La basilica del Santissimo Salvatore, comunemente detta basilica di San Mauro, è una chiesa di Pavia. Venne fondata nel 657 dal re longobardo Ariperto I e divenne chiesa sepolcrale per molti dei re longobardi della dinastia bavarese. Fu ricostruita una prima volta nel 970 grazie alla regina Adelaide, che fondò accanto alla chiesa il monastero di San Salvatore, affidandolo a una comunità benedettina.
Nella seconda metà del Quattrocento sull’area della precedente chiesa medievale venne costruita l'attuale basilica. Tra il XV e il XVI secolo la chiesa è stata riccamente affrescata e decorata al suo interno. Nel XVIII secolo la chiesa e l'annesso monastero furono trasformati in caserma e deposito militare. La chiesa fu recuperata e riaperta al culto il 21 maggio 1901. Alcuni scavi archeologici effettuati nel 2018/2019 all'interno del chiostro hanno portato alla luce un'area cimiteriale (le indagini sono ancora in corso) dove, forse, nell'XI furono ricollocati i corpi dei sovrani longobardi sepolti precedentemente all'interno della basilica.
Storia Fondazione della chiesa La prima testimonianza relativa alla chiesa è dello storico Paolo Diacono, il quale riferisce della fondazione di una "chiesa del Salvatore" da parte di Ariperto I,Paolo Diacono, in Storia dei Longobardi (Historia Langobardorum), Libro IV, 51 è scritto che "egli [Ariperto] eresse a Pavia la chiesa del Salvatore che è situata fuori dalla Porta Marenca, e l'arredo con vari ornamenti, e la dotò in buon misura di beni." re dei Longobardi dal 653 al 661, per costruire un luogo per la propria sepoltura, oltre i suoi figli Pertarito e Godoperto e i nipoti Cunicperto, Liutperto (non certo) e Ariperto II, creando quindi un vero e proprio mausoleo della dinastia bavarese, oltre che per celebrare la definitiva conversione dei Longobardi al cattolicesimo.La fondazione suggellò la “cessazione della gerarchia ariana in Pavia con la conversione del vescovo Anastasio” e la '"abolizione dell’arianesimo quale religione ufficiale della gente longobarda”: V. Lanzani, L’età longobarda (570-774), in Diocesi di Pavia, a cura di A. Caprioli, A. Rinaldi, L. Vaccaio, Brescia-Varese 1995, pp. 45-84. Il nucleo originario della chiesa viene datato 657. Diacono precisa altresì dove l'oratorio fosse ubicato, usando come punti di riferimento il fiume e la città: si trovava in campagna vicino al punto in cui il Navigliaccio confluisce nel Ticino, quasi in riva al fiume, ma in posizione elevata, a poca distanza dalla cinta muraria della città di Pavia, lungo la via che portava alla porta occidentale della città ossia Porta "Marenca" dice Paolo Diacono. Si tratta di Porta Marica: il tratto dell'attuale Corso Cavour compreso fra il suo imbocco e via Bernardino da Feltre.
Il complesso attraversò un periodo di decadenza durante le operazioni militari che contrapposero i Longobardi di Desiderio ai Franchi di Carlo Magno, il quale espugnò Pavia, ponendo fine al regno longobardo nel 774. La città non perse però il suo ruolo di capitale del regno, sede del palazzo reale e dell’amministrazione e del governo (come testimoniato dal Capitolare di Lotario, dell’825, con cui si dava avvio ad una importante scuola giuridico-amministrativa in Pavia).
L’unico documento che menziona San Salvatore dopo Paolo Diacono e prima dell’intervento di ricostruzione di Adelaide è un diploma stilato dalla cancelleria di Ugo e Lotario tra il 940 e il 944 col quale i regnanti confermano al vescovo di Pavia tutti i beni che possedeva prima dell’incendio causato dagli Ungari nel 924: tra questi beni c’è la «abbatia in honore Domini Salvatoris in Campania non longe a Ticino sitam». La definizione di abbatia andrebbe tuttavia intesa come chiesa canonica. È stato invece riconosciuto come falso un diploma di Rodolfo II del 925 in cui si citava la chiesa.
