I gatti (Felis catus), noti nell'antico Egitto con il termine Mau, erano considerati sacri nella società egizia. Una recente comparazione del DNA delle razze viventi ha permesso di stabilire che i primi gatti furono addomesticati a partire dal gatto selvatico africano (Felis lybica), circa anni fa, nella zona della Mezzaluna FertileKingdon, J. (1988), East African Mammals: Carnivores, University of Chicago Press, ISBN 0-226-43721-3.. Millenni dopo, un tratto caratteristico fondamentale della religione delle popolazioni della valle del Nilo divenne proprio la venerazione degli animaliGuy Rachet, Dizionario della Civiltà egizia, Gremese Editore, Roma (1994). ISBN 88-7605-818-4. pp.45-6., fra cui i gattiPinch, Geraldine (2004). Egyptian Mythology: A Guide to the Gods, Goddesses, and Traditions of Ancient Egypt. Oxford University Press. ISBN 978-0-19-517024-5. pp.132-5.. Apprezzato per la sua abilità nel cacciare roditori nocivi quali i topi e i ratti, alcuni insetti e nell'uccidere serpenti quali i cobra, il gatto domestico divenne presso gli Egizi un simbolo di grazia e benevolenza nei confronti dell'uomoPinch, p.132..
La dea Mafdet, deificazione della giustizia e della pena capitale, era rappresentata con testa di leonessaPinch, p.134., mentre Sekhmet, sempre leonessa, era la temutissima dea della guerra, della violenza e delle epidemiePinch, pp.187-9.. In antitesi a queste, la dea-gatta Bast (poi nota come Bastet), inizialmente divinità guerriera al pari di Sekhmet, andò gradualmente perdendo i connotati di aggressività per divenire una figura protettiva e rassicurante, patrona della fertilità, della maternità e della vita domestica. Come espressione di massimo ossequio, dopo la morte i gatti venivano mummificati esattamente come gli uominiBresciani, Edda, Sulle rive del Nilo, Laterza, Bari, 2000. p. 116. ISBN 88-420-6166-2., e le loro mummie offerte a Bastet.
I gatti nella vita quotidiana degli Egizi
Due tipi diversi di gatto fecero la loro comparsa nell'antico Egitto: il gatto della giungla (Felis chaus) e il gatto selvatico africano (Felis lybica). Quest'ultimo fu gradualmente addomesticato in un lunghissimo lasso di tempo compreso fra Periodo predinastico (IV millennio a.C.)Bleiberg Edward, Soulful Creatures: Animal Mummies in Ancient Egypt, Brooklyn Museum (2013). e Medio Regno (XXI - XVII secolo a.C.). I gatti selvatici si nutrivano spontaneamente dei ratti e degli altri parassiti che infestavano i granai regali; si guadagnarono un posto nei centri abitati uccidendo roditori, serpenti velenosi e altri animali nocivi. Nelle rappresentazioni artistiche, non è insolito trovare piccoli gatti posizionati sotto le sedie su cui si trovano delle donne, in riferimento alla fertilità e alla sessualità femminile. Sembra però che i gatti siano diventati animali "da salotto" solamente durante il Nuovo Regno, cioè tra il XVI e l'XI secolo a.C. L'arte figurativa egizia della XVIII dinastia ha lasciato testimonianza, per esempio, della predilezione della Grande sposa reale" Tiy e di sua figlia Sitamon per i gatti: la regina e la principessa compaiono insieme a una gatta e un'oca domestiche (in un curioso dettaglio questi due animali sembrano perfino giocare o litigare). Sullo schienale del trono della principessa Sitamon, rinvenuto nella tomba (KV46) dei suoi nonni materni Yuya e Tuia, una gatta compare seduta sotto lo scranno dove siede la regina TiyBresciani (2000), p. 113..
Come suggerisce il legame d'iniziale affinità (ma successivamente antitetico) fra Sekhmet e Bastet, nel complesso di credenze dell'antico Egitto esisteva una relazione fra i gatti e i leoni. Benché la maggior parte dei leoni sia stata confinata a sud intorno al Periodo predinastico, e fossero perciò animali abbastanza rari in epoca faraonica, erano tuttavia animali estremamente importanti nell'immaginario iconografico degli egizi. A causa della sua natura aggressiva e maestosa, il leone era simbolo del potere regale.
