La poesia araba () indica l'insieme della poesia realizzata in lingua araba, dal VI secolo ai giorni nostri.
Caratteristiche della poesia araba ed etimologia Etimologie e definizioni 1) Tra le parole arabe che designano la poesia nel patrimonio letterario classico, shiʿr () e naẓm () sono quelle che attirano la maggior attenzione dei critici. Oggi shiʿr è la parola araba per eccellenza per poesia mentre la radice del sostantivo naẓm rinvia all'idea di ordine perfetto. La poesia, in quanto naẓm, si oppone alla prosa, nathr (), la cui radice è legata, invece, all'idea di sparpagliamento.
2) Questa distinzione naẓm/nathr, ordine/dispersione, poesia/prosa, è una dicotomia fondamentale discussa in tutta la critica classica araba per cercare di definire la poesia, e riflette una definizione cumulativa del discorso poetico così come fu formulata da al-Suyūṭī: il discorso ordinario in prosa, quando subisce un impatto di ordine ritmico, diventa manẓūm, 'ordinato', e si è quindi in presenza di naẓm. In questo modo, aiutata da rime e metrica, il naẓm diventa shiʿr, poesia.Bruno Paoli, De la théorie à l'usage, Essai de reconstitution du système de la métrique arabe ancienne, Damasco, Presses de l’Ifpo, Institut français du Proche-Orient, 2008, p. 15. e-ISBN 978-2-35159-279-3 al-Suyūṭī, al-ʿItqān fī ʿulūm al-Qurʾān, a cura di M. S. Hāshim, 2000, vol. 2, p. 234
3) Fu Qudāma b. Jaʿfar che fornì alla fine del IX secolo, nella sua Critica della poesia (), la prima definizione formale della poesia: "La poesia è una parola in metrica, in rima, esprimente un significato".Qudāma b. Jaʿfar, Naqd al-shiʿr, Il Cairo, al-Jazīra li-l-nashr wa l-tawzīʿ, 2006, p. 55 Ma tale definizione rimane problematica, giacché in questo modo andrebbero considerati poesia anche i trattati di grammatica in versi. Altri autori tenteranno di proporre diverse definizioni della poesia, integrando in particolare alcune considerazioni sulle fondamenta del genere.
4) Sul piano della finalità del discorso poetico, due nozioni centrali sono proposte, a partire dall'VIII secolo, da Jumaḥī nell'introduzione alle Ṭabaqāt e saranno discusse da tutti i letterati successivi: "La poesia è la scienza migliore degli Arabi"(ar) al-Jumaḥī, Ibn Sallām, Ṭabaqāt fuḥūl al-shuʿarāʾ, (trad. et présentation M. M. Chaker), Jedda, Dār al-Madanī, 19742, pp. 24-25 e "I primi Arabi non avevano altra poesia che i versi declamati da un uomo nel bisogno"(ar) al-Jumahī, op. cit., p. 26.
La metrica araba
1) I metri della poesia araba sono stati identificati e teorizzati solo a partire dall'VIII secolo dal filologo e grammatico al-Khalīl ibn Aḥmad anche se venivano usati da molto primaPaoli, Bruno, De la Théorie à l'usage, essai de reconstitution du système de la métrique arabe ancienne, éd. Presses de l'Ifpo, 2008, consultabile online: De la théorie à l’usage - Introduction - Presses de l’Ifpo. Al-Khalīl ibn Aḥmad fu il primo a identificare e dare un nome ai vari metri. Nel corso del suo lavoro, rese evidente che le sillabe corte e quelle lunghe si ripetevano secondo regole precise. Egli sviluppò dunque un sistema teorico che raccoglieva i differenti tipi di versi, nella famosa Teoria dei cerchi, che presentò nel Kitāb al-ʿarūḍ. Il libro non è arrivato a noi, ma è possibile farsi un'idea precisa del suo contenuto grazie a numerosi studiosi di metrica, critici e filologi di epoca successiva, che nelle loro opere lo citanoLemma «al-Khalīl b. Aḥmad» (Sellheim, R.), su: Encyclopédie de l’Islam. Brill Online, 2 01 4. Reference. Bulac (Bibliothèque universitaire des langues et civilisations). 1 3 March 2 01 4 < Identification / Login /al-khalil-b-ahmad-SIM_41 61>. Al-Khalīl identificò quindici metri, e un sedicesimo fu aggiunto più tardi (il mutadārik).
