La storiografia sull'attentato di via Rasella presenta un'ampia varietà di interpretazioni e giudizi discordanti, riflettendo le reazioni contrastanti suscitate dall'azione gappista all'indomani del suo compimento e la lunga serie di controversie successive. L'attenzione degli storici si è concentrata in particolare sul rapporto sussistente tra l'azione gappista e l'eccidio delle Fosse Ardeatine, ossia sul modo in cui il comando dei GAP, nella pianificazione dell'attacco, considerò la prospettiva di provocare una violenta rappresaglia: eventualità remota, o comunque tutt'altro che certa, in virtù della particolare politica d'occupazione adottata dai tedeschi a Roma, nonché dell'inesistenza di precise disposizioni in materia di contromisure; rischio che non poteva impedire la conduzione di una decisa lotta partigiana; oppure obiettivo stesso dell'attentato al fine di diffondere un sentimento di sdegno tra la popolazione, in modo da spingerla a schierarsi più attivamente contro i tedeschi.
Anni cinquanta e sessanta Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana (1953) Lo storico Roberto Battaglia, partigiano azionista passato nel dopoguerra al PCI, scrisse di via Rasella e delle Fosse Ardeatine nella sua pionieristica Storia della Resistenza italiana, edita per la prima volta nel 1953 e poi ripubblicata in edizione riveduta e integrata nel 1964:
Descritta la dinamica dell'azione, Battaglia afferma che «tutto si svolge nel modo previsto», mentre «[c]iò che non è previsto è la reazione tedesca nella forma atroce che essa assume».. Dunque continua: «L'"errore" della Resistenza romana considerata nel suo complesso, fu, caso mai, un altro, anzi l'opposto: fu quello di non essere riuscita, dopo le Fosse Ardeatine, a portare più avanti l'offesa al tedesco, a rendere più continua e intensa l'attività armata: che era oltre tutto, come dimostrò l'esperienza della guerra di liberazione, l'unico modo concreto per porre un limite al metodo della rappresaglia, per costringere il nazista a rinunciare a questo strumento efferato del proprio dominio». I passaggi citati risultano immutati dall'edizione originale 1953, dove sono alle pp. 252-3 e 257..
Enzo Piscitelli, Storia della Resistenza romana (1965) Nella sua opera sulla Resistenza romana, pubblicata nel 1965 con il patrocinio dell'Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza (IRSIFAR), Enzo Piscitelli scrive che nel marzo 1944
Secondo Piscitelli, «inutile e vile fu l'acre polemica, iniziatasi l'indomani delle Fosse Ardeatine e protrattasi a lungo, dopo la liberazione, sull'inutilità dell'attentato e sulla mendace possibilità offerta agli audaci esecutori di salvare la vita dei 335 martiri (nessun documento esiste su questo punto e tra l'esecuzione dell'attentato e l'inizio del massacro, compiuto di nascosto, passarono appena 24 ore!). La polemica fu un volgare espediente tirato in ballo dagli assenti, dai reazionari e dai residui fascisti per dividere e indebolire, allora, le forze attive della Resistenza ostacolando, in seguito, un fecondo rinnovo delle istituzioni». Tuttavia, a vent'anni dai fatti la polemica sarebbe stata «fugata», grazie alla «sintesi che opera la storia»..
Giorgio Bocca, Storia dell'Italia partigiana (1966) In una sua opera sulla Resistenza del 1966, Giorgio Bocca fu tra i primi ad affermare che il terrorismo dei GAP fosse finalizzato a provocare i tedeschi e i fascisti per spingerli a inasprire le violenze verso la popolazione, valutando positivamente tale condotta come espressione di una «moralità rivoluzionaria», la quale «non può tollerare isole di privilegio e di ingiusto rispetto, che si uccida, si torturi, si incendi nei villaggi di montagna e nei quartieri operai mentre le enclaves della borghesia cittadina restano tranquille e, dentro, tranquilli gli oppressori».. Bocca continua scrivendo che, in contrasto con gli altri partiti e al di là delle loro stesse intenzioni dichiarate,
Nel formulare tale giudizio, Bocca non fa specifico riferimento all'attentato di via Rasella ma si riferisce genericamente al «terrorismo ribelle», categoria in cui include il principale attentato compiuto dai GAP romani, definendolo più avanti «il maggiore atto del terrorismo partigiano»..
