L'abisso dei social media (Social Media Abyss) è un saggio scritto da Geert Lovink nel 2016. L'opera fa parte di una serie di saggi (il cui precedente è Ossessioni collettive), il cui tema centrale è la network culture. Tratta di problematiche legate a internet, social media ed economia digitale.

Qual è il sociale dei social media? Il primo capitolo introduce il concetto di sociale presente nel contesto delle tecnologie dell’informazione.

L’autore cerca di ripercorrere la storia dell’utilizzo di tale termine, che fa la sua comparsa negli anni Ottanta, con l’emergere del <<groupware>> . Ciononostante, negli anni Novanta, prima dell’ introduzione dell’infotech, sociale era ancora uno scambio di nodi isolati, totalmente estraneo al concetto di “condivisione”, finalizzato, infatti, soltanto al lavoro quotidiano. L’autore ci riporta, dunque, per analizzare tale concetto, all'inizio della scomparsa del termine sociale, riprendendo la tesi del sociologo Jean Baudrillard, secondo cui il sociale ha perduto il suo ruolo storico, implodendo, invece, all’interno dello scenario mediatico. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale appariva necessaria, infatti, la gestione del sociale. Oggi, mediante i social media si tende a portare avanti un progetto del tutto disinteressato al rivitalizzare il potenziale del <<sociale>>, diventato, riprendendo le parole di Baudrillard: << un simulacro della propria capacità dii creare relazioni sociali significative e durature. >>L’abisso dei social media p. 5 Il sociale ha permesso all’individuo di venir meno ai ruoli che occupa all’interno delle comunità tradizionali, come famiglia, chiesa, partito. Non parliamo più di soggetti storici, quanto di soggetti attivi, poiché il sociale non ha più alcun riferimento alla società, quanto alla rete. Resta dunque aperto il problema di rivedere il processo di socializzazione. La decadenza del termine sociale ha infatti portato ad una diminuzione dei dibattiti critici su internet. Si sente, invece, la necessità di una sociologia basata sul web. Albert Benschop, pioniere della sociologia della rete, a tal proposito afferma la necessità di evitare una distinzione tra reale e virtuale, in quanto internet influenza la nostra realtà e il sociale stesso: non esiste un mondo di regole e convenzioni sociali alternative per il web. Di conseguenza, va rivisto anche il concetto di personale, poiché il sociale dei social media è l’ostentazione del personale. È infatti, impossibile negare la dipendenza dai social media, in quanto: << Siamo stati tutti riattivati e l’oscenità delle opinioni comuni, la prostituzione quotidiana dei nostri dettagli privati, sono perfettamente integrate nel software e coinvolgono miliardi di utenti che non sanno come uscirne. >>L’abisso dei social media p. 10 Il problema è la natura del sociale, considerato come una rivolta basata sull’ordine del giorno, guidata dai meme. L’unica soluzione sembra essere per l’autore una cibernetica 2.0, ossia contributi dati da una generazione di scienze umane che sia al pari con la tecnologia e non a digiuno di essa.

Dal clamore dei social media al sovraccarico d'informazione Nel secondo capitolo il dibattito sui social media si sposta su tematiche etiche. Ha preso piede, infatti, la consapevolezza che tali piattaforme online possano avere un ruolo a lunga scadenza e ciò ha portato il discorso non più sulla responsabilizzazione della rete, ma sugli aspetti estetici della sanità mentale e fisica; argomento che verrà sviluppato dall’autore attraverso la ripresa di varie teorie ed opere.

Lovink analizza l’opera della studiosa tedesca Petra Löffler, dove emerge un presunto declino della concentrazione, il quale produce effetti anche sulla ricerca. I social media contribuiscono a ciò, riducendo al minimo gli spazi di riflessione e azione. Rifacendosi al pensiero di Foucault, l’autore pone il problema, dunque, di minimizzare il dominio delle nuove tecnologie. C’è bisogno di separare la noia dalla tecnologia e di evitare il costante flusso di conoscenza specializzata. Per fare ciò, bisogna allenarsi ogni giorno, cercando di raggiungere una “forma fisica ottimale ”L’abisso dei social media p. 27, riuscendo così a conservare anche un qualche tipo di rapporto con le piattaforme online. Non bisogna, infatti, superare la tecnologia, quanto più rivedere le nostre abitudini in merito, che ci portano ad un sovraccarico di informazioni.

