Con il termine sifilide, lue o male francese. viene comunemente indicata una delle malattie sessualmente trasmissibili con impatto sociale di maggiore risonanza, sebbene nel corso della sua propagazione non siano stati registrati elevati picchi di mortalità o conseguenze eclatanti in ambito economico.. Il sistema di quarantene, cordoni sanitari, disinfezioni, adottato contro la diffusione di altre malattie contagiose come peste e colera, era a dir poco inutile contro il batterio della sifilide che aveva come principale via di trasmissione il rapporto sessuale.. Di conseguenza, le autorità sanitarie cominciarono a concentrare le proprie attenzioni su coloro che erano considerate le maggiori colpevoli del contagio, le prostitute, adottando sistemi di regolamentazione del meretricio. Sin dalla sua comparsa, la sifilide ha sempre coinvolto diritto, religione, costume, politica, ma anche etica e morale..
Nel corso dei secoli, la sifilide è stata spesso associata ad atteggiamenti permissivi nei confronti delle condotte sessuali, suscitando sentimenti di colpa peccato e vergogna.. Eppure, nei decenni che seguirono la comparsa del cosiddetto male francese, non emerge alcuna reticenza da parte dei malati ad ammettere di esserne infetti. La spontaneità con la quale personalità influenti della società come principi, prelati, condottieri, artisti e letterati ammettevano la malattia testimonia quanto la sifilide fosse accettata e radicata in tutti gli strati sociali..
Temuta più per le sofferenze e le deturpazioni fisiche ad essa connesse che per l’impatto sociale, la sifilide era caratterizzata da un polimorfismo tale da garantirle l’appellativo di grande imitatrice del medico canadese William Osler..
Origini La sifilide è la malattia su cui sono circolate più leggende, in particolare riguardo alle sue origini. Si ritiene che la sifilide abbia fatto la sua prima comparsa con la scoperta dell'America, quando Cristoforo Colombo calpestò per la prima volta il suolo del Nuovo Mondo, approdando sull’isola di Hispaniola.. Oltre agli scambi mercantili e all’importazione di nuove produzioni agricole, l’apporto più evidente fu quello delle malattie epidemiche.. Le pratiche sessuali molto libere, lì diffuse, favorirono la diffusione del batterio fra i marinai di Colombo, completamente spogli di difese immunitarie nei suoi confronti.
Sifilide e xenofobia: la paura dell'altro Accanto alle origini geografiche della malattia, anche la ricerca del colpevole della sua trasmissione costituisce un argomento di controversie.. Secondo il navigatore Amerigo Vespucci, il principale veicolo di trasmissione della malattia erano le donne del Nuovo mondo.. Queste, oltremodo libidinose, stimolavano i propri mariti pungendo la pelle del loro scroto con un insetto capace di iniettare un veleno afrodisiaco che, secondo Vespucci, costituiva anche la causa stessa della malattia. Il primo indiziato era dunque l’indio che, con le sue abitudini di peccaminosa promiscuità e di libertà sessuale, aveva favorito la diffusione del morbo.Secondo altre ricostruzioni, in particolare quella fornita da Sigismondo dei Conti da Foligno, il principale responsabile della trasmissione della sifilide fu l'ebreo.. Egli sostenne che il nuovo male fosse stato portato dai marrani cacciati dalla Spagna e raccolti da Ferrante d'Aragona a Napoli. In quel periodo, tra il 1493 e il 1494, alcune città italiane furono vittime di ondate di peste che, a fasi alterne, avevano un impatto più o meno violento. Nel frattempo, una gran folla di ebrei cacciati dalla Spagna, rifugiatasi nei pressi di Roma, veniva man mano decimata da malattie le cui principali cause risultarono le cattive condizioni igieniche e l’eccessivo affollamento.. Non si trattava di peste, bensì di sifilide. Il diffuso pregiudizio circa la sfrenata smodatezza sessuale degli ebrei non fece altro che accrescere l’idea di colpevolezza dei marrani per la diffusione della malattia.
Secondo Girolamo Fracastoro Nel primo libro della sua raccolta poetica, risalente al 1530, denominata Syphilis sive Morbus Gallicus, Girolamo Fracastoro descrisse la sifilide come una malattia di origine sconosciuta contratta dai nativi spagnoli durante la spedizione di Colombo verso il Nuovo Mondo. L’autore sosteneva che la malattia comparisse spontaneamente solo in pochi soggetti, ma che la maggior parte degli infetti la contraesse durante il coito. Egli delineò, inoltre, i segni e i sintomi in maniera estremamente efficace. Un altro celeberrimo poema di Fracastoro, intitolato Il Pastore Sinistro, conteneva un'eccellente descrizione del morbo e l’idea che gli dei ricoprissero un ruolo importate nella creazione e diffusione non solo della sifilide, ma anche di tutte le restanti malattie, attraverso l'allineamento errato delle stelle. Fracastoro era un fautore degli effetti terapeutici del Guaiaco, ovvero del lignum vitae.
La diffusione del morbo nel XV secolo
La sifilide fu descritta per la prima volta nel XV secolo tra i soldati che presero parte alla Battaglia di Fornovo presso Fornovo di Taro, dove il 6 luglio 1495 le truppe rimanenti di Carlo VIII si scontrarono con le truppe spagnole e la lega degli Stati italiani.. Da quel momento, la sifilide si diffuse con una velocità impressionante in tutta la penisola, anche se risulta difficile ricostruire una mappa dettagliata di diffusione della malattia, per via del lungo periodo di incubazione e delle manifestazioni cutanee facilmente confondibili con altri mali..