2) Il metro arabo è quantitativo, si basa cioè sull'opposizione di sillabe lunghe e sillabe corte che, disposte secondo determinati schemi, generano il ritmo proprio di ciascun metro. I diversi metri si distinguono gli uni dagli altri attraverso il numero di sillabe e l'ordine di alternanza di sillabe corte e lunghe. Esiste, inoltre, per ogni tipo di metro un certo numero di variazioni possibili.
3) Nella metrica classica tutti i versi sono obbligatoriamente rimati. Il metro principe della tradizione è il rajaz perché quello delle qaṣīde più antiche e perché padre di tutti gli altri metri (vedi sotto). DI norma, nella tradizione, si esige che ogni verso sia staccato dall'altro come le perle di una collana, dove il senso che collega i versi è sottinteso e non è possibile lenjambement.
Bisogna fare qui, tuttavia, una specificazione importante valida per tutte le letterature islamiche, non solo araba: gli studiosi, infatti, definiscono versi quelli che sono, in verità, nei testi originali degli emistichi (mezzi versi): quando parlano di una poesia di 80 versi, quindi, bisognerà intendere di 40 versi doppi, se di 30 versi, 15 versi doppi. Questa abitudine è invalsa anche nella trascrizione delle poesie, dove gli emistichi sono riportati l'uno sotto l'altro, come fossero versi autonomi, dando l'impressione che il componimento sia a rime alternate (b / a / c / a / d / a / e...). Non è così: i versi sono doppi e ogni secondo emistichio del verso rima con il precedente: tutti i versi, quindi, rimano fra loro (b-a / c-a / d-a / e-a ..).
4) Nel XX secolo, a partire dal 1947, la maggioranza dei poeti ha invece abbandonato gli stilemi classici in favore di una forma espressiva meno tradizionale, adottando il cosiddetto "verso libero".
Profilo storico della poesia araba I. L'epoca preislamica («Jāhiliyya») e la qaṣīda
Anticamente la Penisola araba era popolata a nord da tribù che si ritenevano discendenti di Adnan, e a sud da tribù che si ritenevano discendenti di Qahtan, le quali poi si mescolarono senza mai fondersi. Il sud (lArabia Felix, ossia lo Yemen) era già culturalmente rigoglioso nel 900 a.C., quando fiorì il regno di Saba per opera dei Sabei, mentre il nord dovrà aspettare 1000 anni per evolversi con l’Islam. Al centro, nell’altopiano del Najd, sorse per un certo periodo (500 d.C. ca) l’effimero regno tribale confederativo di Kinda, da cui proviene il poeta arabo più antico. Come si vedrà, infatti, la poesia araba sembra essersi originata proprio attraverso cantori itineranti fra l'Hegiaz (la zona della Mecca e Medina, all'epoca sedi di santuari pagani e di commerci) la corte di Kinda, il regno dei Lakhmidi (al-Ḥīra), al confine persiano, e quello dei Ghassanidi, al confine siriano.
1) All'856 a.C. risale la prima menzione da parte degli Assiri degli Arabi.
2) Al 267 d.C. risale invece la prima attestazione della lingua araba settentrionale (stele di Higra).
3) Al 512 d.C.: risale la prima attestazione dell’alfabeto arabo in un'iscrizione vicino ad Aleppo. Esso ha due forme, la kufica (quadrata, per le iscrizioni) e il nashki (tipo di corsivo).
4) I più antichi esempi di poesia preislamica che ci sono pervenuti risalgono alla prima metà del VI secolo d. C. e si tratta di qaṣīde. La qaṣīda è un'ode di carattere elegiaco e panegiristico ed è la matrice da cui si sono sviluppati tutti i generi della letteratura islamica successiva. Essa, per come è stata tramandata, è un componimento molto lungo (anche centinaia di versi) in versi doppi, tutto rigorosamente monorima, ad eccezione del primo verso dove rima anche il primo emistichio (schema: a-a/b-a/c-a/d-a/e-a, ecc...), ed è composta in metro rajaz.
Per quel che riguarda la struttura, la qaṣīda risulta costituita dal nasīb (preludio amoroso), dove il poeta ricorda l'amata e si muove per andare a cercarla, e dal waṣf (descrizione) del paesaggio incontrato lungo il viaggio, e della cammella, su cui il poeta cammina. A questo punto, abilmente, il poeta introduce il vero tema dell'ode che si può risolvere in diverse maniere: o col fakhr (vanto tribale della propria genealogia), con la hijāʾ (satira o invettiva contro qualcuno o contro il clan rivale), o col madīḥ (encomio del poeta o di qualcun capo tribù o personaggio di rilievo) o la ritha (elegia funebre). Ricorrente è il tema del vino che i beduini comprano al confine da Bisanzio e dalla Persia o che direttamente viene cantato dai poeti che spesso vengono accolti presso le corti tribali dei Lakhmidi e dei Ghassanidi dove l'uso è comune.