I gatti nella religione egizia
Bastet da dea-leonessa a dea-gatta
La prima attestazione di una divinità felina in Egitto risale a una coppa di cristallo, databile al 3100 a.C., decorata con una rappresentazione della dea Mafdet con testa di leonessa. In un primo momento, anche Bastet fu immaginata come una dea leonina, fieramente protettiva e guerriera, come Sekhmet. Diversamente da molte divinità fuse in un'unica entità con l'unione delle Due Terre, Bast e Sekhmet rimasero ancora per molto tempo due personalità ben distinte nel pantheon egizio. Gli egittologi Turner e Bateson stimano che durante la XXII dinastia (945 a.C. - 715 a.C.R. Krauss & D.A. Warburton "Chronological Table for the Dynastic Period" in Erik Hornung, Rolf Krauss & David Warburton (cur.), Ancient Egyptian Chronology (Handbook of Oriental Studies), Brill, 2006. p.493), l'antica Bast passò dall'essere una dea leonina al venire definitivamente rappresentata come una divinità protettiva e rassicurante dalle sembianze di gattoSerpell, "Domestication and History of the Cat", p. 184., mentre, viceversa, Sekhmet veniva descritta come particolarmente violenta e temibile. Poiché i gatti domestici tendono ad avere un comportamento mite e protettivo nei confronti del padrone e della sua casa, così gli Egiziani cominciarono a vedere Bastet come una buona madre, spesso raffigurata insieme a cuccioli di gattoHart, George (2006). A Dictionary of Egyptian Gods and Goddesses. Routledge. pp. 25–26.. Un amuleto di Bastet attorniata da gattini era frequente fra le donne che desideravano una gravidanza: tanti cuccioli quanti figli si sperava di avere.
Il Grande Gatto di Eliopoli
Il gatto maschio, nello specifico, aveva una funzione determinante sia come ipostasi del sole che come suo difensore: durante la notte, doveva proteggere l'astro dagli attacchi del perfido serpente-demone ApopiBresciani (2000), p. 114.. In questo caso, si trattava del Grande Gatto di Eliopoli, trasformazione del dio-sole Ra, spesso raffigurato intento a sorvegliare un albero di persea, cioè l'Albero della vita eterna e della conoscenza (Albero "ished"), e ad affrontare il serpente Apopi schiacciandogli la testa con una zampa e accoltellandolo con l'altra. Era sovente rappresentato nelle pitture parietali funebri tratte dal XVII capitolo del Libro dei morti: così compare sulle pareti delle tombe di Sennedjem, Nakhtamon e Inherkhau ubicate nella necropoli di Deir el-Medina, presso Tebe. Infatti, un passo del XVII capitolo del Libro dei morti così recita:
Culto dei gatti
Siccome i gatti erano considerati sacri a Bastet e onorati di conseguenza, la pratica della mummificazione fu estesa anche ad essi, con un picco nel periodo greco-romano dell'Egitto (IV secolo a.C. - III secolo d.C.)Christine el-Mahdy, Mummies: Myth and Magic in Ancient Egypt, Thames & Hudson, London 1999. ISBN 0-500-05055-4. pp.164-5.; gli ossequi loro tributati dopo la morte riflettono il rispetto da cui erano circondati in vita quotidiana. Lo storico greco Erodoto scrisse, nelle sue Storie:
Lo storico siceliota Diodoro Siculo (90 a.C.-27 a.C.) descrisse un interessante esempio di giustizia sommaria cui andò incontro l'uccisore di un gatto; intorno al 60 a.C., assistette all'uccisione di un gatto egizio da parte di un cittadino romano. Una folla inferocita lo catturò e, nonostante le suppliche del faraone Tolomeo XII, lo uccise.
