Illasi (Ilàsi in veneto) è un comune italiano di abitanti, della provincia di Verona in Veneto. Il comune fa parte delle città del vino e dell'unione comunale "Verona Est" (Caldiero, Colognola ai Colli, Illasi e Mezzane di Sotto).

Nel 2014 era stato presentato un progetto di fusione con Belfiore, Caldiero e Colognola ai Colli per formare un unico comune.

Geografia fisica Illasi dista 22 chilometri da Verona. Rispetto al capoluogo è in posizione nord est.

È uno dei primi paesi che si incontrano salendo la verdeggiante Val d'Illasi, che prende il nome dall'omonimo torrente (dagli abitanti chiamato semplicemente "Progno").

Situato nella fascia pedemontana ai piedi delle prime alture dei Monti Lessini, confina a nord con Tregnago, ad est con Cazzano di Tramigna, a sud con Colognola ai Colli e ad ovest con Lavagno e Mezzane di Sotto.

Come giurisdizione ecclesiastica il comune di Illasi fa parte della diocesi di Verona e sul suo territorio si trovano le parrocchie di Illasi (intitolata a san Giorgio) e Cellore (intitolata a san Zeno vescovo).

Origini del nome Il nome Illasi sembra derivi dal nome di Illasius o Gelasius, un veterano dell'esercito romano, a cui fu dato un appezzamento di terra.

Storia

L'età preistorica: la necropoli di Arano Il territorio di Illasi è stato abitato fin dall'età preistorica. Se fino a pochi anni fa, unici indizi erano le tracce di selci lavorate che sono state ritrovate sul monte Garzon, a nord della frazione Cellore, ogni dubbio è stato fugato nel 2007. Presso la località di Arano, durante degli scavi per un cantiere è emersa una vasta area sepolcrale, che gli archeologi hanno datato fra la fine del III e gli inizi del II millennio a.C. (fine Età del rame – inizi Bronzo Antico). Sono state individuate 62 tombe, in cui erano deposti 73 individui. Il ritrovamento è stato definito dagli studiosi "una delle più significative testimonianze dei riti e dei culti funerari praticati in Italia settentrionale all'alba del 2000 avanti Cristo". Non si tratta di tumuli, ma di fosse scavate nel terreno, di circa 70 cm di profondità, con le pareti foderate di ciottoli. I corpi, deposti in posizione fetale, erano coperti da un assito a sua volta ricoperto con grossi ciottoli. Alcuni corpi hanno il capo a nord, altri a sud, ma quasi tutti rivolto a occidente.

In 14 tombe è stato trovato un semplice corredo: perline di pietra e di ceramica, un bicchiere di ceramica con dei denti, un pomolo di corno di un pugnale, un filo di rame o di bronzo e la punta metallica di un pugnale. Quattro sepolture sono più antiche, forse dell'Età del Rame, che nella zona alpina ha preceduto di circa mille anni quella del Bronzo.

Sul margine nordest della necropoli, ad un livello più profondo di circa 50 centimetri, e quindi più antico, si è notato un acciottolato a forma di triangolo isoscele con la base a est di 18 metri e i lati di 25 metri e tre sepolture sulla linea di base, prive di corredo. Analoghe strutture, definite megalitiche, si trovano solo a Sion (Le Petit-Chasseur), a Aosta (Saint-Martin-de-Corléans), a Velturno, e per alcuni elementi a Sovizzo (Vicenza). La forma triangolare potrebbe rappresentare un pugnale, simbolo di potere, per cui i corpi sepolti sarebbero quelli di tre personaggi importanti della comunità, o la prua di una nave, che porta i defunti verso ovest, nella direzione del tramonto e del regno dei morti.