La diffusione del morbo in Europa, e in particolare in Italia, è da collocare attorno al 1494, anno della discesa di Carlo VIII in Italia e dell’inizio della cosiddetta “prima guerra italiana”. Il principale mezzo di diffusione della sifilide furono i soldati e i mercenari francesi, spagnoli, svizzeri e tedeschi. Il sovrano francese, pronto a rivendicare i propri diritti sul regno di Napoli, si diresse in Italia accompagnato da un ingente esercito cosmopolita e da un gran numero di donne, la maggior parte delle quali meretrici. Il 2 settembre 1494 Carlo VIII entrò a Susa, dalla quale pochi giorni dopo si allontanò per raggiungere Asti, dominio di Orleans, dove l'11 settembre giunsero a fargli visita Ludovico il Moro accompagnato dalla moglie Beatrice d'Este e dal suocero Ercole I d'Este. La duchessa Beatrice, al fine di ossequiare il sovrano francese, portò con sé un numeroso gruppo di cortigiane milanesi, una specifica categoria di donne dotate non soltanto di straordinaria bellezza, ma anche di intelligenza e, dunque, capaci di intrattenere relazioni con uomini di potere..
Carlo VIII ebbe rapporti con alcune di loro, ma il 13 settembre cadde improvvisamente ammalato.. L'archiatra milanese Ambrogio da Rosate, venuto a curare il re, gli diagnosticò il vaiolo, ma si trattava forse piuttosto di una prima manifestazione della sifilide, di cui il re fu affetto in seguito e i cui sintomi potevano facilmente essere scambiati per vaiolo.Ambrogio Varese: un rosatese alla corte di Ludovico il Moro, Alberto M. Cuomo, Amministrazione comunale di Rosate, 1987. Quella del sovrano si rivelò semplicemente una lieve indisposizione dalla quale guarì in poche settimane, dovuta, secondo i medici dell’epoca, ad una mutatione de l’aire (piogge abbondanti, inondazioni, forte umidità), principale veicolo di trasmissione delle malattie secondo la tradizione ippocratica. Una volta guarito e incurante della peste che già imperversava in Italia, Carlo VIII si diresse verso Roma, per poi giungere a Napoli e iniziare le operazioni contro il regno. Intanto fervevano le trattative tra alcuni Stati italiani e Massimiliano I d'Asburgo, al fine di cacciare Carlo VIII dal suolo italiano, aderì insieme al papa e al re di Spagna alla lega stretta a Venezia il 31 marzo del 1495.. Il suolo italiano nel 1495 era, dunque, calpestato da eserciti di vari paesi, in particolare di origine spagnola, portatori dell’agente patogeno della sifilide, diffusosi dopo il ritorno di Colombo dalle Americhe. Durante i tre mesi di permanenza a Napoli, nonostante l’impegno nella continua lotta contro Ferrandino d'Aragona, non mancavano momenti di svago e di eccesso per Carlo VIII ed il suo seguito.. Le principali vie di trasmissione del morbo furono i rapporti sessuali promiscui, la prostituzione, la sporcizia delle case, la scarsa igiene personale e collettiva. L’anno della massima diffusione e della prima generalizzata attestazione risulta il 1496, quando la sifilide era già largamente diffusa in città come Napoli, Firenze, Bologna, Pisa, Ferrara e mieteva un gran numero di vittime..
Le innovazioni del XVI secolo
A partire dall’epidemia di peste nera del 1347-1348, le città italiane avevano adottato svariati sistemi di controllo sanitario, quali quarantene, cordoni sanitari, lazzaretti, disinfestazioni. Questi metodi risultavano, però, poco efficaci contro la sifilide, per la quale circoscrivere focolai o isolare sospetti e malati appariva un metodo fallace.. A nulla valsero le regole dell’agire sociale, ignorate dall’insopprimibile istinto sessuale che incrementava la catena di trasmissione della malattia. In Italia vennero adottati metodi diversi da quelli scelti da altri Stati europei, tra i quali un primo abbozzo di quella che nel Settecento avrebbe preso il nome di polizia medica.. I ferrei provvedimenti riguardavano, ad esempio, la proibizione dello smercio di olii utilizzati prima per trarre sollievo dal morbo e poi rimessi in vendita, le restrizioni igieniche contro l'utilizzo di guanti o camicie usate da sifilitici e contro il contatto con soggetti malati.
Il bando delle meretrici La principale misura di sicurezza adottata fu la chiusura dei postriboli e l’allontanamento temporaneo delle prostitute dalla città.. Le prostitute ebbero l’obbligo di registrarsi, di pagare una tassa di professione e di rimanere confinate in luoghi a loro assegnati per evitare il contatto e, dunque, il contagio.. A Venezia, ad esempio, le meretrici furono confinate sull’isola di Rialto. Inoltre, il regolamento imponeva alle prostitute, se infette, l’obbligo di dichiararsi tali e di sottoporsi a delle cure, pena il bando dalla città. A Faenza, ad esempio, venne introdotto nel 1497 l’obbligo per le meretrici di dichiarare la propria provenienza e di assicurare di non essere state vittime del contagio. Le meretrici dovevano, dunque, assicurarsi dello stato di salute dei propri clienti. Soltanto secoli dopo fu garantito a questa categoria di persone un controllo medico obbligatorio..
Vani e scarsi furono i tentativi di arginare la malattia mediante controlli di luoghi a rischio. Questi ultimi erano principalmente le cosiddette stufe, luoghi affollati, crogiuolo di promiscuità tra uomini e donne e di corpi nudi, simili alle terme romane.
Gli ospedali degli Incurabili