La concezione storica di Jean Sylvain Bailly è una parte importante del pensiero di questo astronomo francese. Essa è caratterizzata da un'interpretazione originale delle origini preistoriche della civiltà: egli in effetti unì la tradizione del mito di Atlantide a quello di Iperborea, una leggendaria civiltà nordica di cui Erodoto e altri storici antichi avevano lasciato delle testimonianze.

Bailly sosteneva infatti la tesi secondo cui un'Atlantide nordica fosse la civiltà originaria del genere umano, che essa avesse inventato le arti e le scienza e che avesse "civilizzato" i Cinesi, gli Indiani, gli Egizi e tutti i popoli dell'antichità. Egli posizionò questo popolo primordiale nel lontano nord dell'Eurasia, nell'isola di Spitzbergen, nei pressi della Siberia, argomentando che quelle dovevano essere state le prime terre abitabili quando la Terra, originariamente incandescente e inospitale alla vita secondo le ipotesi paleoclimatiche teorizzate da Buffon e Mairan, aveva incominciato a raffreddarsi. Il costante raffreddamento della Terra le aveva però, successivamente, rese inabitabili e aveva seppellito l'ancestrale territorio di questa civiltà sotto delle lastre di ghiaccio, in modo da perdere completamente le tracce degli Atlantidei, e obbligando i loro discendenti a spostarsi più a sud per colonizzare le altre zone del globo.Edwin Burrows Smith, Jean-Sylvain Bailly: Astronomer, Mystic, Revolutionary (1736-1793).Dan Edelstein, Hyperborean Atlantis: Jean-Sylvain Bailly, Madame Blavatsky, and the Nazi Myth.

Bailly si mosse ecletticamente tra scienza, mitologia classica, linguistica, e orientalismo per dimostrare la sua ipotesi affermando che i brahmani che formarono la civiltà indiana non erano altro che Atlantidei di lingua sanscrita.

Le teorie di Bailly riflettevano molte delle idee prevalenti della sua epoca, come ad esempio il determinismo geografico di Montesquieu e Buffon e la superiorità culturale del dinamico Occidente sul decadente Oriente. Eppure, sebbene non abbia mai fatto degli Atlantidei una razza, né tantomeno una "razza superiore", e nonostante le sue posizioni chiaramente antirazziste,David Allen Harvey, The lost Caucasian civilization: Jean-Sylvain Bailly and the roots of the Arian myth. le sue opere hanno posto le basi per il successivo emergere del mito ariano.

Una successiva rielaborazione delle tesi di Bailly, attraverso varie mistificazioni e incomprensioni, fornì infatti più tardi ai nazisti l'appiglio per la creazione di un mito antichissimo su cui fondare la loro piattaforma ideologica (come fatto da Alfred Rosenberg nel suo Der Mythus des 20. Jahrhunderts). Indirettamente e inconsapevolmente, Bailly si trova quindi alla fonte di un elemento centrale nell'ideologia nazista, quello che può essere definito, con le parole di Philippe Lacoue-Labarthe e Jean-Luc Nancy, il "mito nazista".Le Mythenazi (La Tour d'Aiugues: Editions de l'Aube, 1991

Contesto culturale Il XVIII secolo ha portato un cambiamento drastico nella coscienza storica europea. I pensatori illuministi, come afferma lo storico David Harvey, abbandonarono il «quadro biblico di una storia universale» che impostava la discendenza del genere umano da Adamo ed Eva attraverso i tre figli di Noè, preferendo «la narrativa secolare della nascita e del crollo delle civiltà», integrandoli in un impianto storico più ampio del progresso umano.David Allen Harvey, The lost Caucasian civilization: Jean-Sylvain Bailly and the roots of the Arian myth, p. 1. Nonostante ciò, comunque, alcune asserzioni bibliche, come ad esempio la diffusione della civiltà da un unico punto di origine, sopravvissero a questo processo di distanziamento dalle tesi bibliche, aderendo esplicitamente alle nuove teorie. Lo storico Colin Kidd infatti rimarca che «lo spettro della Genesi ossessionava la nascita dell'etnologia».Colin Kidd, The Forging of Races: Race and Scripture in the Protestant Atlantic World (Cambridge e New York, 2006), 27.

