La crisi finanziaria asiatica fu una crisi finanziaria che interessò alcuni paesi del Sud-est asiaticoI paesi interessati furono: Thailandia, Indonesia, Malaysia, Corea del Sud, Filippine e di riflesso Nuova Zelanda, Hong Kong, Singapore e Giappone, mentre Cina e Taiwan non ebbero ripercussioni dalla crisi. alla fine del XX secolo, tra il 1997 e il 1998.
Causata da una serie di speculazioni finanziarie che provocarono una forte svalutazione della moneta e lo sganciamento delle divise interessate dal valore del dollaro, la crisi fu causata dal pesante indebitamento del settore privato (banche e imprese), che provocò il ritiro improvviso dei capitali (tecnicamente un deflusso) da parte degli investitori stranieri e degli istituti di credito.Tale deflusso seguì l'invasione dei capitali esteri, determinata dalle politiche di liberalizzazione del mercato finanziario adottate da questi paesi all'inizio degli anni novanta, sotto l'impulso del Tesoro statunitense e del FMI. Non si tenne conto della natura pro-ciclica di questi capitali, ovvero del fatto che l'andamento di questi flussi si adegua ai cicli economici, a seconda che siano favorevoli o sfavorevoli. In una situazione di contrazione economica, come poi è accaduto, la crisi ha provocato l'inversione dei flussi (il ritiro improvviso da parte dei mercati), non una maggiore loro iniezione, come sarebbe stato necessario in un momento di credit crunch e di recessione.
La crisi si manifestò in vari aspetti: dall'attacco speculativo sulle valute dei paesi interessati, causandone un significativo deprezzamento, al crollo del mercato azionario e immobiliare, fattori che furono accompagnati da catene di fallimenti di imprese, banche e istituzioni finanziarie. Essa, scaturita dal settore finanziario, si ripercosse con serie conseguenze sull'economia e sul piano sociale (aumento della disoccupazione, carovita), non determinando tuttavia un impatto di grande portata sulle bilance di pagamenti (i disavanzi furono sostanzialmente contenuti dal freno alle importazioni indotto dalla recessione) e sulla crescita economica, che anzi furono susseguentemente beneficiate dalla riduzione del valore delle divise e dalla diminuzione dei prezzi delle esportazioni, complice anche una congiuntura di bassi costi del petrolio. Negli anni successivi i paesi interessati dalla crisi sarebbero passati dalla condizione di debitori netti a quella di creditori, testimoniata dal raggiungimento del saldo positivo delle parti correnti con l'estero.
L'inversione del flusso di capitali tra il 1996 e il 1997 ammontò a circa 105 miliardi di dollari, più del 10% del Pil di tutte le economie asiatiche. I flussi finanziari nelle economie della regione dell'Asia orientale e del Pacifico passarono dai 26 miliardi di dollari del 1990, ai 100 miliardi del 1997. Molti dei fondi di questi flussi erano costituiti da Investimenti diretti esteri e da prestiti bancari. Ai fini della crescita economica, gran parte di questa liquidità apparve in eccesso rispetto alle capacità e alle esigenze del sistema economico, andando ad alimentare uno sviluppo essenzialmente speculativo (in particolare nel settore immobiliare, come rivelò il caso thailandese, cui si rimanda appresso), che tuttavia contribuì alla portata generale e ai risvolti successivi del cosiddetto "miracolo asiatico" (o delle "tigri asiatiche").
Contesto economico e cause L'est asiatico, nei tre decenni precedenti la crisi, era cresciuto più velocemente di qualsiasi altra economia mondiale, abbattendo drasticamente il proprio tasso di povertà e alzando il reddito medio procapite. L'economia galoppava a tassi di crescita sostenuti, frutto di politiche governative orientate su un forte risparmio e sulla scelta di investimenti oculati in ambito nazionale. Le oscillazioni della congiuntura mondiale furono ben sopportate dalle economie orientali dando origine a quello che fu definito, come già accennato, il "miracolo asiatico". Particolare attenzione era stata rivolta alla ristrutturazione del settore dell'istruzione e alla promozione di politiche industriali atte all'annullamento del gap tecnologico con l'Occidente. La regione asiatica poté inoltre riqualificarsi sul piano turistico ed industriale, grazie soprattutto ad un ammodernamento delle vie di comunicazione e dei sistemi di trasporto. Come osservato dall'economista americano Joseph Stiglitz. fu inoltre determinante, per il fiorente sviluppo, la capacità di redistribuzione della ricchezza accumulata, che aveva migliorato le condizioni di vita di decine di milioni di abitanti senza trascurare obiettivi di macrostabilità internazionale.
