Autore di una quarantina di libri, alcuni dei quali best seller, ha sempre usato la scrittura per tramandare le memorie della vita di montagna durante la sua infanzia nonché per narrare aneddoti personali legati all'alpinismo, sua principale passione assieme alla scultura lignea.

Nel corso della sua vita ha aperto oltre 300 vie di arrampicata, principalmente nelle Dolomiti Friulane.

Biografia Infanzia e origini

Nasce il 9 agosto 1950 a Baselga di Piné, in provincia di Trento. A quel tempo sia il padre Domenico, detto "Meni" (Erto e Casso, 18 giugno 1923Ne parla nell'introduzione di 'Lunario sentimentale', 2024 - 7 marzo 2006Ne parla nell'ultimo capitolo de 'I fantasmi di pietra', 2006, nonché nell'ultimo capitolo de 'Cani, camosci, cuculi (e un corvo)', 2007) che la madre Lucia, detta "Thia", Filippin (Erto e Casso, 1925 - 2011Ne parla introducendo 'Come sasso nella corrente', 2011) svolgono la professione di venditori ambulanti.

L'economia del tempo di Erto, paese di origine della famiglia, è estremamente arretrata. Quasi tutti gli abitanti sono abili a svolgere pressoché ogni mestiere legato all'agricoltura, alla selvicoltura ed alla caccia, spesso più per ragioni di mera autosussistenza che non in un vero e proprio tessuto economico moderno e sviluppato. Questa caratteristica capacità di spaziare in vari ambiti del sapere pratico è una costante nei personaggi delle storie raccontate da Corona nei suoi libri. Gli ertani, tuttavia, specie durante l'inverno hanno l'abitudine di scolpire oggetti di legno da rivendere durante la primavera o l'estate nei paesi di pianura allo scopo di racimolare qualche ulteriore guadagno. Le donne delle famiglie meno abbienti partono anche in stato di gravidanza: fu così che Corona nasce in modo del tutto casuale a circa 140 km da casa sul carretto che i genitori sfruttano per il trasporto degli utensili in legno da vendere. Lo scrittore scriverà sempre nelle presentazioni dei suoi libri di essere nato a Erto, con volontaria erroneità, solo per affetto e riconoscenza verso la terra che effettivamente sente sua e dove conserva le sue radici. Le condizioni in cui viene al mondo portano presto una forte polmonite al neonato, da cui riesce a salvarsi solo per un caso fortuito: la gravità della situazione induce i genitori addirittura a fargli ricevere l'estrema unzione.

La famiglia si stabilisce e trascorse circa sei anni in Trentino: lì nascono anche i due fratelli minori di Mauro, Felice (Baselga di Piné, dicembre 1951 - Paderborn, 30 giugno 1968) ed Enrico, detto 'Richetto' (Baselga di Piné, 5 gennaio 1956). Nel 1956 tuttavia i genitori preferiscono ritornare a Erto, il paese d'origine nella valle del Vajont, a quel tempo in provincia di Udine ma poi passato sotto quella di Pordenone nel 1968. Lì Corona trascorre i successivi anni nella contrada San Rocco, dove conosce i suoi coetanei (Silvio Filippin, Carlo detto 'Carle', Carlo Carrara detto 'L’altro Carle', Meto, Piero, Basili) con i quali condividerà numerose esperienze che verranno, alcune decadi dopo, citate svariate volte nei suoi volumi insieme ai loro nomi.

Pochi mesi più tardi, sempre nel 1956, la madre abbandona la famiglia, esausta delle percosse infertele dal marito, affetto da problemi di alcolismo e che l'aveva già mandata tre volte in coma; la donna decide di sfruttare il passaggio su un furgoncino per lasciare il paese e rifugiarsi in Germania. Solo dopo il 1964 si ricongiunge ai figli ma, nonostante il ritorno ad Erto, decide di andare a vivere per precauzione ancora per alcuni anni dai suoi genitori: durante quel periodo riesce a riappacificarsi solo con il secondogenito Felice mentre Mauro, pur a conoscenza della sua presenza, evita i contatti per circa un anno e mezzo. Durante l'assenza i tre fratelli vengono cresciuti soprattutto dai nonni paterni, aiutati dalla zia Martina, detta Tina, una ex collaboratrice scolastica divenuta sordomuta in età adulta. Corona, anche per alleviare il dolore ed estraniarsi dal contesto di sofferenza in cui vive, comincia a dedicarsi alla lettura di alcuni testi lasciati dalla madre, appassionata lettrice: Tolstoj, Dostoevskij e Cervantes diventano così i suoi scrittori preferiti.

La grave condizione dei tre fratelli porterà Mauro a definire loro stessi 'orfani con genitori viventi'. Le precarie condizioni economiche della famiglia costringono i bambini fin dall'infanzia, durante il periodo estivo, a seguire i malgari sugli alpeggi e prestarsi a vari lavori al fine di apprendere il prima possibile un mestiere e aiutare in casa. Sovente Corona stesso è costretto anche a seguire la nonna Maria fino alla frazione Cellino di Claut per tentare di intenerire gli abitanti con la sua presenza: il bambino, nonostante la forte vergogna, veniva mandato avanti per chiedere loro l'elemosina, consistente sovente in generi alimentari per il mantenimento della famiglia. Corona ricorda anche come spesso per Natale i nonni facevano trovare ai fratelli solo cenere al posto dei regali, poiché non avevano la possibilità di comprarli, e come scusa usavano incolpare i nipoti di essere stati cattivi. Mauro, tuttavia, essendo bambino ricorda anche alcuni lati positivi della convivenza con i nonni e la zia: in particolare è dal nonno Felice che apprende le tecniche di coltivazione, del taglio e della manutenzione dei boschi e, soprattutto, i rudimenti dell'arte dell'intaglio ligneo, anche al fine di aiutare a produrre in inverno utensili da rivendere durante la bella stagione. Purtroppo il 24 agosto 1962, giunto alle porte di Belluno proprio per cercare di vendere alcuni oggetti prodotti, Felice viene investito mortalmente da un automobilista che non si ferma a soccorrerlo, costituendo per Mauro una delle peggiori perdite nella sua vita ancorché appena ragazzo.

