Villa Franzan, situata nella contrada del Barcon nel territorio posto a nord-ovest del comune di Sarcedo, è un complesso di villa veneta. La sua storia è legata a quella della località in cui fu edificata, tanto che il nome con cui si indicavano i suoi edifici fu subito proprio Il Barcon, con questo nome è ancor oggi chiamato dai locali il grande complesso architettonico, che nel Novecento ospitò il seminario minore della Diocesi di Padova e che si trova in uno stato di abbandono e rovina da ormai quattro decenni.
La contrada del Barcon La contrada del Barcon, posta nella zona limitrofa del paese, si è conservata per ampi tratti nelle sue caratteristiche originali (soprattutto i campi che si estendono ad est della villa fino al torrente Igna), vale a dire di terreno pianeggiante a prevalente funzione agricola, e ha origini molto antiche. Attualmente, la prima attestazione del termine Barcon che emerge dai documenti, si ricava dal Balanzon (estimo delle case e dei terreni) degli anni 1541-1544, nel quale il nobiluomo Rizzardo Alidosio di Vicenza risulta possedere, oltre a numerose altre proprietà, anche “campi 75 in contrà del Barchon con una teza susso presso la via comuna”. Dobbiamo poi aggiungere un'altra data, che si ricava dall'iscrizione presente nel capitello posto all'angolo di nord-ovest del recinto di mura del Barcon, la quale recita:
che ricorda l'apparizione mariana che, secondo la tradizione, sarebbe avvenuta il 26 maggio 1432 nelle campagne circostanti Caravaggio, in Lombardia.
Da queste note si può quindi affermare che questo territorio fu ritenuto importante per i suoi terreni fertili e la sua conformazione geografica e quindi certamente, fin dai tempi antichi, coltivato e abitato dall'uomo. Proprio la sua antica origine ha fatto sì che il termine Barcon (che in breve significa “grande recinzione di campi”) oltre alla contrada del paese, andasse ad indicare anche la grandiosa struttura architettonica lì edificata dai Franzani intorno al 1665 con il recinto di campi annesso.
La villa I Franzani (Franzan) erano originari del Lago di Como ed immigrarono a Thiene verso la fine del Cinquecento per svolgere la loro attività di commercianti di panni ("merzari"); col tempo accumularono molte fortune e investirono i loro capitali nell'acquisto di numerosi appezzamenti di terreno nei paesi limitrofi a Thiene. Più tardi coronarono la loro ascesa sociale acquistando il titolo nobiliare.
L'unica datazione certa che possediamo del complesso edilizio del Barcon è quella relativa all'erezione della chiesetta di S. Antonio, anno 1666. La villa fu sicuramente costruita nello stesso periodo, se non addirittura prima di tale data, visto che nel 1665 il conte Domenico Franzani denunciò di possedere a Sarcedo
A questi 145 campi se ne aggiungevano altri quattordici circa, per un totale di quasi 160 campi solo in questa contrada; complessivamente i campi posseduti da Domenico a Sarcedo sommavano a 395 circa.
Una mappa del 1673 mostra il Barcon come doveva presentarsi in quegli anni, una volta ultimato il progetto edilizio.
Da questa straordinaria mappa appare, a volo d'uccello, un complesso signorile davvero imponente: il corpo della villa padronale, residenza dei Franzani, si presenta tale e quale a come lo si può ancora vedere oggi; parte in linea con il palazzo e parte ad angolo retto con esso si trovavano le barchesse con un lunghissimo porticato ad archi che, ad un certo punto, era interrotto da una torre colombara alta, all'incirca, come la villa; c'era, inoltre, una terza ala di edifici a sud. In tutti questi edifici rustici dovevano trovar posto le stalle, i fienili e gli appartamenti dei lavoratori che servivano alle funzioni di carattere agricolo del complesso. Sono indicati anche i due accessi alla corte chiusa da un alto muro di cinta a ponente: un portello più piccolo e un portone grande, che si sono mantenuti nel corso dei secoli; a nord si vede l'oratorio di Sant'Antonio affacciato sulla strada e l'area, recintata sempre da muro, che era adibita all'orto.