Sin dal Rinascimento e fino all'Illuminismo, generazioni di studiosi, scienziati, e storici avevano affrontato la questione della "cronologia storica", tentando di riconciliare la linea temporale dell'antichità classica con quella della storia sacra biblica. Lo storico Anthony Grafton osserva che, quando gli umanisti riscoprirono la storia degli antichi egizi, dei fenici, e dei popoli mesopotamici attraverso fonti greche, «la ben definita e relativamente breve cronologia della Bibbia incominciò a sfilacciarsi»Anthony Grafton, "Kircher's Chronology" in Paula Findlen, ed., Athanasius Kircher: The Last Man Who Knew Everything (New York, 2004), 171–87, 172. perché le evidenze suggerivano «che il mondo fosse molto più vecchio di quanto la testimonianza biblica supponeva». Intanto, le nuove rivelazioni dei gesuiti alla corte dell'Imperatore cinese a Pechino minarono ulteriormente l'infallibilità della cronologia biblica perché, ad esempio, la storia cinese precorreva, e di molto, la data del diluvio universale.Matthew Brockey, Journey to the East: The Jesuit Mission to China, 1579–1724 (Cambridge, MA, 2007).Colin Mackerras, Western Images of China (Oxford, 1999).Virgile Pinot, La Chine et la formation de l'esprit philosophique en France, 1640–1740.

La storica Suzanne Marchand ha scritto che «le battaglie cronologiche divennero dunque molto appassionate e consequenziali perché […] si era ipotizzato che "la priorità nel tempo implicasse la superiorità nella dottrina"».Suzanne Marchand, German Orientalism in the Age of Empire: Religion, Race, and Scholarship (Cambridge and New York, 2009), 12. Allo stesso modo, Paolo Rossi Monti ha scritto che «l'affermazione che ci fossero storie di età superiore alla storia sacra sarebbe potuto sembrare [...] un attacco alla verità della Cristianesimo e una pretesa sacrilega».Paolo Rossi Monti, I segni del tempo: storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico, (Milano, 1979) Se questa civiltà originaria non era quella dei patriarchi biblici, che cosa ne sarebbe stato della cronologia sacra, della storia della e della dispersione dei popoli com'era narrata nel libro della Genesi? Per risolvere tali controversie, secondo lo storico Harvey, molti studiosi incominciarono a rivolgersi all'astronomia, una scienza che si stava sviluppando e che stava diventando via via sempre più precisa, «in modo da trovare un supporto empirico o una confutazione per i venerabili ma opachi testi sacri».David Allen Harvey, The lost Caucasian civilization: Jean-Sylvain Bailly and the roots of the Arian myth, p. 4. Già a partire dal XV secolo, gli studiosi avevano attinto a fenomeni astronomici precisamente databili (come le eclissi o le congiunzioni dei pianeti) per corroborare la cronologia della storia antica.Anthony Grafton, Defenders of the Text: The Traditions of Scholarship in an Age of Science, 1450–1800 (Cambridge, MA, 1991), 129. Considerando il fatto che i corpi celesti variavano la loro posizione nel corso dei secoli, i primi studiosi moderni riflettevano sul fatto che la posizione delle costellazioni nelle antiche carte celesti poteva essere usata per calcolare le date precise in cui queste carte furono composte.

Mentre le fonti greche riportavano che gli Egizi e i Caldei fossero stati i primi astronomi del mondo antico, gli studiosi gesuiti in missione in Asia rivelarono che gli Indiani e i Cinesi avevano mappato le stelle e registrato le eclissi da tempi forse molto più antichi; tali rivelazioni, secondo Harvey, «vennero strombazzate come prove della inattendibilità della cronologia biblica da scettici come Voltaire».David Allen Harvey, The lost Caucasian civilization: Jean-Sylvain Bailly and the roots of the Arian myth, p. 5.