I decenni di espansione economica erano stati assicurati dalla facilità con cui veniva erogato il credito bancario (forte dilatazione del credito privato, denominato in buona parte in dollari, che nel biennio 1996-1997 sfiorò per ciascun anno i 60 miliardiLa cifra (in dollari americani) riguarda i paesi di Corea, Filippine, Indonesia, Malaysia e Thailandia.), dal mantenimento di bassi tassi d'interesse, mentre l'andamento dei corsi azionari appariva confermare la tendenza espansiva. Ciò era potuto accadere in presenza di un settore finanziario deregolamentato e fragile, con istituti di credito che, pur sottocapitalizzati, premevano su investimenti interni ed esteri, sicuri di un eventuale intervento dei governi in caso di insolvenza (pur in assenza di un prestatore di ultima istanza). Allo stesso modo, anche le imprese apparivano eccessivamente indebitate e esposte ai rischi della volatilità di investimenti a breve termine, soggetti alle variazioni dei saggi internazionali.
Con queste premesse, la crisi scoppiata nel luglio 1997, prese di sorpresa osservatori economici e istituzioni internazionali e apparve in contrasto col torno di tempo pregresso di crescita sostenuta, allorché per la regione asiatica, il FMI aveva previsto un perdurare dei fattori economici favorevoli. Il crollo della moneta thailandese nel luglio 1997 fu occasione per lo scatenamento di attacchi speculativi prima a danno della valuta del paese più prossimo, la Malaysia (la quale, non accettando il piano del FMI, nel 1998 introdusse rigidi controlli sulla movimentazione di capitali), poi dell'Indonesia, e infine della Corea del Sud, l'economia più sviluppata tra quelle colpite, assieme al Giappone.
Il fattore scatenante risultò essere l'ancoraggio delle divise nazionali al dollaro (dollarizzazione), che dal 1995 andò incontro a una rivalutazione del cambio. La relativa debolezza del dollaro aveva garantito la competitività delle merci di Indonesia, Malaysia e Thailandia, fino a che queste non hanno visto erodere il proprio export dall'alto livello dei prezzi determinato da un cambio eccessivamente rivalutato (rispetto allo yen, apprezzamento aggravato dalla svalutazione dello yuan cinese).. La crisi valutaria fu determinata, oltreché dalla natura degli investimenti esteri a breve termine (prontamente ritirati dagli investitori stranieri), dalla conversione delle attività nazionali e dei portafogli delle imprese in valuta estera, fattore che aggravò la crisi di liquidità dei governi.
La crisi mise in evidenza un altro fattore, tipico delle economie regionali (come quelle dell'ASEAN) e del mondo globalizzato: l'effetto contagio a partire da un singolo paese sulle economie circostanti. La svalutazione del baht thailandese indusse negli investitori internazionali (i mercati) il timore che altri paesi avrebbero proceduto alla svalutazione delle proprie monete, al fine di stimolare le esportazioni, ridurre il costo del debito e proteggersi dal ribasso del costo delle importazioni. Gli stessi investitori, quindi, avevano interesse a convertire gli investimenti in valuta pregiata, provocando l'inversione della direzione dei flussi (tecnicamente un current account reversal), ovvero il ritiro improvviso dei capitali dai paesi dei quali si avvertisse il rischio di svalutazione.
