La disoccupazione tecnologica è la perdita di lavoro dovuta al cambiamento tecnologico. Questo cambiamento solitamente riguarda l'introduzione di tecnologie che permettono di ridurre il carico di lavoro eseguito dagli operatori e l'introduzione dell'automazione.

Proprio come i cavalli, usati come primo mezzo di locomozione, vennero gradualmente resi obsoleti dall'automobile, anche i lavori degli esseri umani sono stati toccati dal cambiamento tecnologico, ne è un esempio quello dei tessitori ridotti in povertà dall'introduzione del telaio meccanico nella prima rivoluzione industriale. Durante la seconda guerra mondiale il calcolatore bomba, inventato da Alan Turing, compresse in poche ore processi di decodificazione che altrimenti avrebbero tenuto occupati gli esseri umani per anni. Alcuni esempi contemporanei di disoccupazione tecnologica sono la sostituzione delle casse manuali con le casse automatiche, la riscossione automatica dei pedaggi stradali e i passaggi a livello automatici, che hanno reso obsoleta la figura del casellante.

Che il cambiamento tecnologico possa causare la perdita di posti di lavoro nel breve termine è un fatto comunemente accettato, mentre sugli effetti sul lungo termine si è aperto un lungo dibattito non ancora giunto ad una conclusione. Le due scuole di pensiero si possono sommariamente dividere in ottimisti e pessimisti. Gli ottimisti sono convinti che la perdita di lavoro dovuta all'innovazione verrà compensata da altri fattori che renderanno l'impatto nullo nel lungo termine. I pessimisti invece sostengono che almeno in alcuni casi le nuove tecnologie possono portate ad un costante declino nel numero di posti di lavoro. L'espressione “disoccupazione tecnologica” è stata resa popolare da John Maynard Keynes negli anni ’30, ma la questione è discussa fin dai tempi di Aristotele.

In genere, prima del XVIII secolo, sia le élite che i roturier avevano una visione pessimista della disoccupazione tecnologica, almeno nei casi in cui la questione sorse. Dato che i livelli di disoccupazione nella storia pre-moderna sono quasi sempre stati bassi, non era un argomento molto discusso. Nel XVIII secolo le paure dell'impatto delle macchine sull'occupazione si intensificarono con la crescita della disoccupazione di massa, specialmente in Inghilterra, all'avanguardia nella rivoluzione industriale. Nonostante ciò alcuni pensatori misero in dubbio queste paure, sostenendo che in generale l'innovazione non avrebbe avuto effetti negativi sui posti di lavoro nel lungo termine. Queste argomentazioni vennero formalizzate nel XIX secolo dagli economisti classici. Durante la seconda metà dello stesso secolo divenne sempre più palese che il progresso tecnologico beneficiasse tutti i settori della società, inclusa la classe operaia. Le preoccupazioni sull'impatto negativo dell'innovazione diminuirono, e venne coniato il termine “fallacia luddista” per descrivere l'idea della perdita di lavoro dovuta all'innovazione.

L'idea che la tecnologia difficilmente porterà ad una disoccupazione nel lungo termine è stata ripetutamente messa in discussione da una minoranza di economisti, tra i quali, nel primo 1800, David Ricardo. Molti economisti hanno messo in guardia dalla disoccupazione tecnologica in alcuni particolari frangenti, come negli anni trenta e sessanta, in cui il dibattito sulla questione si intensificò. Nelle ultime due decadi del XX secolo, soprattutto in Europa, vari cronisti hanno notato un graduale aumento della disoccupazione nei paesi industrializzati a partire dagli anni settanta; nonostante ciò la maggior parte degli economisti e dell'opinione pubblica ha mantenuto una visione ottimista sull'innovazione nel XX secolo.

Nel secondo decennio del XXI secolo sono stati pubblicati un certo numero di studi che suggeriscono la possibilità di una crescita della disoccupazione tecnologica a livello globale. Mentre molti economisti e commentatori ancora sostengono l'infondatezza di questi timori, le preoccupazioni riguardanti la disoccupazione tecnologica hanno ricominciato a crescere. Un servizio pubblicato dalla rivista Wired nel 2017 cita esperti come l'economista Gene Sperling e il professore di management Andrew McAfee a sostegno della tesi per cui la disoccupazione tecnologica è «una questione importante». Per quanto riguarda l'idea per cui l'automazione «non avrà alcun grosso effetti sull'economia per i prossimi cinquanta o cento anni», McAfee dice: «Nessuno del mestiere con cui mi capita di parlarci ci crede». Innovazioni come Watson hanno il potenziale di rendere obsoleti gli esseri umani in vari campi, dagli impiegati, ai lavoratori poco qualificati, ai creativi ed altri lavori intellettuali.

Argomentazioni

Effetti a lungo termine sull'occupazione

Tutti gli interpreti del dibattito sulla disoccupazione tecnologica concordano nel dire che la perdita di lavoro può essere una conseguenza a breve termine dell'innovazione e che a volte gli effetti sui lavoratori sono positivi. Le divergenze si concentrano sulla possibilità che l'innovazione abbia un impatto negativo duraturo sull'occupazione. Livelli di disoccupazione costante possono essere misurati empiricamente, ma le cause sono oggetto di dibattito. Gli ottimisti sostengono che, se nel breve periodo è possibile un aumento della disoccupazione, a lungo termine nuovi posti di lavoro verranno creati dai cosiddetti “effetti di compensazione”. Questo punto di vista, costantemente messo in discussione, è stato dominante nel XIX e XX secolo.. Ad esempio gli economisti del lavoro Jacob Mincer e Stephan Danninger hanno elaborato uno studio empirico usando microdati del Panel Study of Income Dynamics dimostrando che, anche se nel breve termine sembra avere effetti poco chiari sul tasso di disoccupazione totale, il progresso tecnologico riduce la disoccupazione sul lungo periodo. Quando includono un lag di cinque anni le prove a supporto di un effetto della tecnologia sull'occupazione vengono a mancare, suggerendo che la disoccupazione tecnologica «sembra essere un mito».