Il noto storico dell'arte vicentino, Renato Cevese, afferma che villa Franzan è enorme e che le dimensioni "sono eccezionali anche per una villa seicentesca". Essa è composta da tre piani caratterizzati da quattordici finestre (che si possono contare sulla mappa appena illustrata) e da una porta d'ingresso al pianterreno, da quattordici finestre e una grande finestra curvilinea con balaustra sormontata da testa umana al piano nobile, e da quindici finestre nella soffitta. Tali finestre sono singole alle estremità, binate le altre e assai ravvicinate le quattro centrali, affiancate alla porta o alla grande finestra; questo ritmo compositivo è ripetuto nelle due facciate della villa, ma quella rivolta a sud è arricchita da un frontone triangolare. Un altro frontone triangolare conclude il fianco della villa rivolto ad ovest, che si affaccia sulla strada; vi si trovano due finestre per ogni piano, ma quelle al piano nobile sono entrambe ingrandite da balaustra e adorne di testa umana nella chiave dell'arco. Il Cevese considera tale fianco il "momento architettonicamente più alto" dell'edificio e afferma: "esso acquista bellezza per la rada tessitura degli elementi, distanziati in senso orizzontale e verticale, per la varietà delle forme e la felicità di tutti i rapporti".
La pianta della villa, che si ripete al pianterreno e al piano nobile, è composta da una grande e lunga sala mediana, parallela alla fronte meridionale, che si combina con il vano d'ingresso della fronte a nord, dando vita a "una figura spaziale crociata"; a sinistra della sala maggiore si trovano sale minori, mentre a destra c'è "il solenne scalone, a due rampe piuttosto ripide, coperto da soffitto a volte altissime". Questo contesto planimetrico "che nell'innesto dei due spazi mediani trovava una soluzione di spiegata monumentalità", a giudizio del Cevese "non appare consueto nel panorama dell'architettura seicentesca locale". Considerati i caratteri stilistici della villa e dell'oratorio, Renato Cevese conclude ipotizzando come autore, dell'una e dell'altro, l'architetto Antonio Pizzocaro. Di conseguenza, una costruzione dall'aspetto sobrio e severo, ma allo stesso tempo grandiosa e monumentale che si imponeva incontrastata, con i suoi annessi rustici e l'oratorio gentilizio, sulla campagna del Barcon.
La villa fu anche decorata all'interno, pur non raggiungendo mai livelli artistici paragonabili a numerose altre ville venete: oltre alle travature dipinte, "che concorrono ad attribuire alla villa un aspetto di aulica magnificenza", alcune stanze al piano nobile recano fregi affrescati sotto il soffitto, risalenti alla fine del Seicento o agli inizi del Settecento.
Il recinto del Barcon Un'altra mappa del tempo del 1675, ci fa comprendere meglio come si configurava l'intera area del Barcon a fine Seicento; tale mappa fu disegnata in seguito alla supplica inoltrata dai conti Franzani agli Ufficiali alle Rason vecchie di Venezia per sistemare il recinto di campi del Barcon e le strade che lo servivano. Essa mostra che il progetto, in seguito realizzato, era quello di costruire un unico grande quadrilatero, cinto da muro, all'interno del quale si venivano a trovare la villa con le barchesse e la chiesetta, assieme all'altra unità residenziale della Palazzina, anch'essa all'epoca di proprietà dei Franzani; questo diverrà propriamente il recinto del Barcon di cui ancora oggi rimangono evidenti tracce. Soprattutto va notato che, al posto della tortuosa strada a levante, si doveva dar vita ad una diritta e lunga strada che chiudeva il recinto da quel lato. Di questa strada, che nel catasto austriaco ottocentesco verrà poi chiamata “di dietro al Barcon”, non rimangono oggi tracce, ma si possono ancora vedere alcuni residui della muraglia che la costeggiava.