Thailandia L'epicentro della crisi Si ritiene che l'inizio della crisi vada fissato alla data del 2 luglio 1997 e che la regione thailandese ne vada considerato l'epicentro. La moneta nazionale (il baht), scambiata fin dalla metà degli anni ottanta con un tasso fisso di 25:1 rispetto al dollaro, subì quel giorno una svalutazione del 15% del suo valore nominale. L'economia thailandese era cresciuta, tra il 1985 e il 1996, con tasso annuo record del 9%, spingendo (fino al 1996) hedge fund americani ad affrontare transazioni per un valore complessivo di circa 400 milioni di dollari in valuta thailandese. La Thailandia, che aveva conosciuto negli anni immediatamente precedenti la liberalizzazione del mercato dei capitali sotto l'influenza del FMI e del Tesoro americano, conobbe l'incremento dei flussi e degli scambi di capitale fino al 14% del Pil. Già alla fine del 1996 erano apparsi evidenti i segnali di crisi del mercato immobiliare del settore privato, che risultava essere in gravi difficoltà nel ripianamento dei debiti esteri..
Tra il 14 e il 15 maggio 1997, il baht thailandese era stato colpito da pesanti attacchi speculativi che tuttavia non convinsero il Primo Ministro Chavalit Yongchaiyudh a svalutare immediatamente la moneta (la quiete del governo thailandese fu uno dei fattori di aggravamento della crisi finanziaria, incerto sulle misure di svalutazione, che avrebbero nuociuto alle importazioni, col rischio di una recrudescenza dei fenomeni inflativi). Circa 2 mesi dopo i primi attacchi speculativi, lo stesso 2 luglio, il baht fu sganciato dal paniere di divise internazionali (dollaro, yen e marco) e lasciato fluttuare sul mercato nazionale. I tentativi di difendere la moneta, prima attraverso il ricorso alle riserve di valuta, poi mediante svalutazioni sempre più incontrollate e il rialzo dei tassi di interesse, non ebbero seguito alcuno, se non quello di spingere nuovi speculatori ad approfittare dell'ulteriore debolezza della divisa e provocare il fallimento di aziende (come la Finance One). La fuga dei capitali, sospinta dal timore di ulteriori svalutazioni, alimentava il circolo vizioso della crisi finanziaria, gettando in difficoltà gravi le banche e le imprese del paese.
Con due approvazioni datate 11 e 20 agosto 1997, il FMI cercò di arginare la crisi effettuando un prestito al governo thailandese di oltre 20 miliardi di dollari per risanare il deficit nazionale e ripristinare la fiducia del mercato dei cambi nel baht. Questa azione sollevò tuttavia alcuni sospetti apparendo come il tentativo di fornire valuta pregiata per rimborsare le banche occidentali che avevano contratto prestiti con le aziende thailandesi. Paradossalmente i fondi versati dal FMI non fecero altro che alimentare le speculazioni e la fuga di capitali dall'economia thailandese, tanto che il nuovo tasso vantaggioso (ma insostenibile per un'economia in piena crisi) del baht convinse i possessori di valuta a convertire i propri patrimoni in valuta statunitense e a trasferirli rapidamente all'estero. A fine ottobre il bath arrivò a subire una svalutazione di più del 60% rispetto al 1996.
Insieme al cospicuo finanziamento il FMI presentò alle istituzioni l'attuazione di un piano di "aggiustamento strutturale" (come è indicata nel gergo economico-burocratico dell'istituzione l'applicazione di misure di taglio del disavanzo e della spesa pubblica, unita a provvedimenti di liberalizzazione e privatizzazione). Il pacchetto di "riforme strutturali" previde, infatti, oltre alla levitazione dei tassi di interesse, al taglio della spesa pubblica a all'aumento della pressione fiscale, una maggiore apertura e trasparenza del sistema finanziario, unita ad una riforma della legislazione su banche e istituti di credito. Queste misure non mancarono di sollevare ulteriori dubbi sulla "neutralità" del FMI, accusato di minare la sovranità monetaria nazionale in favore di una liberalizzazione del mercato dei capitali a beneficio degli investitori occidentali (e delle imprese transnazionali statunitensi).