Bocca chiarì il suo punto di vista in un'intervista del 1981, nella quale dichiarò che l'attentato era stato un atto «necessario perché Roma, in quel periodo, era una città "aperta"; per ragioni di politica del Pontefice; del Vaticano; degli Alleati, veniva esclusa dalla guerra partigiana; [...] Allora, in una situazione come questa, mi pareva fosse giusto che dei gruppi, delle avanguardie partigiane in lotta cercassero di coinvolgere la città capitale del paese in una lotta che era la lotta di tutto il Paese. Questo privilegio di Roma di rimanere fuori dalla guerra, mi sembrava un privilegio un po' immorale. [...] con quell'atto, chiamiamolo pure "terroristico", si era cercato di far capire all'intero paese, e al mondo, che anche a Roma si combatteva contro i tedeschi»Giorgio Bocca, intervista in ..
Nel 1999 Bocca tornò sull'argomento, contestando la descrizione degli uomini del "Bozen" come «pacifici altoatesini, entrati quasi per obiezione di coscienza in un reparto della polizia ausiliaria, che, forse per tenersi in esercizio, aveva dato la caccia ai partigiani nell'Alto Adige eliminandone ogni presenza»Giorgio Bocca, Il secolo sbagliato, Milano, Mondadori, 1999, p. 62.Nel 2004, interrogato circa il compimento di atti di terrorismo «nel senso moderno della parola» da parte dei partigiani, Bocca rispose: «Sì. Ci fu una lunga polemica tra noi e i garibaldini, che avevano compiuto atti di terrorismo in Spagna. Ma in una guerra impari il terrorismo è ineludibile. L'attentato di via Rasella fu un'azione giustissima, per far uscire Roma dall'inerzia. Il terrorismo non è acqua di rose, ma far esplodere la bomba contro quel battaglione di altoatesini, che erano i più carogna di tutti, fu importante». Cfr. Giorgio Bocca, intervista a cura di .
Robert Katz, Morte a Roma (1967) Il giornalista statunitense Robert Katz, autore nel 1967 della prima monografia sull'argomento, si schiera anch'egli apertamente in difesa della legittimità morale dell'attentato. Tuttavia, diversamente da Bocca, Katz non ritiene che i gappisti – descritti come giovani «nuovi alla guerra» e inconsapevoli del grado di ferocia del nemico. – cercassero una violenta reazione tedesca per impartire una lezione alla popolazione. Allo stesso tempo, respinge l'accusa secondo cui i partigiani «avrebbero dovuto sapere che i tedeschi avrebbero commesso delle atrocità in una forma o nell'altra», e quindi astenersi dal compiere l'attentato, liquidandola come il prodotto di «ragionamenti che tendono ad incitare alla sottomissione» verso ogni forma di oppressione e minaccia. Lo scrittore statunitense giudica la lotta armata l'unica valida alternativa alla sottomissione, dato che anche la resistenza passiva e la non collaborazione potrebbero provocare reazioni violente dell'occupante. Proprio l'estrema violenza della strage delle Fosse Ardeatine, un massacro senza precedenti in Italia, avrebbe dimostrato che i partigiani agirono giustamente: non erano essi a dover prevedere le atrocità tedesche, bensì i non resistenti, i quali avrebbero dovuto quindi «lottare uniti contro l'occupante».
Giudicando «assurdo isolare una singola azione in un movimento genuino di resistenza», negare l'opportunità dell'attacco di via Rasella equivarrebbe, secondo Katz, a rifiutare la resistenza nel suo complesso, dato che sarebbe «facile concludere che qualsiasi azione partigiana, fra le cento compiute a Roma, avrebbe potuto avere per conseguenza l'eccidio delle Ardeatine». Contestare l'azione gappista del 23 marzo (la cui unica criticità sarebbe il non aver dato i risultati sperati dai partigiani) equivarrebbe inoltre a screditare tutti i combattenti di ogni movimento di liberazione europeo e ciò a sua volta significherebbe «disarmare i combattenti per la libertà di domani»..