Per quanto riguarda l'antica casa padronale denominata Palazzina posta a nord della villa e non molto lontano da essa, si nota che nel Seicento appare dotata di colombara, barchesse, orto e corte, il tutto cinto da mura: questi caseggiati hanno subìto negli anni varie modifiche (le ultime si sono ultimate in questi mesi), ma si è conservato, ad esempio, il grande arco a ponente che permette l'accesso alla proprietà dalla strada proveniente da Thiene.
Per finire questo sguardo sul passato degli edifici e del territorio del Barcon ci viene in aiuto la mappa d'avviso napoleonica del comune di Sarcedo, datata 1809. Nella precisa e razionale visione dall'alto dei rilievi della mappa si può intuire chiaramente la mole della villa e la più esile linea rappresentante le barchesse, i porticati e i caseggiati rustici che in due ali chiudevano il cortile a nord e a est; è importante notare che non sono più presenti gli edifici a mezzogiorno, smantellati nel corso del Settecento, probabilmente in conseguenza di una minore attività produttiva del complesso. Si scorge, inoltre, la superficie quadrata della torre colombara che, da un lato, testimonia la sua esistenza ancora a questa data (e vi rimarrà per gran parte dell'800) e, dall'altro, conferma la veridicità delle rappresentazioni seicentesche del complesso edilizio. Interessante è rilevare anche il grande rettangolo formato dai 57 campi “recinti di muro”, compreso tra le quattro strade che lo chiudono lungo i quattro punti cardinali, frutto della sistemazione della proprietà operata dopo il 1675.
Questa possessione, con poche altre aggiunte, è tutto ciò che rimane nel territorio di Sarcedo al ramo dei “Franzani del Barcon” agli inizi dell'Ottocento, del corpo dei quasi quattrocento campi posseduti da Domenico Franzani nel 1665; di lì a qualche anno, nel 1818, l'ultimo erede, don Francesco Franzani, si renderà artefice della vendita del complesso di edifici del Barcon.
La chiesetta di Sant'Antonio Sono complessivamente tre i luoghi di culto che furono in funzione nel complesso del Barcon. L'ultimo e il meno interessante dal punto di vista artistico fu edificato nella seconda metà del Novecento per ovviare alle esigenze della numerosa comunità del Seminario minore di Padova; tale cappella fu aggiunta all'estremità orientale dell'ala di edifici in linea con il palazzo.
Al piano nobile della villa, invece, i Franzani costruirono nel Seicento la loro cappella privata, dedicata all'Immacolata, che rimase in funzione fino ai tempi del Seminario quando veniva utilizzata dai professori-sacerdoti.
La più importante, artisticamente ma anche storicamente, fra le tre costruzioni religiose al Barcon, fu l'oratorio gentilizio dedicato all'Immacolata Concezione di Maria e a Sant'Antonio di Padova. Tale oratorio si affaccia sulla strada del Barcon, a poche decine di metri dalla villa, e presenta una porta d'ingresso a frontoncino triangolare, incorniciata fra quattro lesene corinzie che, a loro volta, reggono il frontone triangolare. All'interno esso presenta l'aula coperta da volta a botte e il presbiterio da volta a crociera; l'altare seicentesco, intarsiato di marmo, è adornato da una pala dell'Ottocento rappresentante Sant'Antonio al quale appare la Vergine. Secondo il Cevese "la sicurezza dei rapporti e la raffinatezza delle sagome non possono essere spiegate se non con l'intervento di architetto assai provveduto" che egli identifica, come detto, in Antonio Pizzocaro. Sopra l'altare della chiesa, in una lastra di marmo nero, si trova incisa la seguente iscrizione:
“A Dio Uno e Trino – all'Immacolata Concezione della B. V. Maria e al divo Antonio da Padova – il Sig. Domenico padre e il Cav. Angelo figlio Franzani – dei Conti di Meduna – mossi da devozione – avendo conseguito una fortuna con la loro operosità – posero – l'anno del Signore 1666”.