Vecchiaia è un termine che indica l'età nella quale compaiono i primi segni di una debilitazione progressiva delle funzioni vitali fisiche e, talora, intellettive dell'individuo.Enciclopedia Italiana Treccani alla voce corrispondente.

Questo periodo finale della vita dell'uomo, nella storia del pensiero, è stato giudicato in modi diversi e contrastanti. L'idea di vecchiaia ha presentato nella storia non un'evoluzione lineare ma una concezione complessa che vede alternarsi rispetto e indifferenza, derisione e venerazione, abbandono e assistenza sociale: comportamenti questi causati da una molteplicità di fattori come la struttura della famiglia, patriarcale o nucleare, la trasmissione orale o scritta della cultura,La diffusione dell'alfabetismo ha diminuito nell'anziano il ruolo di trasmettitore di cultura, miti e saperi (Gabriella Ba, Strumenti e tecniche di riabilitazione psichiatrica e psicosociale, FrancoAngeli, 2004, p. 78. i modelli di bellezza ecc.G.Guarini, La vecchiaia ieri, oggi, domani, 2008, p. 1.

Età antica

Cultura greca

Nella cultura greca più antica il primo modello mitico di vecchio riguarda Omero rappresentato come kalòs géron ("bel vecchio")Paul Zanker, The Mask of Socrates: The Image of the Intellectual in Antiquity, University of California Press, 1995, p. 52.: un uomo con una folta barba, segnato dall'età, ma con un'espressione di saggezza e di quella considerazione che la società greca arcaica riserva ai gerontes ma anche ai giovani che incarnano l'ideale della kalokagathìa. Ubaldo Nicola, Atlante illustrato di filosofia, Giunti Editore, 1999 p.27 Nei poemi omerici vengono descritte figure contrastanti di vecchi: al saggio Nestore dell'Iliade è contrapposto il vecchio Laerte, sventurato personaggio dell'Odissea. Nell'Iliade sono gli dei a concedere una "buona vecchiaia" tale che alla degenerazione del corpo corrispondano esperienza, saggezza ed eloquenza: doni riservati a chi è più vicino per età al mondo dell'al di là. La figura del vecchio saggio rappresenta comunque qualcosa di eccezionale riservata a quei pochi che, andando oltre la breve durata media della vita, eccezionalmente arrivavano a vivere fino a 70 anni.

La rappresentazione dei filosofi presocratici avvenuta in età ellenistica, quando si volle dare dei filosofi una raffigurazione fisica, che per il tempo trascorso dalla loro morte più nessuno poteva testimoniare, è fatta secondo uno schema preciso tale che i loro aspetti si somiglino tra di loro poiché ciò che interessa non sono più tanto le fattezze fisiche quanto magnificare le qualità del cittadino-filosofo. I personaggi rappresentati allora sono vecchi, poiché la vecchiaia è saggezza, hanno una fronte ampia, barba, calvizie e occhi penetranti e corrucciati per il travaglio del pensiero. Si vuole dare l'idea del vecchio che, benché presenti caratteristiche fisiche che hanno oltraggiato il suo aspetto, tuttavia rappresentano l'ideale di una vita saggia condotta nel rispetto delle leggi.

In questo panorama culturale costituisce un'eccezione notevole il ritratto scultoreo di Socrate sileno. Socrate fu descritto dai suoi contemporanei, Platone, Senofonte e Aristofane, come fisicamente "brutto"Platone, Simposio 215 B-C; Senofonte Simposio, IV,197; Aristofane, Le nuvole.. In particolare, nel Simposio, Platone lo accosta alla figura dei "Sileni": quegli esseri propri della religione greca, a metà tra un demone e un animale, che formavano i cortei del dio dell'ebbrezza, Dioniso. Ma la "bruttezza" di Socrate cela, come una maschera, qualcos'altro: All'etica arcaica del bello aristocratico si contrappone ora l'etica dello spirito che non si cura più della bellezza fisica.