Il concetto di disoccupazione strutturale, ovvero l'idea di un tasso di disoccupazione duraturo che non scompare neanche nel punto più alto del ciclo economico, divenne popolare negli anni sessanta. Per i pessimisti la disoccupazione tecnologica è uno dei fattori che guidano il fenomeno della disoccupazione strutturale. Fin dagli anni ottanta anche gli economisti ottimisti hanno sempre di più accettato l'idea che la disoccupazione strutturale sia cresciuta nelle economie avanzate, tendendo però a incolpare globalizzazione e delocalizzazione piuttosto che il cambiamento tecnologico. Altri ritengono che la principale causa della crescita della disoccupazione sia la riluttanza dei governi nel perseguire politiche espansive dopo l'abbandono delle politiche keynesiane negli anni settanta e nei primi anni ottanta. Nel XXI secolo, e specialmente dal 2013, i pessimisti sostengono con crescente insistenza che la minaccia di una disoccupazione strutturale globale sia in crescita. Dall'altra parte, una prospettiva più ottimista suggerisce che il cambiamento tecnologico cambierà la struttura di un'organizzazione in modo tale che i lavoratori impiegati in ruoli manageriali diventeranno sempre più specializzati grazie al fatto che l'aiuto della tecnologia gli lascerà più tempo per migliorare se stessi. Il tipico ruolo manageriale di conseguenza cambierà in modo da permettere ai manager di concentrarsi sul compito di supportare i dipendenti migliorando le loro prestazioni, permettendogli quindi di aggiungere più, invece che meno, valore.

Effetti di compensazione

Gli effetti di compensazione sono le conseguenze positive dell'innovazione che compensano l'iniziale perdita di lavoro causata dalle nuove tecnologie. Negli anni venti del 1800 Jean-Baptiste Say descrisse vari effetti di compensazione in risposta a all'affermazione di Ricardo secondo cui la disoccupazione tecnologica a lungo termine era una possibilità. Poco dopo John Ramsay McCulloch elaborò un intero sistema di effetti. Il sistema venne chiamato teoria della compensazione da Karl Marx, che attaccò le sue idee sostenendo che non era certo che quegli effetti si verificassero; la questione da allora rimane centrale nel dibattito.

Gli effetti di compensazione sono dovuti a:

Invenzione di nuove macchine, e di conseguenza il lavoro necessario a costruirle; Nuovi investimenti, conseguenza dei profitti più alti resi possibili dalle nuove tecnologie; Cambiamenti nei salari. Nei casi in cui la disoccupazione aumenti, questo può causare una flessione degli stipendi, permettendo a più lavoratori di essere reimpiegati ad un costo più basso. Dall'altra parte a volte i lavoratori godranno di un aumento di salario nel momento in cui la loro redditività aumenta. Questo porta a un aumento del reddito e quindi ad una spesa maggiore, che di conseguenza incoraggia la creazione di posti di lavoro; Prezzi più bassi, che portano ad un aumento della domanda, e quindi a più posti di lavoro. I prezzi bassi possono anche portare ad una riduzione degli stipendi, dato che beni di consumo meno cari aumentano il potere d'acquisto; Nuovi prodotti, dove l'innovazione crea direttamente nuovi posti di lavoro.

Il primo punto oggi viene raramente discusso agli economisti; spesso l'idea di Marx, che lo rifiutò, viene considerata corretta. Anche i pessimisti spesso concedono che l'innovazione dei prodotti assieme all'effetto numero 5 può a volte avere un effetto positivo sull'occupazione.

Un'importante distinzione può essere tracciata tra innovazione dei processi e dei prodotti.Le tecnologie che diminuiscono i posti di lavoro possono essere classificate con meccanizzazione, automazione e ottimizzazione dei processi. Le prime due riguardano il trasferimento dei compiti dagli umani alle macchine, mentre il terzo spesso prevede l'eliminazione di quei compiti. Il fil rouge che collega i tre punti è la rimozione di forza lavoro e la conseguente diminuzione dell'occupazione. Nella pratica le categorie spesso di sovrappongono: un miglioramento dei processi può includere automazione o meccanizzazione. La linea tra meccanizzazione e automazione poi è soggettiva, dato che a volte la meccanizzazione include il controllo automatico ad un livello tale che può essere considerata automazione. Dall'America Latina sono emerse delle prove che sembrano suggerire che l'innovazione dei prodotti contribuisca in maniera importante alla crescita dell'occupazione nelle fabbriche, più dell'innovazione dei processi. La misura in cui gli altri effetti siano sufficienti nel compensare la perdita di lavoro è tuttora oggetto di un acceso dibattito tra gli economisti.

Un possibile effetto di compensazione è il moltiplicatore. Secondo una ricerca elaborata da Enrico Moretti, per ogni lavoro qualificato creato nell'alta tecnologia in una data città, più di due lavori vengono creati in settori non-tradable. Le sue conclusioni suggeriscono che la crescita tecnologica e la conseguente creazione di posti di lavoro nell'hi-tech possano avere un effetto di diffusione più importante di quanto si pensasse; per quanto riguarda l'Europa le sue conclusioni sembrano trovare conferma.