Rifondazione di chiesa e monastero: la regina Adelaide La santa Adelaide, regina consorte d'Italia (dal 947 al 950, come moglie di Lotario II d'Italia, e successivamente dal 962 al 973, come moglie di Ottone I) decise di ricostruire dalle fondamenta sia la chiesa sia il monastero. Nel 971 affidò il monastero all'Ordine dei benedettini e l'organizzazione religiosa al monaco Maiolo, abate di Cluny, poi diventato santo. Tuttavia, il monastero regio non venne posto direttamente alle dipendenze di Cluny ma fu solo riorganizzato da Maiolo. Adelaide inoltre donò al monastero anche il palazzo Reale di Corteolona.
Nel diploma del 30 settembre 982 l'imperatore Ottone II di Sassonia il monastero pavese risulta possedere beni a Corteolona e Monticelli Pavese, e terreni a Garlasco, Corana, Valeggio, Borgo San Siro, Fresonara, Pasturana e Novi Ligure. Tra X e XI secolo, il monastero ebbe anche, temporaneamente, il controllo dell'abbazia di Pomposa. Nei secoli XII e XIII il monastero era proprietario di terreni presso Monticelli Pavese, sulla quale il monastero deteneva diritti signorili e di banno.
Nel 1024, alla notizia della morte dell’imperatore Enrico II, i pavesi distrussero il palazzo imperiale. Da quella data in poi, tutti i sovrani che soggiornarono in città risiedettero in un nuovo palazzo reale, sorto presso la basilica. Successivamente nel palatium presso San Salvatore venne ospitato Federico Barbarossa, incoronato poi re nella basilica di San Michele maggiore. Il sovrano risiedette nel palazzo nel biennio 1162-1164 e poi nel 1176 e nel 1186. Inoltre, il palazzo fu utilizzato da suo figlio Enrico VI negli anni 1191 e 1195, e da Ottone IV nel 1210. Anche l’imperatore Federico II, nel 1212, nel 1237 (per alcuni mesi), nel 1245 e nel 1248, soggiornò nel palatium presso il monastero di San Salvatore, le cui strutture in quel periodo vennero sottoposte a interventi di risistemazione in quanto bisognose di lavori ("reparatione indigent")Historia diplomatica Friderici, VI/1, p. 535 e VI/2, pp. 652-653.. Durante l'assedio posto a Pavia da Galeazzo II Visconti nel 1356, le forze viscontee realizzarono un accampamento fortificato presso la basilica, che venne poi conquistato dai pavesi.
La ricostruzione nel XV secolo Nel 1448 il monastero venne unito ai benedettini della Congregazione dei Padri di Santa Giustina di Padova. Il ruolo dei benedettini divenne fondamentale per il rifacimento dell'intero complesso. Dalle fonti non si può ricavare esattamente quando e chi precisamente avviò la ricostruzione totale della chiesa e dell’antico monastero: gli storici datano variamente questi lavori tra la metà e la fine del XV secolo (alcuni storici indicano gli anni dal 1476 al 1511). La chiesa fu ricostruita in forme tardo-gotiche o protorinascimentali (su progetto forse di Giovanni Antonio Amadeo). La "nuova" chiesa di San Salvatore risulta inoltre orientata sull’asse nord-sud col prospetto frontale sull’asse viario che esce da Pavia verso ovest.; la chiesa medievale risultava orientata invece, con buona probabilità, sull’asse est-ovest: essa venne demolita completamente solo nel 1511. La ricostruzione rinascimentale è stata così radicale da cancellare pressoché integralmente le forme e le tracce del grande complesso monumentale preesistente.
Nel 1524 Francesco Guicciardini riferisce che durante l’assedio di Pavia Giovanni dei Medici (il condottiero detto Giovanni delle Bande Nere), alleato con i francesi "alloggiava coi cavalli e fanti suoi alla chiesa di San Salvatore".
L’importanza del monastero pavese si mantenne sicuramente fino alla metà del Cinquecento, come attesta il privilegio di conferma di beni e immunità emanato da Carlo V nel 1540, cui ne seguì uno analogo di Filippo II nel 1555. Importante fu il 1585, anno nel cui si tenne una cerimonia ufficiale di deposizione delle ceneri dei re, già sepolti nella chiesa antica, nel nuovo edificio. Risalgono a tale data due lapidi commemorative di Ariperto e di Adelaide, antichi fondatori e benefattori del monastero.