L'età romana In epoca romana, così come tutto il territorio circostante, Illasi è zona di centuriazione: divisa in appezzamenti distribuiti ai veterani delle legioni, che da soldati divenivano agricoltori. La coltivazione principale era probabilmente quella di cereali, visto l'antico nome della Valdillasi, "Longazeria", dal latino 'longa' e 'cerea'. Diverse ritrovamenti confermano questa presenza: nel 1796 una piena del torrente Progno in località Cisolino porta in luce un monumento funerario della gens Sertoria (ora custodito al Museo Maffeiano di Verona), un'iscrizione scoperta in località Sorcé è oggi murata all'ingresso del Municipio, e altro materiale è affiorato nei secoli (monete, urne cinerarie) specialmente in località oggi ai confini del comune come San Colombano e Gusperino. Non sono state però scoperte ville signorili, il che fa pensare a una popolazione essenzialmente di piccoli proprietari contadini.

L'età barbarica In età barbarica il territorio continuò ad essere abitato: una piccola necropoli longobarda fu scoperta durante gli scavi per la costruzione della parrocchiale di Cellore, nel 1878. Furono rinvenuti importanti reperti, risalenti al VII secolo: due croci in lamina d'oro e numerose armi di corredo funebre (scudi, spade, cuspidi di lancia, coltelli). Purtroppo dei venti pezzi oggi ne rimangono, presso il Museo di Castelvecchio, solo nove, fra cui uno splendido umbone (decorazione da scudo). La chiesa di Santa Giustina fu uno dei primi centri di evangelizzazione della provincia di Verona, assieme alla pieve di Santa Giustina a Palazzolo. Da qui partirono i missionari che diffusero il cristianesimo nelle campagne dell'Est Veronese, probabilmente già dal V secolo in poi, e vi si svolgeva la più importante fiera della valle. Tuttavia dell'edificio, che doveva essere significativo, oggi resta solo fra gli olivi il suggestivo campanile del X secolo, con annessa chiesetta del XVIII secolo.

L'età medievale

Gli abitanti di Illasi, oltre ai villaggi maggiori, nel medioevo erano sparsi in numerosi piccoli insediamenti, ancora identificabili oggi:, come Arano, Sorcè, Semonte, Colarè, Pagnaghe, Cisolino, Gusperino, Figarolo, Valnogara, Montecurto ecc. Il territorio di Illasi ("curia") era più vasto dell'attuale comune: infatti, a causa della scarsità d'acqua, gli abitanti avevano ottenuto dall'imperatore Ottone III, fin dal 996, diritti di pascolo sulla località di Lepia, a sud della Statale 11 (l'antica via Postumia), ricca di torrenti, che oggi si trova in comune di Lavagno. Dai documenti emerge che, oltre ai cereali, erano coltivati la vite e l'olivo. La pieve riscuoteva il diritto di decima e godeva di particolari immunità. L'importanza strategica accordata ad Illasi è confermata dalla decisione di costruire il castello che ancora svetta sulla collina a dominare il paese. Un'opera decisamente notevole per le possibilità del tempo, e un interessante rompicapo per archeologi e studiosi. Infatti la struttura principale (un maschio affiancato ad un cassero, configurazione semplice ma massiccia quasi unica in Europa) è di epoca prescaligera, e non è chiaro quale potente possa avere realizzato un'opera così tecnologicamente avanzata (l'ampio arco romanico all'interno del maschio trova corrispondenti solo in simili manufatti, comunque più piccoli, in alcune case torri di nobili famiglie cittadine) senza lasciare tracce documentali. È stato attribuito ad Ezzelino III da Romano, ma egli potrebbe anche avere solo restaurato un edificio già esistente. Altri interrogativi riguardano la destinazione del fortilizio: la vasta sala e il largo scalone esterno fanno pensare che potesse avere anche una funzione di rappresentanza e non solo militare. Attualmente sull'area è in corso uno studio promosso dalle Università di Verona e dal Politecnico di Milano, che certamente arricchirà il dibattito, e potrà essere lo spunto per un maggiore interessamento di istituzioni e cittadini alla conservazione del simbolo del paese.

L'area comunque appare fortificata fin dal X secolo. Nei secoli successivi il castello è coinvolto in tutte le vicende belliche veronesi. Usato come palatium da Ezzelino, poi rifugio di Pulcinella delle Carceri, nobile fuoriuscito da Verona nella turbolenta età comunale, sarà donato ufficialmente dal Papa Niccolò III ad Alberto I della Scala (padre di Cangrande) per i suoi meriti nella lotta agli Albigesi (Catari), dopo la conquista della roccaforte eretica di Sirmione, terminata col rogo in Arena dei prigionieri.