Bubasti e il culto dei gatti
Benché il culto dei gatti fosse già sentito all'inizio del Nuovo Regno (ca. 1550 a.C.), salì alla ribalta durante il regno di Sheshonq I (943 a.C. - 922 a.C.R. Krauss & D.A. Warburton "Chronological Table for the Dynastic Period" in Erik Hornung, Rolf Krauss & David Warburton, Ancient Egyptian Chronology (Handbook of Oriental Studies), Brill, 2006. p.493.), il faraone che rese Bubasti, (originariamente Par-Bastet, l'attuale Zagazig) centro del culto di Bastet, nella parte orientale del delta del NiloPinch, pp.115-7., una città importanteMohamed I. Bakr, Helmut Brandl, "Bubastis and the Temple of Bastet", in: M.I. Bakr, H. Brandl, F. Kalloniatis (cur.), Egyptian Antiquities from Kufur Nigm and Bubastis. Museums in the Nile Delta. Vol. 1, Cairo/ Berlin 2010. ISBN 978-3-00-033509-9.. In quel momento, Bastet divenne una divinità immensamente popolare, patrona della fertilità e della maternità, connessa agli aspetti positivi dei raggi del sole - contrariamente a Sekhmet, che incarnava il potere distruttivo del calore solareVeronica Ions, Egyptian Mythology, Paul Hamlyn ed. (1973). p.106.. Entrambe erano però identificate l'Occhio di Ra, una nel suo aspetto mite e protettivo, l'altra in quello violentoWilkinson, Richard H. (2003). The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt. Thames & Hudson. ISBN 0-500-05120-8. pp.176-83.. Il culto dei gatti ebbe un largo seguito: ogni anno, migliaia di pellegrini si recavano a Bubasti. Bubastis, che letteralmente significa Casa di Bast, divenne anche un altro nome per indicare Bastet (o Bast). Al centro della città, in una depressione del terreno, si trovava il grande santuario della dea-gatta; la città sorse intorno al tempio per arginare i danni causati dalle piene del Nilo. Erodoto, che visitò la città intorno al 450 a.C., scrisse:
La descrizione di Erodoto, così come vari testi egizi, mostrano che il tempio era circondato dall'acqua per tre lati su quattro, formando un lago noto come isheru, non dissimile da quello prospiciente il tempio della dea-madre Mut a KarnakTe Velde, "Bastet", p. 164.. Tali bacini artificiali erano tipici di complessi templari dedicati a dee-leonesse, ritenute (anche con variazioni) figlie di Raː Bastet, Mut, Tefnut, Hathor e Sekhmet. Un mito narrava di una leonessa caduta nel lago del tempio, per poi uscirne tramutata in mite gatta e accolta nel santuario.
Sempre secondo Erodoto, a Bubasti si svolgevano anche dei festeggiamenti periodici in onore della dea, comprendenti processioni di barche sacre e riti orgiastici e dove è stata rinvenuta una necropoli di gatti sacri mummificati, con relativo tempio. La città attirò anche un grande numero di mercanti di ogni genere, mentre gli artigiani producevano migliaia di statue e amuleti raffiguranti Bastet o gatti, anche in bronzo, da vendere ai devoti. Erano molto comuni gli amuleti di gatte attorniate da cuccioli, popolari fra le donne che speravano di avere figli.
Un'evidenza archeologica: il sarcofago della gatta del principe Thutmose
Quando morivano, i gatti delle persone più abbienti avevano diritto a una sepoltura relativamente solenne e onorevole. Ne sono un esempio le onoranze funebri che il principe ereditario Thutmose, primogenito di Amenofi III e della già citata regina Tiy, dispose per la propria gatta Myt, sepolta nella necropoli di Menfi in un piccolo sarcofago di pietra, oggi al Museo del CairoBresciani (2000), pp. 115-6.Aidan Dodson (1990). "Crown Prince Djhutmose and the Royal Sons of the Eighteenth Dynasty". Journal of Egyptian Archaeology. 76. p. 88.. Le iscrizioni geroglifiche che lo decorano descrivono la trasformazione della gatta in "un'Osiride", come si credeva avvenisse a tutte le persone defunte; riportano inoltre ciò che la dea Iside avrebbe esclamato accogliendo la gatta Myt nell'aldilà:
Su una parete del sarcofago la gatta è ritratta con un fiocco al collo. Al suo interno, oltre alla mummia dell'animale, fu rinvenuta addirittura una statuetta ushabti (destinata a prendere magicamente vita e aiutare la gatta nelle faccende quotidiane nel mondo dei morti).
Note
Voci correlate Bastet Bubasti Grande gatto di Eliopoli Mummia animale Sitamon Thutmose (principe ereditario) Tiy
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