Il discorso del Gazimestan è un'allocuzione pronunciata il 28 giugno 1989 da Slobodan Milošević, allora presidente della Repubblica Socialista di Serbia. È stato l'evento centrale della giornata dedicata alla celebrazione del seicentesimo anniversario della battaglia della Piana dei Merli (1389, nota anche come battaglia del Kosovo), la sconfitta patita dal regno serbo medioevale ad opera dell'Impero Ottomano che ha inaugurato i quasi cinquecento anni di dominio della Sublime Porta sul territorio serbo.

Il discorso fu rivolto ad una folla enormeAlessandro Marzo Magno (a cura di), La guerra dei dieci anni, Torino, Il Saggiatore., raccolta di fronte al monumento del Gazimestan, eretto nel 1953 non lontano dal Campo dei Merli dove, nel 1389, fu combattuta la battaglia. Venne tenuto in un contesto di montanti tensione etniche tra serbi e albanesi del Kosovo nonché di crescenti scontri politici tra la Serbia e le altre Repubbliche costituenti la Jugoslavia Socialista, conseguenza della rivoluzione antiburocratica lanciata negli anni precedenti dallo stesso Milošević.

Il discorso è diventato immediatamente famoso a seguito di un riferimento, fatto da Milošević, al rischio di un futuro "scontro armato" in difesa dell'identità nazionale della Serbia. Nonostante la risonanza ottenuta, all'interno dell'allocuzione la frase è presentata in un contesto molto più sfumato: "Sei secoli dopo, adesso, noi veniamo nuovamente impegnati in battaglie e dobbiamo affrontare battaglie. Non sono battaglie armate, benché queste non si possano ancora escludere." ("Opet smo pred bitkama i u bitkama. One nisu oružane, mada ni takve još nisu isključene"). Molti commentatori hanno riportato questo passo del discorso come un presagio del prossimo collasso della Jugoslavia e delle sanguinose Guerre Jugoslave.

Milošević ha sempre sostenuto che le sue frasi fossero state male interpretate.International Criminal Tribunal, transcript 020214IT, un.org, 14 February 2002.

Contesto del discorso Negli anni precedenti al discorso, il Kosovo era diventato un tema centrale della politica serba. La provincia aveva ottenuto ampia autonomia con l'introduzione della Costituzione Jugoslava del 1974 ed era da allora guidata dalla Lega dei Comunisti del Kosovo, a maggioranza albanese. La rinascita del nazionalismo albanese, la discriminazione contro i serbi da parte della polizia albanese e dal governo locale,MacDonald, David Bruce. Balkan Holocausts?: Serbian and Croatian victim-centered propaganda and the war in Yugoslavia, pg. 65. Manchester University Press, 2002; ISBN 0-7190-6467-8 e una situazione economica sempre più stagnante avevano portato molti serbi e montenegrini a lasciare la provincia negli ultimi decenni del novecento (circa 100.000 nel periodo 1961-1987). Non vi sono comunque dati ufficiali (non serbi) riguardo a tale diaspora.

Nell'aprile del 1987, Milošević visitò il Kosovo in un clima molto teso a causa delle proteste dei serbi che abitavano nella provincia. Richiamato dall'incontro con Azem Vllasi, Presidente della provincia, dalle grida della folla che aveva circondato il Palazzo di Kosovo Polje dove si trovavano, il leader serbo aveva ascoltato una delegazione di manifestanti e risposto con la famosa frase "nessuno vi picchierà mai più" ("Niko ne sme da vas bije!").

Milošević utilizzò la questione del Kosovo come leva per assicurarsi la leadership nella Lega dei Comunisti di Serbia nel 1987, riuscendo nel 1989 a varare una nuova costituzione che riduceva drasticamente l'autonomia del Kosovo, che cessava di essere provincia autonoma al pari della regione settentrionale della Vojvodina. Un cambiamento seguito dalla sostituzione di quasi tutti i leader comunisti d'opposizione presenti nelle province che venne ribattezzata "rivoluzione antiburocratica".

