Con riforma liturgica del rito romano si intende il rinnovamento di tale rito liturgico culminato, per ultimo, dal Concilio Vaticano II con la costituzione Sacrosanctum Concilium, attuato da papa Paolo VI e da papa Giovanni Paolo II."I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l'unica espressione della lex orandi del Rito Romano" (Motu proprio Traditionis custodes, art. 1).
Le precedenti riforme del rito romano includono quelle attuate da papa Pio X, con la ristrutturazione del Breviario romano, da papa Pio XII, con la riforma della Settimana santa e della Veglia pasquale, e con il Codice delle Rubriche del Breviario e del Messale Romano di papa Giovanni XXIII.
La liturgia del rito romano fino al Concilio di Trento
La liturgia della Chiesa non è sorta come qualcosa di predefinito, ma è il risultato di uno sviluppo nel tempo. Anzi, vi è chi sostiene che si può guardare all'intera storia della liturgia come alla storia di una riforma incessantemente in corso. Lo sviluppo della liturgia cristiana naturalmente parte da alcuni elementi neotestamentari (a loro volta debitori dell'Antico Testamento e del giudaismo): l'eucaristia istituita da Cristo, il battesimo amministrato nel nome del "Padre e del Figlio e dello Spirito Santo", la festa domenicale della resurrezione del Crocifisso. Fino al XVI secolo, la liturgia conosce un graduale sviluppo«[...]fifteen hundred years of unbroken development in the rite of the Roman Mass»: Joseph A. Jungmann, The Mass of the Roman Rite. Its Origins and Development (Missarum sollemnia), p. 140, durante il quale si arricchisce soprattutto delle parti mobili che sono differenti per ogni giorno liturgico.
Si svilupparono dunque, sia in oriente sia in occidente, una moltitudine di particolarità liturgiche, alcune delle quali ancora in uso: il rito ambrosiano, il rito gallicano, il rito mozarabico. Per il rito romano s'impose sotto l'influsso dei Franchi una variante del canone romano risalente a papa Gregorio I.
La riforma protestante criticò le forme della liturgia latina allora in uso e ne compose di nuove. Il concilio di Trento confermò invece la liturgia tradizionale romana, come garanzia della validità dei sacramenti.
Dopo il Concilio di Trento Riforma di Pio V
Il Concilio di Trento, nell'ultimo giorno della sua attività, 4 dicembre 1563, decretò che le conclusioni dei vescovi incaricati della censura dei libri, del catechismo, del messale e del breviario fossero presentate al papa, "perché secondo il suo giudizio e la sua autorità quello che essi avevano fatto fosse portato a termine e pubblicato". Il papa Pio IV pubblicò il 24 marzo 1564 la revisione dellIndice dei libri proibiti. Il suo successore papa Pio V pubblicò nel 1566 il Catechismo del Concilio di Trento e il 9 luglio 1568 promulgò il Breviario romano.
Nel 1535 il cardinale Francisco de los Ángeles Quiñones per ordine di papa Clemente VII pubblicò con il titolo Breviarium Romanum una versione riformata del breviario.Testo del Breviarium Romanum di Quiñones, Lione, 1555 Questa versione, che fu approvata da Clemente VII e dai suoi successori Paolo III, Giulio III e Paolo IV, fu espressamente proibita da Pio V nel 1568 con la bolla Quod a nobis Bullarum diplomatum et privilegiorum sanctorum Romanorum pontificum Taurinensis editio, Seb. Franco, 1862, pp. 685-688 con cui pubblicò il suo Breviarium Romanum, rendendolo obbligatorio quasi ovunque: abolì tutti gli altri breviari "eccetto quelli che potevano dimostrare di avere, per concessione della Sede Apostolica o per consuetudine, un'antichità superiore dei duecento anni". Le diocesi con breviario più antico di due secoli potevano abbandonarlo di comune accordo tra il vescovo e il capitolo dei canonici. Quasi tutte le diocesi, infatti, adottarono, una dopo l'altra, il breviario romano di Pio V, di cui la stampa aveva messo a disposizione abbondanti esemplari, piuttosto che stampare un breviario proprio. Alcuin Reid, T&T Clark Companion to Liturgy, Bloomsbury, 2015, p. 227.
