginare un motivo per cui Marco debba aver chiesto di essere sepolto a Bovino.; ;

Tuttavia, in documenti più antichi della Vita si trovano alcuni segni della storicità del personaggio, e indizi che fanno sembrare la Vita più un racconto distorto che un'invenzione ingiustificata.

Nel Martirologio geronimiano, più precisamente nel codice Epternacensis redatto nell'Italia meridionale a partire dal V secolo, appaiono di seguito, sotto la data del 5 novembre i due elogi «In Capua Quarti confessoris; In Ecas Marci episcopi». Altri codici dello stesso martirologio presentano questa coppia con apparenti errori di trascrizione, anche mischiando i due elogi insieme..

Un'altra menzione di Marco vescovo è negli atti del martirio dei santi Dodici Fratelli, scritti nell'VIII secolo forse su commissione del duca di Benevento Arechi II che fece traslare i loro corpi nella capitale.. Secondo questi atti due di essi, Donato e Felice, furono uccisi il 1º settembre 298 a Sentianum sotto l'imperatore Massimiano:

Infine, ancora nel XII secolo, il Chronicon di Romualdo II Guarna di Salerno parla di nuovo di Marco, vescovo di Eca sotto gli imperatori Diocleziano e Massimiano, morto martire (magari durante la persecuzione del 303)..

La prima cosa che spicca da questi dati è che, a Benevento e Salerno, Marco era ricordato come vescovo di Eca e non di Lucera, come vorrebbe invece la Vita. Anche il codice Epternacensis sembra suggerire la prima versione. È probabile che l'autore della Vita abbia attribuito il vescovo Marco alla diocesi di Lucera perché riteneva che Aeca dipendesse da quella sede: ai suoi tempi, anche ammesso che Troia fosse stata già fondata ed avesse ereditato la sede vescovile dal precedente insediamento di Aeca, questo era accaduto poco tempo prima. Aeca era stata distrutta nel 663, e durante i secoli che intercorsero fra questo evento e la fondazione di Troia, il territorio della città aveva effettivamente fatto parte della diocesi di Lucera.

Inoltre, potrebbe aver contribuito ad ingenerare confusione il fatto che Lucera ebbe effettivamente un vescovo di nome Marco, nell'VIII secolo. Addirittura, forse in tempi precedenti ebbe davvero qualche altro vescovo originario di Aeca. Comunque è da notare che l'amanuense bovinese non abbia scartato la memoria di un legame fra san Marco e Aeca, che nella sua versione diventò la città natale del vescovo..

Per lungo tempo il san Marco del Geronimiano fu tenuto distinto dal protagonista della Vita: il bollandista Jean Stiltingh nel XVIII secolo., e il suo successore Hippolyte Delehaye., suggerirono che i due personaggi fossero in realtà lo stesso. Tradizionalmente, la figura di san Marco Vescovo di Lucera ebbe molto più successo, sulla spinta dell'opera di Domenico Pietropaoli poi ripresa anche in Italia sacra di Ferdinando Ughelli. Quest'ultimo, fra l'altro, non menziona nessun Marco fra i vescovi di Eca, ma solo un Marciano nel primo VI secolo.. Per la verità, in Campania si diffuse anche la tradizione erronea che Marco fu vescovo di Bovino..