Molti albanesi vennero uccisi nel marzo 1989, quando le manifestazioni contro la nuova costituzione furono violentemente soppresse dalle forze di sicurezza serbe. Nel giugno 1989, quando si tenne il discorso, la situazione in Kosovo era calma ma l'atmosfera rimaneva tesa.Kola, Paulin. In Search of Greater Albania, pp. 181-182. C. Hurst & Co, 2003; ISBN 1-85065-664-9

Il discorso fu l'apice della commemorazione del seicentesimo anniversario della battaglia, giungendo dopo mesi di eventi celebrativi promossi con particolare attenzione alla questione della relazione della Serbia con il Kosovo. Un gran numero di commediografi, artisti, compositori e registi serbi hanno sottolineato i temi portanti dei miti del Kosovo, ed in particolare quello del tradimento della Serbia.

Tra la metà del 1988 e l'inizio del 1989, i serbi del Kosovo organizzarono numerose "Manifestazioni per la verità", nelle quali venivano mostrati simboli storici e identitari del Kosovo come madrepatria della Serbia (come la croce serba con le 4 S cirilliche del motto "Само слога Србина спасава" ("solo l'unità salverà i serbi"). Il tema comune di questi raduni era che i serbi al di fuori del Kosovo e della Serbia stessa dovessero conoscere la verità riguardo alla difficile situazione dei propri compatrioti, che veniva presentata con connotati emotivi esasperati come una questione di massima importanza nazionale. Quasi tutte le città abitate dai serbi competevano per organizzare manifestazioni sempre più patriottiche, con lo scopo di guadagnarsi il favore della nuova leadership, che si proclamava altrettanto patriottica, e rafforzando di conseguenza i sentimenti nazionalisti.Crnobrnja, Mihailo. The Yugoslav Drama, p. 102. McGill-Queen's Press, 1996; ISBN 0-7735-1429-5

L'evento alla Piana dei Merli fu anche rivestito di un considerevole significato religioso. Nei mesi precedenti il raduno del Gazimestan, le spoglie del principe Lazar di Serbia, caduto nella battaglia della Piana dei Merli, furono portati in una processione largamente pubblicizzata per tutti i territori abitati dai Serbi in Jugoslavia.Milan Milošević, "The Media Wars: 1987 - 1997", pp. 110-11 in Burn This House: The Making and Unmaking of Yugoslavia, ed. Jasminka Udovički, James Ridgeway, Duke University Press, 2000; ISBN 0-8223-2590-X Una moltitudine di persone in lutto spese ore intere in coda per vedere le reliquie e partecipò a manifestazioni pubbliche, i cui slogan promettevano di non lasciare più che la Serbia venisse di nuovo sconfitta.Volkan, Vamik D., William F. Greer & Gabriele Ast. The Third Reich in the Unconscious: Transgenerational Transmission and Its Consequences, pg. 47. Psychology Press, 2002; ISBN 1-58391-334-3

Alla fine della processione, i resti del Principe vennero nuovamente interrati nel Monastero Serbo Ortodosso di Gračanica in Kosovo, compreso nella municipalità di Pristina e non lontano dallo stesso Gazimestan.

L'evento del 28 giugno 1989 vide la partecipazione di una folla compresa tra qualche centinaio di migliaia e due milioni di persone (le principali stime parlano di circa un milione). Si trattava in massima parte di serbi, molti dei quali erano stati portati al Gazimestan con centinaia di treni e autobus speciali organizzati dalla Lega dei Comunisti di Serbia. Il pubblico non giunse solo dalla Repubblica di Serbia, ma da tutte le regioni abitate dai serbi in Jugoslavia e in un certo numero anche dal resto del mondo. Circa 7.000 membri della diaspora serba giunsero da Australia, Canada e Stati Uniti rispondendo all'invito da parte della Chiesa Ortodossa Serba.Zirojević, Olga. "Kosovo in the Collective Memory", p. 207-208, in The Road to War in Serbia: trauma and catharsis, ed. Nebojša Popov. Central European University Press, 2000; ISBN 963-9116-56-4

