Lundicesima battaglia dell'Isonzo, conosciuta anche come battaglia della Bainsizza, fu combattuta tra il 17 agosto e il 31 agosto 1917 lungo il settore isontino del fronte italiano della prima guerra mondiale, e vide contrapposti il Regio Esercito italiano al comando del generale Luigi Cadorna e l'Imperiale e regio esercito austro-ungarico al comando del generale Franz Conrad von Hötzendorf.

Il capo di stato maggiore italiano Cadorna aveva concentrato tre quarti delle sue truppe lungo il fiume Isonzo: 600 battaglioni (52 divisioni) con pezzi d'artiglieria. L'attacco venne sferrato su un fronte che si estendeva da Tolmino (nella valle superiore dell'Isonzo) fino al mare Adriatico. Gli italiani attraversarono il fiume in più punti su ponti di fortuna, ma lo sforzo maggiore venne fatto sull'altopiano della Bainsizza, la cui conquista aveva lo scopo di far proseguire l'avanzata e di rompere le linee austro-ungariche in due, isolando le roccaforti del monte San Gabriele e dell'Ermada. Durante questa offensiva vennero utilizzati per la prima volta i Reparti d'Assalto o Arditi.

Dopo un combattimento aspro e sanguinoso, la Seconda Armata italiana (comandata dal generale Capello), fece indietreggiare gli austro-ungarici, conquistando la Bainsizza e il Monte Santo. Altre postazioni furono occupate dalla 3ª Armata del Duca d'Aosta. Il monte San Gabriele, che fino ad allora era stato considerato inespugnabile, fu conquistato da tre compagnie di Arditi in soli 40 minuti, portando alla cattura di prigionieri. Invece il monte Hermada si confermò inespugnabile, e l'offensiva si arrestò.

Dopo lo scontro gli austro-ungarici erano sull'orlo del collasso e, non potendo sostenere un altro attacco, chiesero alla Germania di inviare rinforzi sul fronte isontino (cosa che fu possibile grazie al crollo russo). Gli italiani si trovavano in gravi condizioni per le ingentissime perdite subite nel bagno di sangue, tali per cui non sarebbero riusciti a contenere la successiva offensiva tedesco-austriaca (dodicesima battaglia dell'Isonzo, o battaglia di Caporetto).

La battaglia venne combattuta anche da Sandro Pertini con il grado di tenente che per aver espugnato con pochi uomini delle postazioni difese da mitragliatrici venne proposto alla medaglia d'argento al valor militare. La medaglia non venne approvata subito e, successivamente, il regime fascista occultò la notizia, dato che Pertini era socialista e antifascista. La richiesta di medaglia venne riscoperta quando Pertini venne eletto Presidente della Repubblica Italiana ma gli venne consegnata solo nel 1985 allo scadere del suo mandato da Presidente della Repubblica per sua esplicita richiesta.

Contesto strategico Nell'estate del 1917 si manifestò un nuovo sforzo offensivo da parte italiana, che oltre dalla precarietà delle posizioni sia nel settore di Plava sia del Carso a seguito della decima battaglia dell'Isonzo, era dovuto alle pressioni degli alleati e dal pericolo di un'offensiva austro-ungarica, fattosi certo più grave dopo lo sfacelo della Russia. La nuova offensiva italiana fu affidata principalmente alla 2ª Armata (gen. Capello), dalla quale dipendeva il II Gruppo aereo (poi 2º Gruppo), forte di ben sei Corpi d'armata, dalla conca di Plezzo al Vipacco; l'VIII Corpo, schierato all'estrema destra, era destinato a collegare le operazioni della 2ª Armata con quelle della 3ª dalla quale dipendeva il I Gruppo aereo. Questa, che doveva anch'essa svolgere una parte importante della battaglia, era schierata su quattro Corpi d'armata. Il Comando supremo militare italiano dal quale dipendeva il IV Gruppo aereo, per tale poderoso sforzo, aveva quivi riunito circa i tre quarti delle truppe disponibili (oltre 600 battaglioni degli 887 disponibili) e circa duemila bocche da fuoco di tutti i calibri.

Di fronte alle due armate italiane si schierarono la 5ª Armata austro-ungarica, che dopo la decima battaglia dell'Isonzo era stata ribattezzata Isonzo Armee. Essa comprendeva adesso tre Corpi d'armata, con 13 Divisioni, sul fronte a nord di Gorizia, e due Corpi, con 9 Divisioni, sul fronte sud; qualche altra Divisione sopravvenne in rinforzo durante l'offensiva italiana. Tale offensiva venne concepita come un attacco a fondo sull'intero fronte dall'Idria al mare, ma le punte principali dovevano mirare, per la 2ª Armata, alla conquista dell'altopiano di Tarnova, attraverso la Bainsizza, e per la 3ª a quella dell'altopiano di Comeno. Il Comando della 2ª Armata italiana si proponeva di sfondare le linee avversarie tra Podselo e il Monte Santo, in corrispondenza cioè dell'altopiano della Bainsizza, con un potente nucleo di truppe costituito dai Corpi d'armata XXVII, XXIV e II; il primo avrebbe dovuto gravitare con la sua manovra principalmente verso nord, per determinare la caduta della testa di ponte di Tolmino, e gli altri due avrebbero dovuto tendere a raggiungere prima la linea presso Chiapovano, principale arteria di comunicazione tra Tolmino e Gorizia, e assalire poi il massiccio di Tarnova.

Qualora tutti gli obiettivi fossero stati raggiunti, sarebbe stato scardinato tutto il fianco delle difese austro-ungariche sulle alture di Gorizia e sul Carso; la 3ª Armata, infine, con un attacco frontale avrebbe dovuto spezzare le linee carsiche e sospingerle indietro, verso Trieste. La grande battaglia ebbe inizio, il mattino del 18 agosto 1917, con un fuoco molto nutrito di artiglierie italiane: a sera, mentre lunghe file di incendi segnavano le retrovie austro-ungariche, gli italiani iniziarono il passaggio dell'Isonzo nelle località prestabilite di Javor, Doblari e Ronzina per il XXVII Corpo; di Loga, Aiba, Bòdres, Canale e Anicova Corada per il XXIV; operazione ardua e complessa, sia per le difficoltà opposte dal fiume, che corre in quel tratto in alveo ristretto, dominato da sponde alte ed erte, sia per l'andamento e la consistenza delle linee austro-ungariche sull'altra sponda.

Svolgimento delle operazioni Gli austro-ungarici, infatti, non tardarono a entrare in azione, per impedire a tutti i costi il forzamento del fiume, così che all'alba del 19 agosto gli italiani non riuscirono che a costruire appena la metà dei passaggi progettati. Il XXVII (gen. Vanzo) soprattutto incontrò difficoltà nel gittamento dei ponti, due soli dei quali poterono essere messi in efficienza: cosa che poi ebbe ripercussione notevole su tutto l'esito della battaglia. Truppe di quel Corpo d'armata, infatti, che non avevano potuto traghettare come dovevano presso Javor, dovettero affluire ai ponti costruiti più a sud, ritardando e intralciando i movimenti e venendo inoltre a trovarsi più a valle, e più lontane quindi dalle direttrici di attacco loro assegnate. La battaglia, intanto, si era impegnata su tutto il fronte. Mentre il IV Corpo (generale Alberto Cavaciocchi) a nord e il VI (tenente generale Antonio Gatti) a sud impegnavano gli austro-ungarici, sul monte Rosso e sul Mrzli il primo e sulle alture di Gorizia il secondo, le truppe del XXVII Corpo che erano potute passare sulla sinistra, attaccavano le difese A.U. di Auzza e tentavano di passare il torrente Auzzana fortemente difeso; il II (gen. Badoglio), superate le difese a Descla, avanzava a ovest di Plava, e sulla fronte del XXIV (gen. Caviglia) la 47ª Divisione del generale Fara lanciava le sue brigate di Bersaglieri sul tratto delle alture Fratta - Semmer - Cucco, travolgendone i difensori austro-ungarici. Fu in questo settore che gli Arditi del I Reparto d'assalto ricevettero il loro battesimo del fuoco. Le compagnie d'assalto, in testa ai Bersaglieri, sfondarono le prime linee nemiche per poi occupare le alture.

L'altra Divisione del XXIV Corpo (la 60ª) era però ferma davanti a Canale, di cui gli austro-ungarici avevano fatto un vero fortilizio, irto di mitragliatrici; anche qui perciò venne meno la simultaneità delle due Divisioni. Il mattino del 20 agosto, mentre le artiglierie italiane chiudevano Canale in una cerchia di fuoco, il 12º Bersaglieri vi convergeva minacciando di aggirarne i difensori, che si videro costretti così a lasciare libero il passo alla 60ª Divisione. Nella notte, intanto, erano stati riattivati i ponti danneggiati dal tiro austro-ungarico e costruite altre passerelle, in modo da poter intensificare il passaggio delle truppe, specialmente sul fronte del XXVII Corpo; tuttavia, ancora all'alba del 20 agosto taluni reparti di questa grande unità si trovavano sulla destra del fiume, mentre le altre truppe di essa si sforzavano ancora a vincere la resistenza austro-ungarica sull'Auzzana e alla testa della valle di Sirocaniva, dominata dalla quota 645. Il XXIV Corpo italiano, invece, consolidata l'occupazione della cresta Fratta-Semmer, puntava risolutamente contro i capisaldi difensivi della linea principale della Bainsizza: l'Osoiniza, Uolchi e Ielenico. Nella giornata del 21 agosto, le truppe del XXVII Corpo italiano, rinforzate da altri reparti, s'impadronirono di Auzza e passarono l'Auzzana, dirigendosi verso la fronte Monte Veli - Pieve di Leupa. Per parare poi l'allargamento del fronte e per risospingere verso Lom di Tolmino il XXVII Corpo, che stava tendendo verso sud, un altro Corpo d'armata, il XVII (gen. Sagramoso), venne inserito tra il XXVII e il XXIV. Questo, intanto, procedeva vittoriosamente espugnando l'Osoiniza, il Cucco e l'Uolchi; quest'ultimo venne poi temporaneamente da esso riperduto. Avanzava decisamente anche il II Corpo italiano, che aveva già determinato la caduta del Monte Santo; tra il pomeriggio del 22 agosto e la giornata del 23 agosto gli ultimi capisaldi della difesa austro-ungarica, lo Ielenico, l'Uolchi e il Monte Cavallo caddero sotto la furia degli assalti italiani; l'intera conca di Verco di Canale e quella di Battaglia della Bainsizza passarono in mano italiane.

Il 23 agosto stesso, gli austro-ungarici disponevano la ritirata sulla linea marginale dell'altopiano, Mesnià - Cal di Canale - Madoni - Zagorie, coprente la strada di Chiapovano. Le truppe italiane, mosse subito all'inseguimento, trovarono ovunque tracce della rotta avversaria, raccogliendo un bottino enorme di cannoni (135), bombarde (29), mitragliatrici (circa 200) e oltre 19 000 prigionieri, dei quali 540 ufficiali. Queste vittorie per gli italiani non ebbero però l'esito che, per l'imponenza dei mezzi impiegati, sarebbe stato lecito sperare; esse si risolsero in un semplice successo tattico, senza dare quello strategico per il quale erano state combattute. Dal 25 agosto si susseguirono azioni d'assestamento delle posizioni italiane, che però divennero difficili da mantenere vista la totale mancanza di strade, per i rifornimenti e l'avanzata delle artiglierie, assieme a un terreno privo di acque superficiali e risorse, che rendeva molto difficile la vita delle truppe.

Il 29 agosto, quindi, il Comando Supremo italiano diede l'ordine di sospendere l'offensiva e di tentare soltanto uno sforzo estremo contro il blocco delle organizzazioni difensive a nord e a est di Gorizia, ritenendo che l'espugnazione di esse avrebbe potuto favorire le ultime operazioni della 3ª Armata. Questa aveva iniziato anch'essa il giorno 19 agosto 1917 le sue operazioni, dopo un intenso e prolungato bombardamento, cui avevano preso parte dal mare anche batterie natanti della Regia Marina e monitori italiani e inglesi. Subito, però, dalle linee austro-ungariche vi fu una resistenza più decisa e tenace che nelle offensive italiane precedenti. Le truppe della 3ª Armata, al comando del Duca d'Aosta, si erano slanciate in avanti, ma qualche vantaggio conseguito dal VII Corpo d'armata (gen. Ricci Armani) sulle alture di Tivoli dall'XI (gen. Petitti di Roreto) e dal XXV (gen. Ravazza) nella zona Faiti - Castagnevizza non poté essere poi mantenuto.