Tra l'VIII e l'XI secolo gli ordini benedettini, maschile e femminile, si diffusero nella gran parte del territorio vicentino e letteralmente lo colonizzarono, bonificando e rendendo coltivabili ampie estensioni di terreno, costruendo monasteri, chiese e ospitali per pellegrini, assicurando le funzioni liturgiche e svolgendo attività pastorali in favore della popolazione rurale.

Dal XIII secolo in poi iniziò il periodo di decadenza, anche perché la vita sociale si incentrò nelle città, dove si insediarono gli ordini mendicanti; la maggior parte degli edifici e delle proprietà benedettine furono ceduti ad altri religiosi o a laici e le abbazie restarono semivuote. Con i decreti napoleonici del 1806 e del 1810, infine, tutti gli ordini religiosi furono sciolti e i benedettini sparirono definitivamente dal territorio vicentino.

Alto Medioevo

VI e VII secolo Verso la metà del VI secolo san Benedetto redasse la sua regola monastica e molte comunità che la adottarono si diffusero in Italia e in varie parti d'Europa; questo non avvenne però nel territorio vicentino e in genere in quello soggetto al regno dei Longobardi, che fino al regno di Cuniperto erano di confessione ariana.

VIII secolo Dopo la conversione dei longobardi al cattolicesimo, e soprattutto verso la metà dell'VIII secolo, molti nobili - in alcuni casi lo stesso re o i duchi - fondarono monasteri in tutta Italia, finanziandone la costruzione e dotandoli di notevoli risorse economiche. Verso l'anno 753 Sant'Anselmo donò all'abbazia di Nonantola, presso Modena, che aveva lui stesso fondato, delle proprietà ex proprio suo in minibus Vincentia ... in loco qui dicitur Vicus Domnani e in loco qui dicitur SusonIa, luoghi identificati in Motta di Costabissara e SossanoElisa Possenti, in Grotte dei Berici: grotte e uomo, 2005, p. 14. Le terre donate spesso non erano contigue al monastero - perché provenivano da possedimenti anche lontani dei donatori - e non erano coltivate direttamente dai monaci, ma da affittuari. Talora costituivano solo una fonte di reddito, altre volte erano il presupposto per fondare ulteriori monasteri, retti da un priore, che dipendevano dall'abbazia principale.

Intorno alla metà dell'VIII secolo nel territorio vicentino vi erano comunque alcuni insediamenti benedettini dipendenti da abbazie non vicentine. Alla fine del periodo longobardo o alla prima età carolingia risale con ogni probabilità anche la fondazione di quella che divenne la principale abbazia benedettina maschile del territorio vicentino, annessa alla paleocristiana basilica dei Santi Felice e Fortunato di Vicenza, anche se non è documentata alcuna data certa. Sicuramente era già attiva nel 776, quando Carlo Magno visitò la basilica, allora dedicata a Vito e Modesto, notoriamente santi di tradizione benedettina, e l'arricchì di molti doni..

IX-XI secolo Sotto l'impero carolingio la diffusione dei monasteri benedettini ricevette un nuovo impulso. Mentre in origine a vivere secondo la regola erano comunità di laici (lo stesso Benedetto, probabilmente, non fu sacerdote), a partire dal IX secolo l'accesso al sacerdozio iniziò a essere considerato il naturale coronamento della vita spirituale di un monaco. I monasteri si clericizzarono e divennero luoghi di riferimento per la partecipazione liturgica del popolo. Le abbazie benedettine divennero anche importanti centri culturali e di formazione dei giovani.

Anche dopo il dissolvimento di quest'impero - nonostante qualche periodo di decadenza, dovuto anche alle scorrerie degli Ungari - continuò la diffusione degli insediamenti benedettini. Essa dipendeva dal favore delle autorità civili e religiose, sia per l'utilità sociale che essi rappresentavano come centri di aggregazione e di produzione di risorse, che per le attività pastorali, caritative e culturali che assicuravano.