Anni novanta Lutz Klinkhammer, L'occupazione tedesca in Italia (1993) e Stragi naziste in Italia (1997) In un saggio del 1993 sull'occupazione tedesca in Italia, lo storico tedesco Lutz Klinkhammer cita la lettera di Luigi Longo al PCI romano dell'8 gennaio 1944, giudicandola «una fonte di fondamentale importanza per spiegare la crescita della Resistenza in Italia e della repressione contro di essa». Riconoscendo che Longo avesse ragione nell'affermare che le rappresaglie procurassero agli occupanti l'ostilità della popolazione, Klinkhammer ritiene che «i dirigenti comunisti mettevano consapevolmente in conto le rappresaglie contro la popolazione civile, anzi in questo conto individuavano quasi un effetto auspicabile, in quanto esso aizzava la popolazione contro la potenza armata e apportava un maggior potenziale di sostegno ai partigiani». In nota (p. 531, n. 130) si aggiunge che questa «fu anche la logica degli autori dell'attentato di via Rasella».Riconoscendo anch'egli nella lettera di Longo i fondamenti della linea d'azione messa in pratica a via Rasella dai gappisti, in un articolo del 2015 Angelo Ventrone giunge alla stessa conclusione di Klinkhammer: «la strategia comunista metteva consapevolmente nel conto le rappresaglie naziste contro la popolazione civile, anzi, individuava proprio in esse un efficace strumento per accrescere l'ostilità degli italiani nei confronti dell'occupante». Cfr. .
Tuttavia, se le rappresaglie in generale erano messe in conto dai partigiani, secondo Klinkhammer, tornato sull'argomento nel 1997, l'entità numerica della strage delle Fosse Ardeatine «era difficilmente prevedibile», dato che in precedenza «non c'era mai stato in Italia un atto di vendetta di tali dimensioni. Solo a seguito di questo diventò possibile presagire a quali repressioni fosse pronta la forza d'occupazione»..
Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia (1995) Un altro storico tedesco, Friedrich Andrae, affrontando la questione in uno studio del 1995 sui crimini di guerra tedeschi in Italia, indica tre possibili motivazioni dell'attentato: oltre a denunciare la violazione dello status di città aperta da parte dei tedeschi e a demoralizzare i fascisti in un giorno per loro solenne, Andrae assegna «particolare rilevanza» alla terza possibile causa, individuata nell'«intenzione dei Gap di sfidare i tedeschi, di spingerli alla rappresaglia, che a sua volta avrebbe accresciuto l'odio della popolazione nei confronti della potenza occupante, come pure di dare nuovo impulso al movimento resistenziale romano, fortemente disunito al proprio interno, per mezzo di un'azione spettacolare, con l'obiettivo di provocare una sollevazione popolare dei romani o incitare uno stato d'animo rivoluzionario, anche tenuto conto della vicinanza delle forze armate alleate e di una loro auspicata rapida avanzata su Roma»..
Aurelio Lepre, Via Rasella (1996) Aurelio Lepre, autore nel 1996 di un instant book su via Rasella, scrive che i romani erano impegnati nella difficile lotta per la sopravvivenza ed erano restii a farsi coinvolgere nella guerra, cosicché il fine dei gappisti era «tentare di costringerli a schierarsi, attraverso un gesto di estrema violenza».. Sulla scelta dei GAP di attaccare i tedeschi avrebbe influito anche il fatto che «la facilità dell'esecuzione dell'attentato in via Tomacelli e la mancanza di reazioni diedero la falsa impressione di una guerriglia che poteva portare i suoi colpi senza coinvolgere la popolazione civile nelle rappresaglie»; si trattava però di un «calcolo errato», giacché i gappisti praticavano, oltre a un terrorismo scientifico, anche uno «fondato sull'improvvisazione, sull'intuito, che guardava al gesto da compiere più che alle sue possibili conseguenze»..