L'assassinio di Galeazzo Maria Sforza, perpetrato il 26 dicembre 1476, giorno di Santo Stefano, fu ordito da membri dell'aristocrazia milanese con lo scopo di stroncarne la tirannia e minare l'egemonia degli stessi Sforza, probabilmente con la longa manus del re di Francia. La congiura portò all'uccisione del Duca, ma non compromise la signoria sforzesca sul milanese che perdurò ancora per un trentennio. Tutti i congiurati furono uccisi o giustiziati.

Antefatti

Dopo la morte del padre Francesco Sforza, primo duca di Milano dell'omonima casata, il giovane figlio Galeazzo Maria venne chiamato a succedergli al trono. Durante gli anni della giovinezza, Galeazzo Maria era cresciuto perlopiù all'ombra del genitore che, pur di tenerlo lontano dalla conduzione degli affari di stato, gli aveva consentito di dedicarsi alle attività che maggiormente egli apprezzava come la caccia.

Due anni dopo la sua ascesa, le aspettative economiche del duca vennero rimpinguate dalla copiosa dote apportata alla sua famiglia dal matrimonio proficuo con Bona di Savoia, figlia del duca Ludovico. Con queste somme il duca si circondò di grande lusso ed avviò dei lavori di abbellimento nel Castello Sforzesco oltre ad utilizzare il denaro pubblico per una serie di opere come la navigazione del Naviglio della Martesana, introducendo il censimento civile, risistemando i valori emessi dalla zecca di Milano. Malgrado ciò la sua superbia divenne nota anche all'estero, soprattutto nel 1471 in occasione della visita ai Medici di Firenze con un grandioso corteo degno di un vero e proprio principe rinascimentale, reso possibile in gran parte con pesanti tassazioni inflitte alle città di Pavia, Como, Piacenza e Parma che andarono a costituire anche la somma di 15.000 ducati annui concessi alla consorte ad uso personale.

La reputazione del duca venne inoltre danneggiata dall'amante Lucia Marliani che divenne una "duchessa ombra" ottenendo tutte le rendite della navigazione del Martesana ed il ricco feudo di Melzo, creando gelosie interne alla corte ed agli ambienti aristocratici. Con quanti però osavano opporvisi, Galeazzo rispondeva con la forza e punizioni crudeli.

Per le inimicizie create e le tensioni a corte, Galeazzo Maria Sforza negli anni aveva collezionato molti nemici anche all'interno dello stesso palazzo ducale. Tra i più accaniti oppositori del duca vi era il retore Cola Montano che era stato suo maestro e aveva aperto una scuola di eloquenza in città sin dal 1466. I rapporti tra i due erano ulteriormente peggiorati dopo che Galeazzo, avendolo colto a indugiare nei vizi di cui lo accusava, lo aveva fatto frustare pubblicamente vendicandosi dei rimproveri e delle scoppole ricevute quando era suo studente. Cola rimproverava il duca considerandolo un tiranno, lo infamava pubblicamente e incitava i suoi allievi a deporlo con la violenza al fine di instaurare una repubblica. Tra i suoi studenti più intimi vi erano Giovanni Andrea Lampugnani, Carlo Visconti e Girolamo Olgiati.

Giovanni Andrea Lampugnani era già stato condannato a morte da Francesco Sforza per poi essere graziato dallo stesso Galeazzo ma, indomito, era ancora fermo nel proposito di uccidere il duca sperando che il popolo milanese si sollevasse appoggiando i congiurati.

Carlo Visconti era il fratello di una delle amanti di Galeazzo che fu poi pubblicamente svergognata dal duca, gli era stato inoltre confiscato un ricco podere a Morimondo e la sua famiglia aveva perso il ducato in favore degli Sforza.

