Umberto I (detto anche Umbertino) è un quartiere della Spezia.
Il nome deriva dal Re d'Italia Umberto I, che lo inaugurò il 15 agosto 1889.
Storia Il progetto Il quartiere nasce a La Spezia nel XIX secolo nella zona di Piandarana. Già in epoca napoleonica erano iniziati i lavori al servizio di una progettata base navale del Primo impero francese; ma alla fine dell'impero napoleonico i lavori vennero abbandonati.
Dal 1815, anno in cui La Spezia entra a far parte del Regno di Sardegna come sede dell'Intendenza della Provincia di Levante, inizia a registrarsi un progressivo incremento demografico, soprattutto per la ripresa generale delle attività legate al mercato e all'imprenditoria; ma è dopo il 1857, a seguito della decisione di Cavour di spostare dell'Arsenale da Genova alla Spezia, che si sente l'esigenza di creare alloggi per la popolazione.
Piani regolatori È solo dopo la pubblicazione del primo Piano regolatore del 31 maggio 1862 che la costruzione dell'Arsenale spinge a una nuova pianificazione urbanistica della città, che doveva accogliere un numero sempre maggiore di maestranze, soddisfacendo così sia le esigenze di natura militare, sia quelle di carattere sociale.
Nel 1870 viene elaborato un secondo Piano regolatore, che doveva non solo "abbellire" la città, ma anche risolvere il crescente problema della carenza di abitazioni. Il piano prevedeva lo sviluppo secondo uno schema ortogonale, al cui centro erano disposti alcuni elementi peculiari, quali la nuova stazione ferroviaria, le caserme, la porta di accesso all'Arsenale e il Politeama. Tra i due punti nodali, la stazione e le caserme, il piano prevedeva la costruzione di una grande piazza (Piazza Brin), che sarà il centro del futuro quartiere Umbertino, dal nome del Re d'Italia di quel tempo.
In particolare, nel 1873 il Ministro della Marina Saint Bon ribadì la necessità di creare alloggi per almeno mille famiglie operaie, così da risolvere il problema creato dalle masse di migranti richiamati dalla prospettiva di nuovi posti di lavoro. Inizialmente i luoghi scelti per accogliere la popolazione operaia furono i quartieri di Sant'Antonio, San Cipriano e Torretto, ma con l'avvio del Secondo piano regolatore, i nuovi arrivati dovettero trasferirsi, andando ad occupare gli scantinati del nuovo quartiere centrale.
Il consenso immediato del Comune è testimoniato dalla proposta di cedere allo Stato, a titolo gratuito, 6000 m² d'aree (3000 per le case, 3000 per le vie e le piazze fra le vie Militare, di Circonvallazione e di Genova) oltre alla costruzione delle strade, dei lavatoi pubblici (i “tregi”) e degli impianti, in modo da assicurare uno sviluppo omogeneo della cittàA. Petacco, La Spezia in Guerra, 1940-45. Cinque anni della nostra vita, pp. 86-87..
L'epidemia di colera Lasciata cadere la proposta urbanistica presentata nel Secondo piano regolare, fu necessario riprenderla in considerazione nel 1884, quando un'epidemia di colera si propagò in Italia. Anche La Spezia ne fu colpita e in città divennero evidenti i gravi problemi igienici, come la mancanza di fognature, l'inadeguatezza della rete idrica, la coabitazione e il sovraffollamento, oltre ai pericoli per la sicurezza e l'ordine pubblico.
Infatti, il quartiere, ma in generale tutto lo spezzino, ergendosi su un'area portuale, era una zona più esposta al contagio e allo sviluppo del colera; inoltre, il terreno di natura alluvionale e poco sopraelevato dal mare insieme alla scarsa pulizia delle strade favorirono la diffusione del morbo.