L'ultimo dei quattro compiti affidati al papa dal Concilio di Trento riguardava il Messale Romano. Con la bolla pontificia Quo primum tempore del 14 luglio 1570, Pio V, ricordando quello che aveva già fatto per il Catechismo e il Breviario, pubblicò il Missale Romanum ex decreto Sacrosancti Concilii Tridentini restitutum Pii V Pont. Max. iussu editum.Manlio Sodi, Achille Maria Triacca, Missale Romanum Editio Princeps, Libreria Editrice Vaticana, 1998.
In tale bolla Pio V dichiarò di avere affidato la redazione a degli esperti, i quali dopo le necessarie indagini "hanno infine restituito il Messale stesso nella sua antica forma secondo la norma e il rito dei santi Padri".Quo primum tempore, II Si riconosce generalmente che il testo del messale di Pio V fu basato essenzialmente su quello pubblicato quasi esattamente cento anni prima nel Missale Romanum stampato a Milano nel 1474, 24 anni dopo l'invenzione della stampa,Łukasz Celiński, "Per una rilettura della storia della formazione e dello sviluppo del Messale Romano. Il caso del Messale di Clemente V" in Ecclesia Orans, 33 (2016) 383-404 (p. 15 dell'estratto) e che già contiene diverse testi, quali le preghiere ai piedi dell'altare, incorporati anche nel Messale Romano del 1570. Michael Davies, A Short History of the Roman Mass, TAN Books, 1997, p. 18. Altra fonte utilizzata nel Messale 1570 nel comporre il Ritus servandus in celebratione Missarum (in edizioni più recenti chiamato Ritus servandus in celebratione Missae) fu lOrdo Missae secundum ritum sanctae romanae ecclesiae di Johannes Burckardt (1498 e edizioni posteriori).Deutsche Biographische Enzyklopädie der Theologie und der Kirchen (DBETh), Walter de Gruyter, 2011. p. 209. Joris Geldhof, "Did the Council of Trent produce a liturgical reform? The case of the Roman Missal" in QL 93 (2012), pp. 171-195
Nel primo capoverso di questa bolla, il papa dichiarò che "sommamente conviene che uno solo sia il rito per celebrare la Messa". Conseguentemente ordinò che in tutte le Chiese locali, fatte salve le liturgie che avessero più di duecento anni, la messa "non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall'ordinamento del Messale da [lui] pubblicato".Bolla Quo primum tempore, IV Questa bolla papale fu generalmente accettata senza difficoltà: erano poche le diocesi (e gli istituti religiosi) che potevano dedicare le necessarie risorse alla conservazione delle proprie tradizioni liturgiche, come le potenti sedi di Braga, Toledo, Milano, Lione, Colonia, Treviri.
Il Messale di Pio V riordinò un altro elemento del rito romano: il calendario liturgico. Soppresse molte feste medievali dei santi; nel calendario universale non trovarono posto i santi Gioacchino, Anna, Antonio di Padova, Nicola da Tolentino, Francesco da Paola, Bernardino da Siena o Elisabetta d'Ungheria, né alcuna festa anatomica, come quella delle Stigmate di San Francesco d'Assisi, il Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo e le Sante Piaghe (feste restaurate in seguito dai successori di Pio V). Tolse la parola "Immacolata" dal titolo della festa dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria dell'8 dicembre e, abolendo la Messa esistente (il cui introito e colletta sarebbero stati ripristinati da papa Pio IX), ordinò che la messa dell'8 dicembre fosse quella della Natività di Maria, con l'unica differenza di sostituire la parola "Natività" con "Concezione" (non "Immacolata Concezione"). Paul Cavendish, The Tridentine MassLeditio princeps del Missale Romanum indica per l'8 dicembre: In Conceptione B. Mariae dicitur Missa de eius Nativitate, quae habetur mense Septembris, mutato nomine Nativitatis in Conceptionem. Manlio Sodi, Achille Maria Triacca, Missale Romanum : Editio Princeps (1570), Libreria Editrice Vaticana, 1998. Tuttavia, tale espressione rimase nella secreta, nel prefazio e nel postcommunio. Il calendario del rito romano è stato modificato molte volte nei secoli successivi.