Girolamo Olgiati, il più giovane, avendo appena ventidue anni e ancora imberbe, non aveva invece alcun conto in sospeso con il duca ma credeva che la sua morte gli avrebbe permesso di ottenere la gloria di grandi figure del passato come Bruto e Catilina, continuamente citati quali fulgidi esempi da Cola Montano. Secondo Antonio Perria invece la sorella dell'Olgiati sarebbe stata violentata dal duca dopo essersi rifiutata di corrispondere al suo desiderio.

Nel dicembre del 1476 l'esercito sforzesco ritornò dal Piemonte dove aveva combattuto al fianco di Filiberto I di Savoia riuscendo a scacciare Carlo I di Borgogna. Essendo giunto l'inverno, Galeazzo ordinò alle truppe di ritirarsi nei quartieri invernali pensando di rinnovare le operazioni la primavera successiva e si recò a Vigevano. Da quella città si diresse a cavallo alla volta di Milano per celebrare il Natale in famiglia, come da tradizione. Il Corio racconta che sulla strada il duca fu molestato da una serie di presagi funesti. Giunto nei pressi di Abbiategrasso scorse in cielo una cometa, allora considerata segno di sventura poi ricevette la notizia che la sua camera da letto al Castello era andata in fiamme quindi tre corvi gli svolazzarono sopra la testa ed egli cercò di scacciarli a colpi di balestra, senza riuscirvi. Si ricordò inoltre della profezia di un prete astrologo che aveva vaticinato che il suo regno non sarebbe durato nemmeno undici anni; infuriato, Galeazzo lo aveva fatto rinchiudere in un fondo di torre dove era morto di inedia dodici giorni dopo, avendo ricevuto durante la prigionia solo una pagnotta, del vino e un'ala di cappone. Il duca fu sul punto di tornare indietro ma alla fine spronò il cavallo.La mattina del 20 dicembre un silenzioso e tetro corteo ducale entrò a Milano senza che vi fosse alcuna manifestazione di giubilo per la vittoria ottenuta. Galeazzo ordinò che alla messa dell'indomani tutti i cantori si vestissero a lutto e che cantassero tutti i giorni l'ufficio per i morti. Il duca era ben conscio dei rischi che ogni giorno correva, tant'è che aveva rafforzato la sua scorta armata e ridotto fortemente le proprie uscite da palazzo. La vigilia di Natale il duca celebrò il rito del ceppo nella "Sala dei Fazuoli" insieme alla famiglia e ai più alti feudatari. Non erano però presenti i fratelli Sforza e Ludovico che aveva esiliato in Francia alcuni mesi prima. Il giorno di Natale il duca era vestito con un lungo abito di damasco cremesino e assistette a tre messe che però si tennero nella cappella ducale del Castello, e non, come da tradizione, nel Duomo. Fece un discorso autocelebrativo nella Sala delle Colombine quindi pranzò con la famiglia infine passò il resto del giorno a dilettarsi con i falconi.Corio, Storia di Milano, vol. III, pp. 300-301

Secondo la confessione deposta dall'Olgiati poco prima di morire, furono lui e il Lampugnani ad ideare l'attentato e dopo quattro giorni, quando avevano ormai deciso la data, il luogo e le modalità, coinvolsero anche il Visconti. Ebbero quale base operativa la casa del Lampugnani dove progettarono l'assassinio per sei mesi, arrivando a realizzare un pupazzo con le sembianze del duca su cui erano soliti accanirsi verbalmente ed esercitarsi a colpi di pugnale.Allegretto Allegretti, Diarii sanesi Pare che i tre fossero stati educati all'uso delle armi da Bartolomeo Colleoni, morto l'anno precedente. I tre cercarono di sobillare amici e popolani a ribellarsi al duca, ricordando a tutti i suoi delitti e le sue malefatte, imbastendo banchetti e promettendo loro favori una volta tolto di mezzo il tiranno. Otto o dieci giorni prima del Natale si riunirono nel vicolo che divideva gli orti del monastero di Sant'Ambrogio e l'Olgiati entrato nella basilica, pregò il patrono per il sostegno all'impresa. Nella notte tra il 25 e il 26 dicembre si adunarono nuovamente rinnovando i patti e promettendosi a vicenda che se qualcuno di loro fosse caduto, gli altri avrebbero dovuto raggiungere l'obiettivo a tutti i costi. Fissarono quindi l'ora in cui sarebbero dovuti entrare in chiesa e si divisero i compiti quindi si congedarono verso la mezzanotte.