Contemporaneamente, verso la fine del XVIII secolo, un numero sempre più crescente di pensatori europei incominciò a convincersi, in virtù del livello di progresso tecnico-scientifico raggiunto, della propria superiorità culturale (e solo in alcuni casi razziale) nei confronti dei restanti popoli del globo, contrastando lo staticismo dell'Oriente al dinamismo dell'Occidente. Nello stesso periodo, intanto, gli "storici congetturali" del tardo illuminismo stavano cercando di colmare le lacune nella storia del genere umano.Karen O’Brien, Narratives of Enlightenment: Cosmopolitan History from Voltaire to Gibbon (Cambridge, 1997)Ronald Meek, Social Science and the Ignoble Savage (Cambridge, 1976)

Unendo tutti questi filoni di pensiero insieme, alcuni pensatori settecenteschi conclusero che i popoli "decadenti" dell'Est, considerati incapaci di creatività e inventiva, non potevano aver sviluppato da soli delle civiltà avanzate sviluppate, e teorizzarono l'esistenza di un'antica civiltà perduta, che aveva - di conseguenza - civilizzato tutte le altre.

Bailly è uno tra questi pensatori. Egli, unendo insieme prove astronomiche, mitiche, storiche e geologiche, ipotizza l'esistenza di un antico popolo primordiale nelle lontane regioni del Nord. Rileggendo la tradizione biblica attraverso un altro classico mito legato all'oceano, Bailly finì per legare questa civiltà originaria con il mito di Atlantide. Basandosi in gran parte sugli scritti di Platone, Bailly sostenne che la storia raccontata da Crizia nell'omonimo dialogo platonico, doveva essere presa alla lettera. La civiltà originaria di cui Bailly parlava era secondo lui la principale testimonianza dell'antica età dell'oro che, legata al mito platonico di Atlantide, gli permetteva anche di spostare sia l'Eden biblico sia le antiche radici culturali e civili asiatiche in una nuova narrazione della preistoria umana, in cui la civiltà, proveniente da nord, discese verso il sud.David Allen Harvey, The lost Caucasian civilization: Jean-Sylvain Bailly and the roots of the Arian myth, p. 2.

L'importanza dell'orientalismo L'Illuminismo, secondo lo storico Dan Edelstein, ha certamente avuto la «sua giusta quota di pregiudizi europei», eppure «ci sono un sacco di topoi orientalisti (cortigiane afose, visir intriganti, e, naturalmente, despoti orientali) ad ingombrare le pagine e le tele della cultura settecentesca».

Comunque, la Francia e l'Inghilterra non cominciarono a considerare "l'Oriente" come territorio da colonizzare almeno fino all'ultimo quarto del XVIII secolo.Zaheer Baber, The Science of Empire: Scientific Knowledge, Civilization, and Colonial Rule in India (Albany: SUNY Press, 1996).

Come ricorda lo storico Maxime Rodinson: «C'è stato un orientalismo prima degli imperi; l'interesse settecentesco all'Oriente, e i suoi utilizzi, non possono quindi inglobato sotto un manto imperialista».Clarke, Oriental Enlightenment, 26. Nel suo recente dell'orientalismo francese del XVIII e del XIX secolo, Madeleine Dobie si è spinta a sostenere che «fino all'ultimo quarto del diciannovesimo secolo, ciò che incontriamo prevalentemente nella rappresentazione orientalista non è né una celebrazione né una registrazione di conquista e di occupazione, ma una marcata estetizzazione sia della cultura orientale sia della vita coloniale».Foreign Bodies, 21. Lo studio di Dobie sostiene, secondo Edelstein, in modo convincente «che è l'Oriente non-coloniale che attira lo sguardo occidentale/francese, almeno fino alla corsa imperialistica europea post-1870».Dan Edelstein, Hyperborean Atlantis: Jean-Sylvain Bailly, Madame Blavatsky, and the Nazi Myth p. 2.Raoul Girardet, L'Idée coloniale en France de 1871 à 1962 (Paris: Hachette, 1972).