Sostanziali modifiche sono state apportate al breviario da papa Clemente VIII e papa Urbano VIII. Pierre Batiffol, Histoire du Bréviaire Romain, Paris, Picard, 1893, pp. 250, 260Fernand Cabrol, "Breviary" in Catholic Encyclopedia, New York, 1907. Prima del Concilio Vaticano II le modifiche più profonde furono quelle introdotte da papa Pio X, che sconvolsero molto le abitudini dei chierici. Pascal Thuillier, "Saint Pius X : Reformer of the Liturgy" in The Angelus, settembre 2003.
Riforme nel XX secolo prima del Concilio Vaticano II
Nel 1903 papa Pio X, nel suo motu proprio Tra le sollecitudini dichiarò che "la partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa" è la "prima e indispensabile fonte" del "vero spirito cristiano".Motu proprio Tra le sollecitudini di Pio X
Le direttive di Pio X volevano ovviare a una partecipazione muta e passiva. Non esistevano ancora i messalini con cui i fedeli potessero seguire ciò che stava facendo il sacerdote: simili sussidi si diffusero solo con il Movimento liturgico. A volte si svolgeva allo stesso tempo e nella stessa chiesa (ma su altari distinti) più di una messa: situazione che, dal momento che mancava una relazione diretta tra ciò che stava facendo il sacerdote e ciò che stavano facendo i fedeli, non disturbava nessuno. Il Messale non conteneva indicazioni riguardo all'assemblea. Al livello pratico, ciò significava che il sacerdote doveva leggere l'Introito anche quando il coro lo cantava, e leggere sottovoce i testi scritturali mentre il suddiacono e il diacono li proclamavano. Il Pontificale tridentino proibiva di distribuire la Santa Comunione ai fedeli durante la Messa del crisma. Infatti la distribuzione della Comunione nella messa era più eccezione che norma.<ref>Keith Pecklers, The Genius of the Roman Rite''', Bloomsbury, 2009, pp. 72–73</ref>
La partecipazione attiva alla liturgia, per una maggiore vita nello Spirito, messa a fuoco da Pio X rimarrà al centro del Movimento liturgico. Richard R. Gaillardetz, The Cambridge Companion to Vatican II, Cambridge University Press, 2020, p. 176 La data di nascita di questo, come movimento, è considerata dagli storici il 23 settembre 1909, quando dom Lambert Beauduin presentò al Congresso di Malines la sua relazione sulla partecipazione dei fedeli al culto cristiano.Dom Lambert Beauduin, visionnaire et précurseur (1873-1960): un moine au cœur libre, Editions du CERF, 2005. p. 19. Bernard Botte, Le mouvement liturgique: Témoignage et souvenirs, 1973, p. 17. Ma prima di tale data, esso aveva esercitato la sua influenza con l'opera di Prosper Guéranger (1806-1875). Dal 1909 però il movimento non è più legato al culto monastico, soprattutto nelle comunità benedettine di Francia, Belgio e Germania: si estende alle parrocchie e assume un tono più pastorale.
Nel 1911 Pio X abolì completamente la disposizione dei salmi stabilita nel Breviario romano di Pio V, distribuendoli o suddividendoli in modo da avere all'incirca lo stesso numero di versetti nell'ufficio di ogni giorno. Cambiò anche le rubriche riguardanti la priorità tra il santorale e gli altri uffici: la moltiplicazione delle feste dei santi aveva reso molto rara la celebrazione delle domeniche e delle ferie, e di conseguenza la recita di alcuni salmi.John Wynne, "Reform of the Roman Breviary" in Catholic Encyclopedia (New York 1914) Questi cambiamenti resero necessaria la modifica anche del Messale romano, che avvenne nella tipica edizione del 1920 promulgata dal suo successore Benedetto XV.
L'autorizzazione all'uso del vernacolo per alcune parti della messa era già stata concessa occasionalmente molto prima del Concilio Vaticano II: infatti, nel 1906 Pio X concesse l'uso permamente dell'antico slavo ecclesiastico in alcune parti della Jugoslavia, nel 1920 Benedetto XV permise l'uso del croato, sloveno e ceco nelle celebrazioni, e nel 1929 Pio XI estese il permesso alla Baviera.