Nonostante la povertà, condivisa con i coetanei, durante l'infanzia e l'adolescenza Corona si appassiona al bob: ingaggia inoltre gare tra amici lanciandosi con mezzi auto-costruiti sia dai pendii intorno a Erto sia tra le strette e ripide vie del paese. Talvolta deve ricorrere alle cure mediche per abrasioni su parti del corpo avendo sbattuto contro i muri delle case.

Inizio anni 1960: gli studi e il disastro del Vajont Corona inizia a frequentare le scuole elementari a Erto: come era in uso all'epoca nelle parti più remote e povere d'Italia, al posto della scuola media inizialmente frequenta le classi fino all'ottava elementare. Tuttavia nel 1963 la nuova riforma impone l'obbligo della scuola secondaria di primo grado (allora detta 'media'). Mauro è costretto pertanto a fare il pendolare con la vicina Longarone, in provincia di Belluno, ma questo accade in realtà solo per circa una decina di giorni.

La sera del 9 ottobre 1963 infatti, dopo numerose avvisaglie nei giorni precedenti, l'ondata del Vajont distrugge Longarone e le frazioni di Erto vicine al lago, a cavallo tra Veneto e Friuli, causando quasi morti. La sua famiglia fortunatamente non subisce alcuna perdita nel disastro tuttavia, come tutte le altre, viene sfollata. Inizialmente vengono tutti trasferiti per meno di una settimana presso la colonia del Salvatore di Cimolais, una struttura che ospita bambini nel periodo estivo, in quel momento vuota per via del termine della stagione. Dopo pochi giorni tuttavia la nonna Maria e la zia di Corona sono condotte in un ospizio di Aviano, dove moriranno a distanza di poco tempo l'una dall'altra. Il padre alloggerà per circa tre anni in una delle casette costruite in via provvisoria per gli sfollati ertani a Cimolais, prima di poter rientrare presso la sua originaria abitazioneSi veda il suo romanzo Aspro e dolce, Mondadori, 2004, p. 146..

Insieme al primo fratello minore Felice, Mauro è invece trasferito nel Collegio Don Bosco di Pordenone. Lì, grazie alla carità offerta dai Salesiani ai minori superstiti alla tragedia del Vajont, viene ospitato ed istruito per i tre anni della scuola media. Questa esperienza, unita alla passione di alcuni suoi insegnanti sacerdoti, fornisce ai due fratelli la disciplina mancante data dal vivere in un luogo povero e senza una solida famiglia alle spalle. In Mauro, in particolare, risveglia la volontà di migliorarsi per il suo domani e lo incoraggia verso gli studi letterari ed artistici, che diverranno sua grande passione per il resto della vita. Il periodo di permanenza al collegio rivela anche alcune difficoltà in quanto i fratelli non sono abituati al contatto con la gente e al sottostare a regole imposte pertanto emergono anche sentimenti di nostalgia, prigionia e la mancanza dei boschi di Erto. A questo si aggiunge che il collegio era in realtà privato e frequentato prevalentemente da giovani cittadini altolocati con i quali non di rado scoppiavano diverbi con gli sfollati. Conseguita la licenza media, Mauro chiede al padre di frequentare la scuola d'arte di Ortisei, ma egli lo costringe per ragioni economiche a frequentare l'istituto-collegio per geometri Marinoni di Udine.

In questa città Corona soggiorna, sempre grazie agli aiuti statali per le persone sfollate del Vajont, al Collegio Bertoni di Udine. La maggiore libertà concessagli rispetto ai tempi di Pordenone, la mancanza di attenzione da parte dei sacerdoti che reggevano la struttura oltre che i primi tormenti adolescenziali, lo portano in poco tempo a disinteressarsi allo studio. Corona inizia una propria ribellione non seguendo più le lezioni, preferendo leggere Tex in classe, specie dopo il commento sprezzante di un suo professore riguardante un elaborato di disegno tecnico. Dopo due anni viene ritirato dalla scuola: più che per la mancanza di interesse, la ragione effettiva fu legata al termine dei contributi statali per il mantenimento dei superstiti del Vajont a cinque anni dalla tragedia.

Fine anni 1960-inizio anni 1970: le prime esperienze lavorative

A marzo 1968 inizia a lavorare come manovale presso Maniago, venendo ospitato insieme ad altri operai in una casa in via Colvera. Nello stesso mese il primo fratello minore, Felice, decide di accettare un'offerta di lavoro come gelataio in Germania da parte di una famiglia di Auronzo di Cadore: questo era infatti un sogno molto ambito all'epoca da parte dei giovani ertani che volevano emulare l'esempio di tanti loro antenati emigrati per svolgere quel mestiere. Il 30 giugno 1968 annega in una piscina di Paderborn, verosimilmente a seguito di un colpo inferto alla testa. Nonostante la presenza di testimoni, nessuno fu in grado di ricostruire la verità sull'accaduto: la famiglia Corona stessa rifiutò qualsiasi forma di risarcimento o processo, lasciando tuttavia ignoti ed impuniti eventuali colpevoli. Corona, venuto a conoscenza dell'accaduto mentre si trovava su un cantiere, decide di dimettersi per ritornare più vicino alla famiglia.