Probabilmente il colera giunse alla Spezia il 2 agosto 1884 quando la nave "Città di Napoli", proveniente da Marsiglia e Tolone già colpite dal morbo, approdò nel porto con un marinaio contagiato. La notizia si sparse rapidamente e le autorità obbligarono la nave a riprendere il largo, ma il provvedimento non fu sufficiente: alcuni marinai erano già sbarcati e avevano lasciato alle lavandaie la loro biancheria sporca. La prima donna a morire per il morbo, infatti, fu una lavandaia, Carolina TarantolaA. Coviello e V. Scandellari, Storia del quartiere umbertino: dalle case operaie ai palazzi liberty, pp. 19-20.. Il 24 agosto giunse un'altra nave — la "Città di Genova" — che portò un'altra volta il morbo. Altra causa del contagio erano "poveri" che rubavano i vestiti dei malati ricoverati nel Varignano, adoperato come lazzaretto. Saint Bon ordinò il blocco sanitario della città, che però non ebbe altro effetto se non quello di danneggiare l'economia della città e aggravare quindi la situazione. I lavori edilizi vennero interrotti in tutta la città, e anche la proposta urbanistica del Secondo piano regolatore per la costruzione del quartiere operaio venne abbandonataA. Coviello e V. Scandellari, Storia del quartiere umbertino: dalle case operaie ai palazzi liberty, pp. 21-22..
La nascita del quartiere Cessata l'epidemia di colera e soppresso il lazzaretto, destinato a caserma e ospedale per la Marina, il 10 gennaio 1885 venne siglata una Convenzione tra Regia Marina e Amministrazione Comunale. Cinque giorni dopo, il Re d'Italia si recò di persona nella zona ed emanò la legge numero 2892, con la quale autorizzò il sindaco ad attuare tutti i provvedimenti necessari per far sì che la zona fosse risanata, ritenendo tale intervento come un' "opera di pubblica utilità".
Il Comune si prese a carico, tanto da indebitarsi, la spesa gravosa delle aree e delle costruzioni, delle fognature e delle strade e si sobbarcò l'onere della manutenzione perpetua; lo Stato, invece, si impegnò a versare, ad integrazione del canone di affitto mensile a carico degli inquilini, una quota fissa di 35 centesimi al giorno per ogni alloggio per vent'anni, quota che non venne mai adeguata all'aggravarsi delle spese e delle condizioni di vita. Successivamente, nel 1892, l'Amministrazione Comunale decise la costruzione dell'impianto di una rete tranviaria per i trasporti pubblici e nel 1899 la sostituzione dell'illuminazione a gas con quella elettrica.
Gli edifici costruiti su progetto del Genio, a opera del colonnello ing. Ferdinando Spegazzini, furono 123, ciascuno composto di quattro piani, per un totale di 992 alloggi, di cui 320 riservati a quanti intendevano riscattare la proprietà delle abitazioni attraverso dei versamenti di quote mensili. Inizialmente, il progetto verteva sulla costruzione di una soluzione all' "inglese" (per ogni alloggio 100 metri quadri di giardinetto). La soluzione fu abbandonata in quanto non vi era spazio sufficiente per i giardini, che furono rimpiazzati con dei cortili comuni dotati di lavatoiLa pianta progettata da Spegazzini era caratterizzata dal contenere un ambiente centrale, ma questa venne poi modificata dall'ing. Farina, che introdusse nuovi elementi come il corridoio, al fine di migliorare l'accessibilità agli appartamenti. A.Coviello e V. Scandellari, Storia del quartiere umbertino: dalle case operaie ai palazzi liberty, p. 149.. Nell'articolo 7 della Convenzione venne poi posto l'obbligo all'Amministrazione Comunale di costruire dei servizi igienici economici, il cui prezzo fu fissato a 10 centesimi ciascuno, in maniera tale da porre rimedio alla mancanza generale di igiene personale che contrassegnava il quartiere. Nello stesso articolo, inoltre, si fa anche cenno ai "dormitori", che dovevano accogliere almeno duecento operai ed essere dotati delle opportune strutture igienicheA. Coviello e V. Scandellari, Storia del quartiere umbertino: dalle case operaie ai palazzi liberty, pp. 73-74..
L'intervento fu realizzato velocemente (dal 1886 al 1889), soprattutto perché nell'articolo 9 della Convenzione veniva sancito che entro 18 mesi almeno la metà delle nuove case dovesse essere agibile. La costruzione avvenne sotto la supervisione del prefetto di Genova Ramognini, e fu affidata all'impresa milanese Mazzorin-Boccolari che, però, non concluse i lavori fino al 1890. Il brevissimo tempo impiegato per la realizzazione di questo quartiere, che riuscì ad integrare il suo tessuto con quello della città storica, conferì un primato nazionale alla Spezia. La successiva espansione verso le zone di Rebocco e la collina di Gaggiola, dove si insediò, nei primi del Novecento, il XXI Reggimento di Fanteria, trasformò l'area da periferica a centrale.
Anche la rete stradale urbana subì delle modifiche a seguito del piano: furono costruite le strade di accesso alle zone abitative, con annessa illuminazione. Nella Convenzione del 1885, inoltre, venne anche precisata la larghezza minima delle strade del nuovo quartiere operaio, in maniera tale da garantire il passaggio ai veicoli, ma anche per evitare possibili "crimini". Oltre a ciò, anche il sistema idrico venne potenziato: grazie all'articolo 8 della Convenzione venne stabilito che l'Amministrazione della Marina avrebbe sostenuto le spese per far avere l'acqua potabile negli edifici. Con un nuovo Contratto, poi, nell'8 novembre 1889 il Comune si impegnò a fornire 200 litri d'acqua potabile al giorno per ciascuno degli alloggi presenti nel quartiere, in maniera tale che l'Amministrazione della Marina pagasse circa 10 lire per ciascun "dormitorio" per 9 anniA. Coviello e V. Scandellari, Storia del quartiere umbertino: dalle case operaie ai palazzi liberty, pp. 71-72..
Dal momento dell'edificazione delle case-dormitorio del quartiere, la condizione necessaria per gli operai per ottenere un alloggio era quella di lavorare in Arsenale; tra questi potevano godere di precedenza coloro i quali risiedevano fuori città e/o avevano molti figli. L'assegnazione, dal carattere gerarchico, conferiva il piano terreno ai nuovi arrivati. Alla morte del capofamiglia titolare della casa, tutta la famiglia veniva sfrattata.
Tra il 1885 e il 1890 vennero, inoltre, costruiti altri tre caseggiati sotto la tutela della Fratellanza Artigiana, destinati non solo a coloro che lavoravano in Arsenale, ma a tutti gli operai in generale.
Il Novecento Il 6 ottobre 1903 venne stipulata una nuova Convenzione, in cui vennero chiariti i rapporti tra il Municipio della Spezia e il Ministero della Marina per quanto riguardava il quartiere Umberto I. Tale Convenzione prevedeva per gli operai dell'Arsenale l'accesso gratuito alle cure necessarie, presso l'Ospedale Sant'Andrea. Nel 1925 il Comune divenne unico possessore del quartiere, ma oltre a dover gestire gli appartamenti liberati dalla Marina, dovette gestire anche gli scantinati occupati dai poveri. Negli anni '20-'30 per i poveri venne, inoltre, istituito il Dispensario, centro in cui era possibile ottenere cure ordinarie e visite mediche gratuitamenteF. Alfonzetti e C. Fregosi, Plaza Brin, p.32..
A metà degli anni '30 venne costruito il nuovo complesso scolastico progettato dall'architetto Manlio Costa. Nei primi mesi del 1941 venne attuata un'ulteriore opera di "bonifica sociale" in maniera tale da modificare il degrado in cui la zona stava sprofondando, sia per rispetto alla memoria del Re che aveva dato il nome al quartiere, sia perché la zona si trovava in un punto nevralgico della città. Nell'opera di bonifica erano coinvolte diverse parti dell'Amministrazione, dal Comune alla Questura, in cui spiccava la figura di Emanuele Protani. Nel corso di un anno l'operazione volse al termine, anche se non senza problemi, causati principalmente dall'occupazione abusiva delle cantine.
Caratteristiche edilizie e urbane