Durante tutto l'Alto Medioevo le abbazie principali vicine alla città continuarono ad attirare l'interesse e il favore dei vescovi, insieme con numerose donazioni; si ricordano il Privilegium del 983 del vescovo Rodolfo, che concesse la maggior parte del territorio della diocesi all'abbazia di San Felice, quello del vescovo Girolamo del 1013 - che confermò le concessioni del suo predecessore - quelli del vescovo Astolfo nel 1033 e del vescovo Liudigerio, nella seconda metà dell'XI secolo..

I monasteri assunsero il ruolo di centri di attrazione della vita religiosa, ma divennero nello stesso tempo delle potenze politiche ed economiche, perché la loro organizzazione si inseriva benissimo nel nascente sistema feudale. Tramite donazioni, legati testamentari e assegnazione di beni e di privilegi estesero enormemente i loro possessi sul territorio, spesso in concorrenza e in lotta con i signori laici che, a loro volta, per appropriarsene usavano metodi violenti. I pochi documenti dell'Alto Medioevo che ci sono pervenuti riguardano principalmente la concessione di possedimenti e di benefici ai benedettini di San Felice.

Nel territorio vicentino, a quel tempo ricoperto da terreni malsani e acquitrinosi, fu essenziale la loro opera di bonifica, con l'apertura di strade e canali per far defluire le acque delle paludi, così come l'abbattimento di foreste e boschi che giungevano sino ai limiti della città per creare campi coltivati.

In un periodo in cui il livello culturale e spirituale del clero era a livelli infimi, fu importante l'evangelizzazione delle pievi rurali e l'attività pastorale svolta dal benedettini nei terreni bonificati, troppo lontani dalla pieve cittadina, con la costruzione di chiese e cappelle come punto di riferimento per la popolazione rurale. Importante anche l'attività caritativa e l'ospitalità data a malati, pellegrini e viandanti negli ospizi e xenodochi annessi alle chiese poste lungo le vie pubbliche poco al di fuori della città.

Non si ha invece documentazione - almeno per questi secoli - della vita culturale dei monasteri vicentini in questo periodo, con la creazione di biblioteche, lo studio, la conservazione e la copiatura dei manoscritti, l'apertura di scuole.

Diffusione degli insediamenti benedettini

Della fondazione di molte antiche chiese sparse sul territorio vicentino non si ha una datazione certa, per totale mancanza di documenti o l'incertezza dei reperti. Alcune di esse, già esistenti prima dell'arrivo dei benedettini, furono rivitalizzate dai monaci, altre furono costruite direttamente da loro.

I santi titolari di alcune di esse – cioè Vito, Modesto e Crescenzia – fanno pensare sia ad un'origine benedettina che ai secoli VIII o IX come periodo di fondazione, essendo essi stati particolarmente cari alla dinastia carolingia.. Altre chiese, dedicate a San Silvestro, cui era devoto sant'Anselmo, fanno invece pensare a una fondazione da parte dell'Abbazia di Nonantola.

Due importanti documenti, cioè il Privilegium del 983 con cui il vescovo Rodolfo assegnava o restituiva un'ingente dotazione di beni e diritti al'abbazia maschile di San Felice e Fortunato e quello del 1033 con il quale il vescovo Astolfo confermava i beni assegnati all'abbazia femminile di San Pietro sono anche quelli che, per la prima volta, forniscono la descrizione e la localizzazione degli insediamenti.

Vicino alla città Il primo territorio in cui si diffusero i benedettini fu quello intorno alla città, appartenente alla "pieve urbana", territorio ricoperto da paludi e boschi che quindi doveva essere bonificato.

La più importante abbazia - per numero e dimensioni delle proprietà possedute o concesse in feudo - dalla quale partirono i monaci, fu certamente quella dei santi Vito e Modesto, annessa alla basilica dei Santi Felice e Fortunato.