In età scaligera è inserito nello scacchiere difensivo della città, articolato ad est sui castelli di Soave e Montorio. Più volte sarà assediato dagli eserciti di vari signori: le truppe potevano facilmente praticare scorrerie fin sotto le mura di Verona. Solo i castelli offrivano con le loro guarnigioni fisse e i loro recinti fortificati un riparo alla popolazione degli indifesi villaggi circostanti.

Particolarmente travagliato per il castello sarà il periodo seguente alla caduta dei della Scala (1387): in pochi anni subisce duri attacchi e colpi di mano fra milizie dei Carraresi di Padova, dei Visconti di Milano e della Serenissima. Viene dato alle fiamme con le case ad esso addossate dai Carraresi, per punire il plauso degli illasiani all'avvento dei veneziani (1403).

L'età veneziana Nella prima età veneziana l'evoluzione dell'arte guerresca rende il castello ben presto obsoleto e vulnerabile. Il condottiero milanese Nicolò Piccinino lo espugna con facilità nel 1437 così come gli altri castelli della zona.

Venezia decide di dismetterlo, e dopo la difficile lotta contro la Lega di Cambrai lo consegna alla famiglia Pompei, nominati feudatari di Illasi per i servigi resi. Infatti il conte Girolamo Pompei, detto il Malanchino, si distingue con numerose operazioni quasi di guerriglia contro forze ben più numerose, capitanando squadre di contadini della zona. Azione clamorosa è la cattura, l'8 agosto 1509, del marchese di Mantova Francesco II Gonzaga, .

La maggior parte delle altre famiglie nobili veronesi guardò invece con simpatia alla calata dell'esercito asburgico: antica era la tradizione di legami con il mondo imperiale e germanico. Venezia non poteva allora non legare a sé le poche famiglie rimaste fedeli in quel drammatico periodo che l'aveva vista pressoché soccombente. Con la donazione ai Pompei,ha termine la funzione militare del castello, che diviene palazzo di residenza della famiglia, ma l'adattamento non soddisfa i novelli conti. Le due famiglie Pompei si trasferiscono dal XVII secolo ai piedi della collina, in due più agevoli e lussuose ville. Inizia il lento abbandono del maniero e l'incuria che proseguono fino ai giorni nostri.

Simboli Nello stemma comunale sono rappresentante le mura cittadine. Il gonfalone è un partito di bianco e di azzurro.

Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose

Chiesa di San Giorgio Martire (XIX secolo) Fondata nell'Alto Medioevo, come Pieve di san Giorgio, al centro del paese. L'antica chiesa, divenuta insufficiente ai bisogni della popolazione, non è stata abbattuta ma ampliata alla metà del 1800. L'edificio attuale è stato completato nella metà del XIX secolo. La facciata neoclassica, su progetto di Gottardi, è stata abbellita negli anni '90 da un monumentale portone in bronzo, recante scene sacre. Della vecchia Pieve si conservano l'altare maggiore, con ai lati le statue marmoree dei patroni Giorgio e Bartolomeo, opera dello scultore Schiavi, il battistero del XVI secolo in marmo rosso di Verona, una statua di San Bartolomeo del XIII secolo. Gli altari laterali provengono dalla soppressa Chiesa di San Sebastiano di Verona, appartenente all'Ordine dei Gesuiti, tra cui l'altare Pindemonte con due putti scolpiti da Sante Calegari. All'altare della Madonna del Rosario, ogni prima domenica di ottobre si svolge la tradizionale Supplica alla Madonna di Pompei. Nella Sagrestia si può ammirare un affresco tardogotico della Madonna con Bambino e Angeli, di Stefano da Zevio (1379–1438 circa), amico del Pisanello, staccato dal vecchio edificio. Da notare la presenza nella chiesa di matronei, che fino quasi al XX secolo hanno permesso alle famiglie nobili del paese di assistere alla Messa da luogo separato e nascosto.