La lingua usata invece è araba 'centrale': una koinè dei dialetti del Najd (sede della tribù di Kinda) con influssi dell'Higiaz.
5) Queste qaṣīda preislamiche furono tramandate oralmente per secoli e furono messe per iscritto a partire dall'VIII secolo, in età abbaside. Proprio questo spazio temporale fra la composizione e la messa per iscritto ha sollevato fin dalle origini la questione, ancor oggi non chiarita, sull'autenticità di tali poesie. Infatti, nonostante gli eruditi dell'epoca abbàside avessero sottoposto a critica i versi da loro raccolti, per secoli gli studiosi arabi si sono divisi fra coloro che hanno sostenuto che tale poesia è assolutamente autentica e coloro che hanno sostenuto che si tratti di falsi interpolati in epoca islamica, basandosi su prove lessicali ma anche politico-socialiDaniela Amaldi, Storia della letteratura araba classica, Bologna, Zanichelli, 2004, pp. 18-20.
L'ipotesi più probabile, sostenuta da diversi studiosi, è che i versi, così come sono riportati dai testi fin dai primi secoli dell'Islam, riflettano l'ambiente e le vicende dell'epoca preislamica anche se non ci può essere certezza assoluta sull'attribuzione di tali versi né sui versi specifici. Infatti, proprio a causa dell'oralità della composizione e della trasmissione, ci possono essere state variazioni di diverso tipo. Così, per esempio, in questo tipo di poesia sono assenti i riferimenti a divinità preislamiche, versi o espressioni che potrebbero essere stati tralasciati quando, in epoca ormai islamica, le composizioni sono state messe per iscritto.
Come che sia, il corpus delle qaṣīda preislamiche è costituito da testi di un’ottantina di poeti. Alcune qaṣīda sono dette muʿallaqāt (le ‘appese’ o le ‘dorate’), sette qaṣīda che sono i punti di riferimento di tutta la tradizione poetica successiva. Esse furono composte da Imru l-Qays (della tribù dei Kinda, autore della celeberrima Fermiamoci e piangiamo), Labīd, Zuhayr ibn Abī Sulmā (padre), Antara ibn Shaddad, ῾Amr ibn Kulthūm, al-Ḥārith ibn Ḥilliza e Ṭarafa b. al-ʿAbd. Questi ultimi tre poeti soggiornarono presso la corte di al-Ḥīra, cosa comune, come detto, visto che la corte di al-Ḥīra accoglieva frequentemente i rapsodi arabi.
Per questo, oltre questa pleiade di sette autori, vi sono i poeti definiti proprio 'cortigiani', cioè Omar b. Abī Rabīʿ, Urwa b. al-Ward, Ibn Jabir (autore di una celebre Qaṣīda del mantello - nota come Al-Burda) -, al-Mutalammis, Samawʾāl ibn ʿĀdiyā, o anche al-Aʿshā o al-Nābigha al-Dhubyānī (autore della qasida O tenda di Maya), le poesie dei quali si ambientano nei vicoli della Mecca e di Medina, tra le stradine, negli incontri consumati per strada.
Accanto a loro esiste ancora un gruppo di poeti detti banditi (ṣa'alik) come Ta'abbata Sharran (autore della famosa Qasida della vendetta), Shanfara (autore della Qaṣīda in lettera lam), o ancora Hassan ibn Thabit: le loro poesie mancano spesso del nasib e si concentrano direttamente sul canto di vendetta o di vituperio che mantiene in vita l'orgoglio beduino tribale.
6) Si distaccano da questo panorama due figure che diverranno centrali nella poesia successiva. La prima è la poetessa al-Khansāʾ, specializzata nel rithaʾ (elegia), che è l'unico genere per ora dotato di una propria specifica forma metrica rispetto alla qasida, e Adi Ibn Zayd, iniziatore della poesia bacchica, di cui ci sono rimasti frammenti. Egli non a caso apparteneva il cristianesimo, religione in cui il vino ha un ruolo centrale, sebbene neanche nella cultura araba preislamica vi fossero divieti sull'uso del vino.