Il discorso di Milošević fu ascoltato anche da un ampio novero di dignitari della dirigenza serba e jugoslava. Tra di essi l'intero direttivo della Chiesa Ortodossa Serba, guidati dal patriarca German II; il primo ministro della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia Ante Marković; i membri della Presidenza del Comitato centrale della Lega dei Comunisti di Jugoslavia; l'alto comando dell'Armata Popolare di Jugoslavia; i membri della Presidenza Jugoslava, ad eccezione del rappresentante croato Stipe Šuvar che boicottò l'evento insieme all'ambasciatore degli Stati Uniti, agli ambasciatori di tutti i paesi della Comunità Europea e della NATO. Tra i membri di quest'ultima, solo la Turchia decise di partecipare, a causa del suo diretto interesse nell'evento in quanto stato successore dell'Impero Ottomano.Footnote on p. 101 in The War in Croatia and Bosnia-Herzegovina, 1991-1995, ed. Branka Magaš, Ivo Žanić

Dopo essere stato scortato tra due festanti ali di folla, che mostravano il suo ritratto a fianco di quello di Lazar,Michael Sells, "Kosovo Mythology and the Bosnian Genocide", p. 181 in In God's Name: Genocide and Religion in the Twentieth Century, ed. Omer Bartov, Phyllis Mack. Berghahn Books, 2001; ISBN 1-57181-214-8 Milošević pronunciò il proprio discorso da un palco alto trenta metri, con alle proprie spalle un manifesto recante i principali simboli del mito del Kosovo: immagini di peonie (un fiore tradizionalmente associato al sangue di Lazar), l'effige del principe e la croce serba con le quattro C cirilliche agli angoli.

Contenuti del discorso Il discorso pronunciato da Milošević il 28 giugno 1989 non si discostava molto dai temi che il presidente serbo stava promuovendo da qualche tempo. Il 19 novembre 1988, aveva pronunciato queste parole ad un raduno della "Fratellanza e Unità" a Belgrado: "Nessuno dovrebbe sorprendersi se questa estate la Serbia ha alzato la sua testa a causa del Kosovo. Il Kosovo è il centro esatto della sua storia, della sua cultura e della sua memoria. Ogni nazione ha un amore che scalda il suo cuore. Per la Serbia è il Kosovo".Naša Borba, 14 June 1996.

Non dissimili sono i temi sviluppati nel discorso al Gazimestan: Edit Petrović ha sottolineato come Milošević abbia cercato di combinare "storia, memoria e continuità", promuovendo "l'illusione che i serbi che hanno combattuto contro i turchi in Kosovo nel 1389 erano in qualche modo gli stessi serbi che combattevano per la sopravvivenza dell'identità nazionale serba negli anni ottanta."Edit Petrović, "Ethnonationalism and the Dissolution of Yugoslavia", p. 170 in Neighbors at War: anthropological perspectives on Yugoslav ethnicity, culture, and history, ed. Joel Martin Halpern, David A. Kideckel. Penn State Press, 2000.

Secondo James Gow, l'obiettivo era di rafforzare la campagna politica di Milošević, che era basata "sulla nozione di rimediare a questa tendenza alla vittimizzazione e a ricostituire il senso dell'orgoglio serbo e, soprattutto, del suo potere storico."Gow, James. The Serbian Project and Its Adversaries: A Strategy of War Crimes, pg. 10. C. Hurst & Co. Publishers (2003); ISBN 1-85065-499-9

All'inizio del discorso, Milošević ha menzionato la battaglia del Kosovo e concluso che è stato attraverso "il gioco della storia della vita"Quote from the English translation by the National Technical Information Service of the US Department of Commerce. Reprinted in The Kosovo Conflict and International Law: An Analytical Documentation 1974-1999, ed. Heike Krieger, pp. 10-11. Cambridge University Press, 2001; ISBN 0-521-80071-4. online version in Milošević's official website che "la Serbia ha riguadagnato la propria integrità statale, nazionale e spirituale." proprio nell'anniversario della battaglia: il leader serbo faceva qui riferimento ai recenti cambiamenti costituzionali che hanno ridotto l'autonomia delle province autonome serbe (Voivodina e Kosovo) e rafforzato il potere centrale. Ha poi continuato dicendo che "oggi, è difficile dire quale sia stata la verità storica riguardo alla battaglia del Kosovo e quale la leggenda. Oggi questo non è più importante."