Con arma da fuoco si intende un tipo di arma propria da sparo, termobalistica, cioè che sfrutta la forza di espansione dei gas della combustione interna di una carica di lancio, in genere polvere da sparo, per lanciare/gittare sul bersaglio un proiettile. Ogni arma da fuoco è provvista di una canna, più o meno lunga, nella quale il proietto segue una certa traiettoria ad una data velocità.
L'energia cinetica acquisita dal proiettile, sarà trasferita al bersaglio, in maniera più o meno efficace, in base al tipo di munizione e di bersaglio, secondo calcoli di balistica.
Storia Età antica La prima arma da fuoco, di cui si abbia conoscenza in Europa, nacque dopo l'anno 500, ed era denominata "candela romana", o altrove anche "fuoco greco". Si basava su un grosso vaso in cui veniva versata della polvere pirica; successivamente, su questa veniva posato un proiettile coperto di stracci imbevuti di oli combustibili. I soldati davano fuoco al proiettile e questo incendiava la carica sottostante che lo scagliava “oltre le mura delle città”, appiccando il fuoco sui tetti delle case. Il termine "fuoco greco" indicava anche una mistura (di cui non è conosciuta esattamente la composizione, ma presumibilmente a base di bitume), usata a scopo incendiario in campo navale, lanciata da sifoni imbarcati sulle galee; aveva la caratteristica di non spegnersi a contatto con l'acqua, presumibilmente per la presenza di calce viva.
Medioevo
L'utilizzo e l'importanza di tali armi è comunque legato alla scoperta della polvere da sparo, già conosciuta dai cinesi a partire dal IX secolo: già il secolo dopo era comune in Cina l'utilizzo di razzi a scopo militare, e a partire dal XIII secolo si ha menzione dei primi cannoni, e dell'uso bellico della polvere da sparo.
In Europa, solo dopo il 1200 si riuscì ad ottenere la formula ancor oggi usata per la fabbricazione della polvere nera: già nel 1331 le cronache menzionano la comparsa dei primi cannoni in Europa, a Cividale del Friuli, seguiti dalle prime armi portatili come ad esempio lo schioppo, nel 1364.
Alcune delle prime attestazioni dell'uso delle armi da fuoco in Occidente sono italiane, dato che armi di questo tipo sono documentate a Firenze nel 1326, a Gassino nel 1327, mentre a Mantova era conservato un piccolo cannone in bronzo datato 1322.
Età moderna
Per le prime armi da fuoco europee del XIV secolo, l'accensione della carica di polvere avveniva attraverso un foro (chiamato "focone") situato alla base chiusa della canna, tramite un acciarino, poi con una miccia come nei primi tipi di schioppo; seguì l'introduzione di una miccia riutilizzabile la cui parte accesa, anziché infilarsi direttamente nel focone, si appoggiava su uno scodellino ricavato a fianco del focone stesso, che veniva chiamato "bacinetto" e sul quale era posta una piccola parte di polvere da sparo. Successivamente si utilizzò una pietra focaia che, provocando scintille, accendeva la polvere posta all'interno del bacinetto; solo in seguito si passò alla capsula a percussione che infiammava la polvere della carica propellente vera e propria quando venivano percosse dal cane che vi si abbatteva premendo il grilletto: le capsule erano poste su un cilindretto cavo collegato al focone, detto "luminello".
Tutti questi sistemi riguardavano armi ad avancarica, cioè che si caricavano dalla bocca della canna, inserendo prima la polvere di lancio, poi un disco di feltro o cartoncino detto "borra" e infine la pallottola; questa inizialmente era in pietra ma presto fu costruita in piombo, e veniva avvolta per i 3/4 da uno straccetto per evitare che i gas generati dall'esplosione della polvere fluissero davanti alla palla da lanciare, dato che esisteva un discreto spazio tra il diametro esterno della palla ed il diametro interno della canna, per via delle tolleranze di lavorazione, enormi a quel tempo. Si premeva poi il tutto con una bacchetta in dotazione, similmente a quanto si faceva per i cannoni.
Nel XV secolo venne creata la "cartuccia" consistente in un involucro di carta nitrata contenente la polvere da sparo, la borra e la pallottola. Bastava strappare con i denti la parte inferiore della cartuccia ed infilarla nella canna, ricaricando così l'arma con una sola operazione e con quantità di polvere più costanti.
Il fatto di dover caricare l'arma dalla bocca da fuoco rendeva le prime armi estremamente lente nel reiterare l'azione di fuoco in quanto i tempi di ricarica erano lunghi e dipendenti dall'addestramento di chi la eseguiva; erano inoltre frequenti i malfunzionamenti dovuti alla mancata accensione della polvere a causa dell'umidità. Al fine di superare il primo problema e quindi aumentare la frequenza di fuoco, vennero costruite armi a canna multipla, con due/tre canne (massimo quattro per alcune realizzazioni), ma visto che ogni canna in più rappresentava un peso aggiuntivo questa soluzione comprometteva la mobilità sul terreno. Per questo motivo, le armi ad avancarica multicanna più antiche furono soprattutto pistole: le canne più corte erano più leggere, oltre ad essere armi destinate ad un utilizzo a distanze brevi o brevissime, dove la possibilità di sparare più colpi verso bersagli multipli a distanze pericolosamente brevi, poteva rappresentare la differenza tra la vita e la morte. Armi a canne multiple rimasero comunque realizzazioni abbastanza rare, spesso confinate ad armi non portatili (come il "ribauldequin", una sorta di piccolo pezzo d'artiglieria multicanna) mentre in Giappone iniziano ad apparire nel XVI secolo i primi archibugi giapponesi.
Età contemporanea
All'inizio del XIX secolo furono inventate le prime armi a ripetizione, che sfruttavano un tamburo, cioè una sorta di cilindro rotante con varie camere di scoppio. Un esempio tra i più famosi, è il "revolver" di Samuel Colt con brevetto del 1835, ma non è il primo revolver della storia. Ogni camera di scoppio del tamburo era destinata ad accogliere una carica completa di proiettile, che veniva sparato quando la camera era allineata con l'asse della canna (che invece era singola): l'allineamento avveniva ogniqualvolta si arretrava il cane, mentre lo sparo avveniva quando si premeva il grilletto. Quest'ultimo poi liberava il cane stesso che, quindi, si abbatteva percuotendo via via le capsule al fulminato di mercurio poste sulla circonferenza posteriore del tamburo che, a loro volta, innescavano la carica di lancio contenuta nella corrispondente camera sottostante. Tuttavia, in queste prime armi, cosiddette ad avancarica del tamburo, ogni colpo era caricato singolarmente inserendo i vari componenti anteriormente in ogni camera del tamburo.
In seguito, con il passaggio alle armi a retrocarica, si ebbe un ulteriore sviluppo con l'adozione del sistema di accensione "a percussore lanciato", reso possibile dalla nascita della nuova cartuccia, racchiusa all'interno di un involucro detto bossolo. Tra i primi esempi di tali armi si può ricordare il fucile Chassepot, con percussore ad ago e cartucce di carta con innesco situato direttamente a contatto della parte posteriore della palla. Da segnalare anche nella seconda metà del XIX secolo i fucili ad azionamento a leva e la mitragliatrice Gatling, una delle prime armi a ripetizione ad avere un certo utilizzo in un conflitto, in tal caso nella guerra civile americana.
Ad oggi la carica, l'innesco e il proiettile sono contenuti in un bossolo metallico e l'insieme costituisce la cartuccia, mentre l'arma provvede (dopo essere stata caricata ed avendo alloggiata una munizione nella "camera di cartuccia" all'interno della canna) a percuotere l'innesco tramite un percussore (a sua volta azionato o meno da un "cane"), che vi si abbatte sopra come un martello. Il fatto che l'intera munizione sia diventato un unico oggetto, ha permesso anche lo sviluppo di sistemi di alimentazione, di scatto e di gestione della ripetizione del colpo, che hanno portato a produrre armi da fuoco automatiche, con cadenze di tiro di parecchie centinaia di colpi al minuto; le armi automatiche con maggiore cadenza di tiro, attualmente in uso, discendono dal cannone M61 Vulcan e sono munite di un affusto con più canne rotanti: ad esempio, l'arma principale dell'aereo anticarro A-10 Thunderbolt II, è un cannoncino a 7 canne rotanti da 30 mm, in grado di sparare 4000 colpi al minuto (esplosivi o perforanti al uranio impoverito).