Dipendenti da essa e poco al di fuori della cinta urbana vi furono diverse altre chiese o cappelle con gli annessi monasteri benedettini maschili, tutti ricordati nel Privilegium del 983: le tre chiese in Borgo San Felice: San Bovo (o della Misericordia), San Nicolò e San Martino la chiesa di San Pietro in Vivarolo fuori porta Santa Croce alla fine dell'attuale via dei Cappuccini. Durante il XIII e il XIV secolo il piccolo monastero fu abitato da monache, sotto la direzione di un priore benedettino nominato dall'abate di San Felice, fino a quando nel 1335 esse cominciarono a governarsi da sole, eleggendo una propria priora. Verso il 1390 il monastero ritornò in possesso dell'abbazia madre e il complesso di San Pietro in Vivarolo fu dato a sacerdoti secolari. la chiesa di Sant'Apollinare, posta su un modesto rilievo del Monte Berico, dove anticamente in quel luogo fu il tempio dedicato ad Apollo. Alla fine del XII secolo non era più benedettina e nel XV secolo era ridotta a un rudere

l'oratorio di San Benedetto Abate a Bertesinella. Qui esisteva un insediamento benedettino, dipendente dall'abbazia di san Felice che durante il Medioevo era proprietaria di buona parte dei terreni della zona, dove aveva bonificato e aveva sviluppato le coltivazioni agricole, e delle cui rendite aveva investito nel 1134 l'ospedale di Lisiera.. La località è nominata per la prima volta in un documento del 1160; nel 1186 il vescovo Pistore ottenne la giurisdizione su di essa, togliendola ai benedettini.

la chiesa di San Giorgio in Gogna, con annesso monastero e ospitale per pellegrini. Costruita sulle pendici del Monte Berico e citata nel Privilegium del 983, nel corso dei secoli fu adibita a lazzaretto, a prigione e a magazzino; non si conosce fino a quando rimase di proprietà dei benedettini.

Probabilmente non dipendeva invece da San Felice l'abbazia di San Vito vicino all'Astichello dove oggi vi è il Cimitero acattolico, donata al vescovo di Vicenza da Ugo di Provenza e da suo figlio Lotario di Arles, nel periodo in cui erano associati come re d'Italia e quindi tra il 931 e il 941Formula parere contrario Giovanni Mantese, ma ciò risulta poco credibile, perché al tempo della donazione San Felice non era ancora stata ricostruita dopo le incursioni degli Ungari e perché nel Privilegium del 983 quella di san Vito non viene citata. .

Appartenevano invece sicuramente all'abbazia di Nonantola la chiesa e il monastero benedettini di San Silvestro, poco fuori città all'inizio della salita verso Monte Berico. Non vi è documentazione certa, ma secondo BarbaranoFrancesco Barbarano de' Mironi, Historia ecclesiastica della città, territorio e diocese di Vicenza, Libro V, nel quale si descrivono le fondazioni delle Chiese, Oratori, Hospitali ed altri edifici della Città, Opera postuma, Vicenza, Stamperia C. Bressan, 1649-61, p. 311, la chiesa sarebbe stata costruita nel 752 come grancia, organizzazione agricola.

Lungo la strada pedemontana e l'Alto Vicentino I benedettini di San Felice non limitarono il loro campo di lavoro ai sobborghi della città ma da qui, seguendo le principali vie che sostanzialmente si identificavano con le antiche strade romane, si spinsero fino ai confini della diocesi, restando comunque all'interno dei suoi confini. I loro numerosi possedimenti probabilmente derivarono dalla bonifica di terre da loro compiuta, premiati da investiture vescovili e da donazioni di privati.

Uno dei loro percorsi seguì la via pedemontana che, partendo da San Felice, passava vicino agli attuali abitati di Costabissara, Castelnovo, Malo, San Vito di Leguzzano, Magrè, Pievebelvicino, Torrebelvicino, Santorso.

Da lì risalirono quindi la valle dell'Astico, dove il privilegio di Rodolfo ricorda beni benedettini nelle località di Cogollo, Mosson e Arsiero. Continuando poi sulla via pedemontana per Chiuppano, Caltrano, Breganze, Mason, Marostica - fino al 917, prima cioè della donazione di Berengario al vescovo di Padova, queste tre località appartenevano alla diocesi di Vicenza - per giungere ad Angarano. Entrarono in Bassano solo dopo il 983Quindi non sono citati nel Privilegium di Rodolfo, perché fino alla metà del X secolo questo contado apparteneva alla diocesi di Asolo, che poi venne distrutta dagli Ungari.