L'assassinio La mattina del 26 dicembre Milano era offuscata da una nebbia gelata. Galeazzo, malgrado fosse di umore cupo e temesse per la sua incolumità alla luce degli avvenimenti dei giorni precedenti, ritenne doveroso di porgere omaggio al primo santo e martire nell'antica basilica di Santo Stefano Maggiore, una delle più insigni della città. Si racconta che durante la notte la duchessa Bona di Savoia avesse avuto un incubo nel quale aveva visto un uomo trucidato all'interno della basilica. Ne informò il marito che decise di assistere alla messa presso la cappella ducale del Castello. I consiglieri, tuttavia, lo informarono che il cappellano si era già recato in Santo Stefano e vi aveva portato i paramenti sacri. Si decise quindi di sostituirlo con Branda Castiglioni, vescovo di Como, che però mandò a dire di essere indisposto, forse su ordine dello stesso Galeazzo in quanto secondo il Corio ad attenderlo in chiesa vi erano anche alcune sue amanti e persino alcune prostitute. Malgrado le suppliche di Bona e i tentativi di dissuasione da parte di alcuni cortigiani, Galeazzo decise di allora recarsi in città. Indossava una veste di raso cremisi foderata di zibellino, cinta da un cordone di seta morella e dello stesso colore erano il berretto e la calza sinistra mentre la destra era bianca e bianche le due bottine ai piedi. Per precauzione indossò una corazza che però si tolse subito in quanto lo faceva apparire troppo grasso e lo soffocava. Giunto ai piedi della scalinata della corte ducale mandò a chiamare i figli Gian Galeazzo ed Ermes e li salutò affettuosamente per l'ultima volta, quasi presago del suo destino. Si diresse poi a piedi tenendo a braccetto Niccolò ambasciatore di Ferrara e il pisano Zaccaria de' Saggi, ambasciatore di Mantova. Giunto nel foro subito fuori dal Castello che era ghiacciato durante la notte, montò a cavallo seguito da tutto il resto del corteo di cui facevano parte, tra gli altri, i fratelli Filippo e Ottaviano, Branda Castiglioni vescovo di Como e Giovanni Simonetta, umanista fratello del più noto Cicco. Bernardino Corio, principale narratore della vicenda, che era allora cameriere ducale non ancora diciassettenne, decise di recarsi a piedi alla basilica percorrendo alcune vie laterali in modo da anticiparne l'arrivo. Là scorse quelli che si sarebbero poi rivelati i congiurati e ne fu sorpreso in quanto avrebbero dovuto accompagnare il duca. Il corteo si diresse lentamente verso il centro della città tra due ali di folla, percorrendo strade anguste (allora non esisteva ancora via Dante) e verso mezzogiorno, sotto un pallido sole, giunse nel piazzale davanti alla basilica, gremito di gente. All'epoca, la chiesa conservava ancora il suo aspetto altomedievale. Davanti al portale d'ingresso vi era un antico nartece (rimosso poi durante i lavori di sistemazione della chiesa nel Seicento), all'interno era costituita da tre navate separate da sei grandi arcate ed era priva di cupola.

All'alba del 26 dicembre i tre congiurati, seguiti da undici sgherri, erano entrati nella basilica di Santo Stefano e avevano pregato il primo martire e San Carlo di intercedere per loro e di perdonarli per lo spargimento di sangue recitando un'orazione scritta da Carlo Visconti. Terminate le preghiere, avevano udito la messa poi, prima di tornare a casa, l'Olgiati era riuscito ad ottenere le chiavi delle camere dell'arciprete Barenzo (o Barengone), connivente con i tre. Fu in quella stanza che udirono avvicinarsi il corteo ducale.