Componenti Sono elementi caratterizzanti di tale tipo di arma:
Bipiede Canna Cane Cassa Calcio Castello Caricatore Culatta Estrattore Grilletto Mirino Otturatore Percussore Selettore di fuoco Slitta
In alcune armi da fuoco ad avancarica era presente anche il luminello.
Canna
La canna è sostanzialmente un tubo metallico ed è l'ambiente in cui si esplica l'azione iniziale del munizionamento, quella che permette di far partire il proiettile e di direzionarlo verso un bersaglio ed a causa dell'energia emessa al suo interno, la canna è soggetta ad un fenomeno chiamato surriscaldamento di canna.
Cane
Il cane è un componente armato dal grilletto oppure a mano e nella sua successiva corsa in avanti colpisce, tramite il percussore, l'innesco della cartuccia facendo partire il colpo.
Cassa
La cassa, in un'arma da fuoco, è una componente fatta di legno o materiali sintetici, che unisce le diverse componenti e permette la presa, il puntamento ed il tiro.
Calcio
Il calcio è la parte di essa che viene utilizzata come impugnatura, o imbracciata dal tiratore.
Castello
Il castello è quella componente che contiene le parti operative.
Caricatore
Il caricatore ha il compito di contenere le cartucce (formate da bossolo, che contiene propellente e innesco, e proiettile) in modo da semplificare la ricarica dell'arma.
Culatta
La culatta è la parte posteriore della bocca di fuoco. Nelle armi ad avancarica è la parte posteriore della canna, che contiene la carica di lancio ed è normalmente chiusa (è a chiusura della parte posteriore della canna). Nelle armi da fuoco leggere e portatili moderne, la culatta fa parte della canna dove è situata la camera di combustione, ma essendo aperta è necessario un otturatore di chiusura, per contenere la pressione dei gas sviluppati dalla carica di lancio.
Estrattore
L'estrattore è quella parte delle armi da fuoco retrocarica e a cartuccia metallica, destinata ad estrarre il bossolo dopo lo sparo, cioè a farla uscire dalla camera di scoppio, di concerto con l'espulsore.
Grilletto
Il grilletto è quella parte esterna del meccanismo di scatto di un'arma da fuoco che consente il rilascio del cane o del percussore, provocando così l'esplosione del colpo. Viene normalmente azionato con il dito indice della mano che impugna l'arma.
Un'errata relazione con il grilletto porta a strappare e di conseguenza il tiro perde di precisione.
Otturatore
L'otturatore è quella parte di qualsiasi arma da fuoco a retrocarica, che serve per chiudere la culatta e resiste alla forza di espansione dei gas nello sparo.
Percussore
Il percussore è il meccanismo atto a provocare lo sparo della cartuccia, tramite il percuotere della la capsula a percussione di innesco presente nella munizione.
Selettore di fuoco
Il selettore di fuoco è un dispositivo presente solitamente nelle armi da fuoco automatiche e serve per modificare la modalità di fuoco. Le tre varianti principali sono: semi-automatico, raffica ed automatico.
Slitta
La slitta è quella rotaia presente sul dorso o sul ventre della canna di un'arma da fuoco che serve ad agganciare un accessorio all'arma stessa, solitamente un organo di mira ottico.
L'azionamento
Quando si aziona un'arma da fuoco, la polvere della carica viene incendiata, provocando una forza sufficiente a spingere il proiettile fuori della canna e ad una certa distanza: questa forza è generata dalla pressione conseguente allo scoppio della carica di lancio.