Nei poeti lirici greci la vecchiaia è considerata nel suo aspetto impietoso di decadimentoFrancesco Piazzi, Hortus apertus - Autori, testi e percorsi, Cappelli Editore 2010.: Teognide (prima metà del VI secolo a.C.) rimpiange la giovinezza:

Tirteo auspica che i più giovani si prendano cura dei vecchi, Mimnermo rifiuta la vecchiaia «sentita come un'ingiustizia estetica»Raffaele Cantarella, Storia della letteratura greca, Nuova Accademia, 1962, p. 174. e spera di morire prima che sopraggiunga:

Saffo sembra invece rassegnarsi ai danni del tempo:

Per Anacreonte (570-485 a.C.) la senilità è un male naturale a cui non si può sfuggire. Solone (640-560 a.C.), autore dell' Elegia della vecchiaia, come legislatore promulga una legge che obblighi i figli al mantenimento dei genitori anziani.

Nella struttura sociale della polis Atene considera meno politicamente importante il ruolo degli anziani rispetto a Sparta che aveva una gerusia, un consiglio degli anziani che educavano i giovani offrendo loro esempi di vita e di saggezza e, quando necessario, impartendo giuste punizioni. Anche ad Atene vigeva il rispetto per gli anziani ma, come afferma Lisandro:

Questo periodo cruciale della vita umana non poteva non essere espressamente considerato dalla riflessione filosoficaMassimiliano Sardina, Una vecchia storia. Storia della vecchiaia dalla Grecia arcaica alla tarda antichità in Amedit-Amici del Mediterraneo, trimestrale di Storia, Arte, Cultura, Costume, Società. a cominciare da Democrito (460-370 a.C.) che giudica la vecchiaia pregna di valori più dell'età giovanile. Rettamente Platone (427-347 a.C.) non crede che la senilità possa essere sempre garanzia di saggezza ed equilibrio anche se l'esperienza passata dà ai vecchi maggiore complessità intellettuale. La vecchiaia inoltre è un'occasione per rafforzare le virtù spirituali messe alla prova dalla decadenza fisica. Il senso naturalistico porta Aristotele (384-322 a.C.) a considerare che è la phthìsis (la debolezza) che stravolge le capacità intellettuali e altera il carattere dei vecchi.

Cultura romana

Diversamente dalla gerusia spartana in Roma il senato, nonostante il nome derivato da senex (vecchio), annoverava anche membri dall'età giovanile ma certo era la gerontocrazia, (auctoritas seniorum), come testimoniano le opere di Livio (59 a.C. – 17 d.C.), a dominare nella società romana dove prevaleva l'autorità del pater familias e dei capostipiti delle gentes, ricordati e venerati nel culto degli antenatiM. Sardina, op.cit.. Lo stesso Livio però testimonia un conflitto generazionale d'età e di opinioni che viene ricostruito nello scontro oratorio tra iuniores e seniores che rivela come nella Roma degli inizi del III secolo a.C. fosse in atto un processo di disgregamento della classe oligarchica dove i tradizionalisti, rappresentati dai più anziani, ormai ridotti di numero per la sostituzione dei più giovani alle cariche pubbliche durante le guerre puniche, dovevano sgomentiC. M. Bonnefond, Senato e conflitti di generazioni nella Roma repubblicana; l'angoscia dei "patres conscripti" in AA.VV. La paura dei padri nella società antica e medievale, Roma-Bari, 1983 p. 80.Y. Thomas, Paura dei padri e violenza dei figli: immagini retoriche e norme di diritto in AA.VV., p. 83 e pp. 115-140. cedere il campo al gruppo dei giovani seguaci della famiglia degli Scipioni che addirittura avevano creato il culto di Iuventas che dava una coloritura religiosa all'ideologia giovanileJ.P. Neraudau, La jeunesse dans la litterature et les institutions de la Rome repubblicaine, Paris 1979, pp.358-366

Nel 44 a.C., il grande vecchio del senato repubblicano, Cicerone, scrive a 62 anniPone a 46 anni l'inizio della vecchiaia Cicerone, (Cato Maior), a 60 Gellio, (Notti Attiche, 10,28)., il Cato Maior de senectute dedicato all'amico sessantaseienne Tito Pomponio Attico, un'opera dove il protagonista Catone dialoga con il giovane Scipione l'Emiliano e l'ancor più giovane Lelio, rivendicando la convinzione che i vecchi possono continuare ad avere una vita politica attiva:

Un'opinione questa condivisa da Cicerone che tuttavia non manca di evidenziare i difetti dell'età avanzata, come la scontrosità, l'irascibilità, dovuti però più al carattere dei singoli che alla vecchiaia in sé. Viene quindi introdotta la riflessione sulla morte che non riguarda solo i più anziani, come dimostra la fine prematura di tanti giovani. È proprio degli spiriti nobili e saggi attendere la fine con animo sereno, costituendo così un esempio per la maggioranza degli uomini, poiché la morte o è il nulla (e in tal caso nulla vi è da temere, secondo la concezione epicurea), o significa una vita migliore per chi ha vissuto con rettitudine. Catone richiama per sommi capi le dottrine pitagoriche e platoniche sull'anima immortale e augura, infine, agli amici di poter raggiungere l'età avanzata e quindi di provare per esperienza ciò che hanno appena appreso dalle sue parole.

Nei primi due secoli dell'età imperiale il senato perde autorità ma la gerontocrazia continua immutata ed anzi ora gli anziani possono godere di leggi a loro tutela come l'obbligo di mantenimento; gli appartenenti alla classe alta possono occupare cariche senza limiti d'età e, una volta ritiratisi a vita privata, possono dedicarsi all'otium agreste o esercitare il lavoro di anziani e saggi educatori dei giovani: riproponendo così il modello passato dei greci nell'accomunare il senex all'intellettuale filosofo.

Nella letteratura la vecchiaia è considerata in modo ambivalente: viene elogiata quando le si attribuisce il valore di occasione per un accrescimento spirituale al cessare dei travagli delle passioni («Quanto è dolce l'aver stancato le passioni ed essersele lasciate alle spalle!»Lucio Anneo Seneca, De brevitate vitae.), satireggiata quando non accetta il decadimento fisico ed aspira a un'impossibile e ridicola falsa giovinezza.

Sino all'inizio del V secolo d.C. non compaiono cambiamenti nella considerazione della vecchiaia nel mondo romano dove prevale il valore della mutua assistenza tra padri e figli. La Chiesa cristiana sin dall'inizio della sua costituzione segna un punto di svolta rispetto alla considerazione della vecchiaia: incamera lasciti testamentari (dal 321 d.C.), assiste i vecchi abbandonati e quelli poveri. Nasce la figura del senex bonus e nella carriera ecclesiastica l'anziano viene visto come garanzia, specie negli ordini monastici, di sobrietà, saggezza e, come nell'asceta, di rinunzia alle passioni.

Medioevo

Nel trattato del 1556 di Bartholomaeus Anglicus Le grand propriétaire de toutes choses, très utile et profitable pour tenir le corps humain en santéBartholomaeus Anglicus, Le grand propriétaire de toutes choses, très utile et profitable pour tenir le corps humain en santé, Jean Longis, 1556. si afferma che nel Medioevo la vecchiaia era considerata come una perdita del discernimento e di ogni inibizione tale da ricondurre l'anziano all'età infantile. A questa prima fase seguirebbe la "senies", la fase finale del deterioramento fisico che porta alla morte.

Dal V secolo fino al X, la debolezza che rende i vecchi inabili alle armi viene considerata l'elemento fondamentale per lo svilimento dell'anziano: i visigoti stabiliscono per l'omicidio di un uomo libero di oltre 65 anni un indennizzo di 100 soldi, se la vittima aveva invece dai 20 ai 50 anni si pretende un risarcimento di oltre 300 soldi.G. Minois, Storia della vecchiaia dall'antichità al Rinascimento, Laterza, Bari 1988, pp. 126-127. Il lessicografo bizantino Suida (X sec.), per dire che i vecchi servivano praticamente a poco, ci tramanda questo antico proverbio greco:

La nave molto vecchia non passerà il mare (Ναῦς παλαιὰ πόντον οὐχί πλώσει.)Suida, Lexicon, graece et latine. Tomo II, p. 601. Halle e Brunswick, 1705.

La Chiesa non sembra dedicare particolare attenzione ai vecchi che sono accolti negli ospizi e negli ospedali senza differenze assieme ai poveri, alle vedove, agli orfani, ai malati. Gli autori cristiani nelle loro opere parlano della vecchiaia vedendo nel numero degli anni valori simbolici e morali in base ai quali Sant'Agostino, per il quale la vecchiaia inizia a 60 anni e arriva a 120, elabora la divisione della vita in sette età, poi ridotte a sei, che corrispondono all'età del mondo: