Il complesso monumentale di Santa Croce e Tutti i Santi, voluto e fondato da san Pio V, si trova a Bosco Marengo nei pressi di Alessandria.
Storia
Premesse Mentre era ancora cardinale, il futuro papa Michele Ghislieri ebbe il desiderio di fondare un convento domenicano nel suo paese natale, Bosco Marengo. Si prodigò per l'acquisto di case e terreni nel centro del paese per proseguire con il suo intento.
Il 17 gennaio 1566, una volta salito al soglio pontificio - e con maggiori risorse a disposizione, riformulò il suo intento ampliandolo e disponendo l'edificazione del convento fuori dei confini di Bosco Marengo. È probabile che tale decisione venne adottata in seno ad un più ampio progetto di unificazione di Bosco Marengo e del paese limitrofo Frugarolo. In questo modo il convento sarebbe stato al centro di un nuovo nucleo urbano. Costruzione Trascorsi appena quattro mesi dal conclave, il 9 maggio 1566, ci fu l'acquisizione dei terreni e, con la bolla Praeclarum quidem opus del 1 agosto 1566, cominciarono i lavori di costruzione che terminarono nell'ultimo decennio del XVI secolo. La chiesa del convento era inoltre destinata a divenire il sepolcro del papa. Progettata da Ignazio Danti, i lavori proseguirono sotto la direzione di Martino Longhi il vecchio. Il pontefice affida fin da subito l’apparato decorativo a Giorgio Vasari, che si dedica alla realizzazione di numerose opere tra cui una grandiosa macchina d’altare smantellata, poi, nel 1710.
San Pio V non poté vedere il compimento del suo progetto morendo prima del termine dei lavori. Dopo la sua morte si proseguì talvolta con risorse economiche minori che si possono notare nella minore sontuosità del primo piano del convento. Nonostante la struttura nel suo complesso presenti i caratteri originali tardorinascimentali, vi furono nel corso dei secoli costanti opere di ampliamento, di modifica e adattamento alle nuove destinazioni. Quando il cardinal nipote Michele Bonelli, dopo la morte di Pio V e di Vasari, si incarica di portare a termine i lavori, il cantiere viene completato con alcune scelte che si distaccheranno fortemente dallo stile iniziale.
Nuovi interventi e chiusura All’inizio del secolo successivo, nel 1712, nuovi interventi si intrecciano con le solenni celebrazioni per la canonizzazione di San Pio V. Santa Croce nel XVIII secolo diventa un famoso studio teologico e filosofico, ma la sua esistenza è messa a repentaglio dalle misure adottate dai francesi in materia di soppressione degli enti religiosi: un provvedimento del 1801 ne dispone la chiusura, assegnando la struttura al Comune di Bosco che divide gli spazi del convento tra veterani francesi ed ex-religiosi. Successivamente venne adibito a vari usi: magazzino, ospedale oftalmico militare e infine trasformato in riformatorio minorile nel 1894 e chiuso agli inizi degli anni novanta del Novecento.
Ritorno dei padri Domenicani I padri Domenicani ritornano al convento solo il 30 novembre del 1823, dopo ripetute richieste. Sotto la guida del vicario Giuseppe Velzi il monastero riprende vita e si apre il noviziato. Il convento rimane per parecchi anni al centro delle pagine più importanti della storia domenicana. Ospita, ad esempio, un gruppo di frati francesi che tentano di rifondare il loro Ordine in Francia dopo la rivoluzione del 1789.
I primi tentativi vengono fatti nel 1829 quando il vicario generale dell’Ordine, Tommaso Ancarani, scrive al vicario delle province di San Pietro Martire con l’obiettivo di ammettere al noviziato tre giovani francesi e inviarli in patria negli anni successivi. Il destinatario della missiva muore poco prima di riceverla e la missione fallisce. Il secondo tentativo si ha nel 1841 quando il padre Jean Baptiste Lacordaire, una delle figure di spicco per la restaurazione dei Domenicani in Francia, riunisce a Roma alcuni giovani desiderosi di entrare nell'Ordine, affidandone la formazione, in parte, proprio al monastero di Santa Croce. Nel 1842 questo gruppo di novizi riceve l'abito e negli anni successivi fonda la prima casa comunitaria a Nancy, ponendo la base per la ricostituzione di altri monasteri.
La soppressione del convento Nel 1860 il convento di Santa Croce viene soppresso e destinato, su ordine del Ministero della Guerra, a funzioni militari.
Restauri Nel XX secolo iniziano anche le prime operazioni di recupero. Tra i restauri più significativi, quello della facciata nel 1970, gli interventi di consolidamento di alcune statue nel 1975, e infine il cantiere del 1992 in cui viene restaurato, con fondi della Soprintendenza dei beni storici e architettonici, il mausoleo di papa Pio V.
All’inizio del nuovo millennio la chiesa è stata interessata da una importante campagna di restauri, che si è svolta dal 2000 al 2013 interessando la facciata, la navata, il transetto e le cappelle, riportando alla luce l’aspetto originale voluto dal pontefice.
Il complesso è stato sede del World Political Forum fondato nel 2002 da Michail Gorbačëv.
La chiesa
L’edificio della chiesa boschese è emblematico delle ideologie portate dalla riforma Tridentina. Sembra plausibile che il progetto della chiesa fosse stato ispirato almeno nelle sue linee essenziali da Pio V e direttamente concordato con lui.
La facciata
Unica nel suo genere sul territorio alessandrino, è in stile tosco-romanico e presenta in alto al centro lo stemma di papa Pio V, committente dell’opera, uno scudo a strisce rosse e oro posto davanti a due chiavi incrociate e sotto alla mitra papale, simbolo che si ritrova frequentemente anche all'interno dell'edificio. Sotto lo scudo, una finestra semicircolare, ai lati della quale sono impostate due coppie di paraste in stile dorico; agli estremi, due obelischi in pietra. Nella parte inferiore vi sono quattro coppie di paraste ioniche con due nicchie nel mezzo. Il portale centrale è marmoreo, di ispirazione classica, è costituito da due colonne in stile corinzio, un frontone triangolare e un portone in legno massiccio. La superficie di fondo è in laterizio e tutti gli elementi ornamentali sono in pietra. A indicare la separazione dei piani vi è un’alta architrave con fregio a metope e triglifi.
Rispetto ad altri corpi dell'edificio, risultato di lavori in diverse epoche e con altalenanti risorse finanziarie, la facciata appare essere più organica e riflette una maggiore aderenza al progetto originario. Essa doveva essere già completata nel 1571.
L'interno
La pianta della chiesa è a croce latina con aula longitudinale allungata e transetto. Di gusto tardo-rinascimentale, possiede su ogni lato cinque cappelle comunicanti tra loro, in principio tutte di forma e di dimensione uguale, che affiancano la grande navata centrale. I bracci del transetto furono mantenuti ampi quanto la nave, ma si ridusse la campata presbiteriale per allargare l’abside semicircolare, nello stile dell’epoca. Infine, lo spazio sotto la cupola all’incrocio dei bracci fu destinato a presbiterio per collocarvi la macchina lignea progettata da Giorgio Vasari.
L’interno della chiesa è spazioso e luminoso. La serie di pilastri che accompagnano i fianchi della navata e dividono le cappelle, presenta alte paraste corinzie; queste ultime sono collegate da una trabeazione continua, sulla quale vi è una volta a botte a pieno centro tagliata sul punto delle lunette che ospitano le finestre. All’incrocio dei bracci vi sono quattro pilastri con coppie di paraste analoghe che sostengono gli arconi della cupola di base ottagonale.
A causa di incongruenze morfologiche il progetto originario è stato modificato, si spiegano così la mancanza dell’attico e l’insolita assenza del tamburo nella cupola. La costruzione di questa cupola ottagonale viene iniziata nel 1591 quando le disponibilità finanziarie erano ridotte.
Nel registro superiore cappelle laterali troviamo la sola elevazione della navata. La superficie inferiore è divisa da paraste doriche in tre specchiature: quella centrale è caratterizzata da un portale marmoreo classicheggiante, mentre nelle specchiature laterali vi è una nicchia per parte con un fastigio curvilineo al di sopra. La separazione dei piani è sottolineata da un architrave con fregio a metope e triglifi, delimitato da coppie di paraste ioniche e terminato all’estremità da raccordi a voluta, affiancati da obelischi; esso presenta un’ampia finestra semicircolare sormontata dallo stemma del pontefice.
La chiesa di Santa Croce è sicuramente un unicum nella produzione architettonica locale, ma può essere facilmente accomunata ad un gruppo di chiese romane risalenti alla metà del XVI secolo e riconducibili alla lezione sangallesca: infatti, presenta una notevole somiglianza nella facciata con la chiesa carmelitana di Santa Maria in Traspontina.
Anche un disegno conservato nella Biblioteca Marucelliana, assegnato alla fabbrica di Santa Maria dell’Orto in Trastevere, richiama il prospetto di Santa Croce. Secondo il primo storico della chiesa, Giovanni Della Valle, il pontefice affidò il progetto del convento al perugino Ignazio Danti, eminente matematico, cosmografo e geografo e frate domenicano, prima al servizio dei Medici e poi di papa Gregorio XIII. Tuttavia, una più attenta indagine ha portato all’ipotesi che il progettista del convento di Bosco sia il fiorentino Giovanni Lippi, detto Nanni di Baccio Bigio, che proprio in quegli anni era al servizio del pontefice. Ma dal 1568 anche Martino Longhi prese parte al cantiere del convento. Abbiamo notizie della sua presenza a Bosco a partire dal 1569. Probabilmente Longhi si occupò del cantiere quando ormai la costruzione era ampiamente avviata e la chiesa quasi terminata. Se veramente ci fu un suo contributo al progetto, esso riguardò soltanto interventi sulle decorazioni e la risoluzione di alcuni problemi edilizi. Abitualmente gli viene attribuito il portale della biblioteca.
Gli apparati decorativi
Nonostante le distruzioni e le spoliazioni subite nel corso dei secoli, il complesso ancora conserva pregevoli opere: Giudizio universale di Giorgio Vasari, originariamente pala della "Macchina vasariana"; Adorazione dei Magi sempre del Vasari; un prezioso coro ligneo del XVI secolo intagliato da Angelo Marini, raffiguranti numerosi santi; il mausoleo di Pio V.
Entrando, è presente una coppia di acquasantiere, databile al 1570, con la tazza in marmo verde antico e decorata internamente con animali acquatici.
Come descritto in precedenza, a costeggiare la navata centrale vi sono due file di cinque cappelle per parte: le prime tre cappelle della navata destra conservano l’originario assetto cinquecentesco con ancone in stucco e legno policromo ad inquadrare i dipinti: Il Battesimo di Costantino (non di San Paolo) riferita anche a Scipione Pulzone, è collocabile sul finire degli anni sessanta del Cinquecento ed attribuibile al fiorentino Stefano Pieri, collaboratore del Vasari, del quale sono tipiche le figure allungate e dinoccolate rese con colori luminosiAlessandro Nesi, Nuovi dipinti di Stefano Pieri (1544 - 1629), Maniera, Firenze, 2017, pag. 3.. Agli altri altari sono Il Miracolo di Sant’Antonino e lo Sposalizio mistico di Santa Caterina, opere di un pittore attivo a Roma tra 1575 e 1580.
Molto importante è la Cappella del Rosario, nella quale è presente la pala dipinta da Grazio Cossali che raffigura la Vergine tra i santi Domenico e Caterina da Siena, venerata dal Cardinal Bonelli, da Pio V, da Filippo II e dal Doge Mocenigo, protagonisti della battaglia di Lepanto del 1571, dal forte messaggio politico e ideologico. Di grande qualità è inoltre l’architettura intagliata e dorata della fastosa macchina d’altare, opera dell’artista tedesco Stefano Vil.
Tra gli altri spazi sacri, la Cappella delle Reliquie e dei Reliquiari, la Cappella che contiene l’Adorazione dei Magi, di Giorgio Vasari, nonché le due con opere di Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo: La Vergine appare a san Giacinto e Gesù Crocifisso parla a san Tommaso d’Aquino.