A metà Seicento la chiesa è così descritta:
"buona et honorata fabrica, eccetto il campanile, che resta bassissimo e nascosto, sotto il titolo di Christo Salvatore, fatta in forma di croce, nel cui piede tiene l’unica porta, nell’hasta sei cappelle uniformi per parte, tutte condecentemente ornate; nelle due braccia altre due cappelle, et in uno l’organo, e nell’altro la cantoria, servendo la testa di detta croce per il choro, che doppio di sedie ne tiene 32, nella parte superiore, e 22 nell’inferiore. Nel cuore della crociera, sotto proportionata tribuna alta più della volta della chiesa, resta situato l’altar maggioreLe informazioni sono tratte dalla relazione compilata per ordine di papa Innocenzo X (1644- 1655) e conservata in copia nell’Archivio della Procura Generale Cassinese; T. Leccisotti, monasteri Cassinesi di Pavia alla metà del secolo XVII, in “Benedictina”, 17, Montecassino 1971, pagine 117- 140, part. pp. 128-132."
Non sono molte le informazioni relative alle vicende occorse al complesso fino al XVIII secolo. Alcuni dati si trovano nel resoconto che l'abate Nicolò Ruggieri stese a proposito della rimodellazione delle facciate fatta eseguire nel 1750.
Tra il 1777 ed il 1779 il governo austriaco promosse la creazione, all'interno del monastero, della Tipografia del Regio Imperial Monastero di S. Salvatore, affidata ai monaci, ma finanziata dal governo e dotata di moderne attrezzature. Venne infatti creata una cartiera con cilindro inglese e furono acquistati caratteri, torchi e cilindri a Parma da Giambattista Bodoni e altri a Londra, Basilea e Lione. L'impianto era dotato di quattro torchi e dava lavoro (oltre ai monaci) a sei compositori e diversi torcolieri, incisori, disegnatori, legatori e numerosi garzoni. La produzione era alquanto d nicchia, incentrata esclusivamente su contenuti di carattere accademico, in particolare di Chimica, Fisica, Botanica, Chirurgia, Matematica, oltre a opere dei docenti dell'università di Pavia e di giansenisti e traduzioni di volumi di carattere scientifico stranieri, come gli studi di George Atwood. La tipografia lavorò soprattutto al servizio dell'Università di Pavia, ma venne chiusa negli anni '90 del Settecento, sia per i nuovi indirizzi del governo verso gli ordini religiosi, sia, soprattutto, perché (nonostante i volumi fossero spediti in gran parte d'Italia oltre che a Losanna e Parigi) la programmazione editoriale era indirizzata a un mercato troppo limitato, tralasciando la ricerca di un pubblico più vasto.
Nel 1782 il monastero di San Salvatore fu soppresso insieme ad altre corporazioni religiose in Pavia, per volontà dell'imperatore austriaco Giuseppe II (e con determinazione del direttorio esecutivo della repubblica cisalpina). Dopo il decreto di Soppressione i monaci (che nel 1779 avevano iniziato un'attività di tipografia, trasferendosi però in città già a partire dal 1780, presso la chiesa del Gesù), furono costretti ad abbandonare definitivamente le loro strutture nel 1795. Nel 1795 il monastero venne concesso al Municipio per alloggiarvi un collegio per studenti. Nel 1799 si ha notizia che la città abbia fatto allestire San Salvatore come ospedale "per dei Russi" e ancora nel 1815 risulta funzionante come ospedale militare.
La chiesa tra 1782 e 1821 continuò a funzionare ma come sussidiaria della chiesa parrocchiale di San Lanfranco.
XIX e XX secolo: chiusura e riapertura al culto
Nel 1859 l'autorità militare chiese di occupare «d'urgenza e temporaneamente», la chiesa e poi l'intero monastero per alloggiarvi i pontieri. Nel 1861 circa il Comune cedette al Governo il monumento anche se già nel 1863 chiese di poter avere in uso la chiesa. Nel 1868 intanto la chiesa venne dichiarata monumento nazionale. Ci vollero però quarant'anni perché, grazie alle attenzioni della Società per la conservazione dei monumenti dell’arte cristiana, fosse possibile il recupero al culto della chiesa.