Per Howard Rheingold l’autocontrollo e l’alfabetizzazione sui social media non sono innate, ma vanno insegnate. Egli propone, infatti dei trucchi per allenare il cervello, fino a trasformarli in abitudini. << L’emergente divario digitale concerne quanti sanno usare i social media a vantaggio personale e per l’azione collettiva, e coloro che invece non sono capaci di farlo.>>L’abisso dei social media p. 30

Il mondo oltre Facebook: l'alternativa di Unlike Us L’introduzione degli smartphone, dunque di app e servizi, ha portato ad una vera e propria << cultura partecipativa>> L’abisso dei social media p.35, enfatizzata dalla mobilità. Ci si trova da un lato a tener conto dell’influenza e dell’impatto dei social media; dall’altro il fenomeno dei social network rimane fragile. L’autore pone l’esempio di siti come MySpace, destinati all’oblio. In un futuro anche Twitter, Facebook e le maggiori piattaforme potranno essere rimpiazzate. Tuttavia, anche se ciò dovesse accadere, non spariranno attività come ricercare nuovi amici e affermare i propri interessi, diventate ormai vere e proprie abitudini. Si tratta di una vera e propria economia del <<mi piace>>, basata sull’impossibilità degli utenti di rischiare la morte sociale, concetto già analizzato da Baudrillard e ulteriormente radicalizzato.

Non esiste più un sociale come lotta di classe. Per Hannah Arendt la questione sociale si esprime nel concetto di sfruttamento: << sfruttamento algoritmico dell’interazione uomo-macchina che punta consapevolmente sulla possibile gestione degli elementi oscuri del sociale.>>L’abisso dei social media p. 41 È questo il Web 2.0, nato dopo la caduta del dot.com, il cui motto è << contenuti generati dagli utenti>>. Il profitto non si basa più sull’acquisto, quanto sullo sfruttamento dei dati degli utenti, attraverso condivisione, blog e siti.

L’autore passa, dunque, all’analisi del progetto di ricerca Unlike Us, incentrato sui monopoli dei social media e alle loro alternative: app e software decentralizzate e non-profit, capaci di garantire la privacy attraverso la crittografia. Lovink cita numerosi modelli di social network alternativi, come Lorea, utilizzato dagli attivisti spagnoli di Indignatos, Diaspora, Crabgrass, Friendica, Libertree, ecc...

<< Dobbiamo aggiustare internet.>>L’abisso dei social media p.47

Da questo slogan si evince la necessità (intesa come un vero e proprio progetto politico) di costruire concetti e modelli alternativi, senza i quali è impossibile regolamentare l’industria di internet.

Ermes sull’Hudson: la teoria dei media dopo Snowden Il capitolo quarto parte dalle considerazioni successive alle rivelazioni di Edward Snowden del giugno 2013, che rappresentano la fine simbolica dei nuovi media. Non a caso, vengono paragonate alla versione laica del XIX secolo della scoperta che Dio è morto. L’autore riflette sul tema attraverso l’analisi dell’opera Excomunication, il terzo volume di una serie di saggi scritti dopo le rivelazioni di Snowden. I tre autori del libro propongono una << svolta greca >> L’abisso dei social media p.56, ossia un linguaggio altamente codificato per parlare ai rivoluzionari. È così che: << Ermes diventa l’ermeneutica dell’interpretazione, Iris l’iridescenza dell’immediatezza e le Erinni il brulicare della rete distribuita.>> L’opera non rimanda ad un mondo post-media, quanto alla necessità di un <<non- media>> e di un’interpretazione di quelli che sono atti di potere. Emerge una nuova generazione di internet studies, basati sulla ricerca quantitativa dei big data, sull’etnografia digitale e studi sociologici. Gli studi umanistici digitali non sono di alcun aiuto, tanto più che, anche negli Stati Uniti, le teoria dei media hanno scarsa rappresentazione a livello istituzionale.

Gli studi umanistici vengono considerati una perdita di tempo. Come spiega Luhmann nel suo Social System non si è riuscito a produrre una teoria valida per l’intera disciplina e ciò ha portato ad un ricorso agli autori classici, nel tentativo di criticare e ricombinare testi già esistenti. Per gli autori di Excomunication siamo giunti ad un esodo, che, tuttavia, non implica la rinuncia, poiché la teoria e l’analisi critica è necessaria. La posta in gioco è infatti la teoria dei media in sé, che ci invita ad interpretare il passato in maniera diversa. Per Lovink, Excomunication vuole rispondere a questo appello, alla necessità di risposte filosofiche a tematiche quali la dialettica dell’attenzione, la perdita del sonno, rendere visibili le strutture e i meccanismi invisibili dei software e molto altro ancora.

Il modello d’impresa su internet: un’esperienza personale L’autore apre una critica contro quello che viene definito il “tutto gratis”, culto dominante fin dagli inizi degli anni Ottanta. Le piattaforme hanno introdotto questa nuova forma di <<capitalismo anticipatorio>> L’abisso dei social media p.68. Mentre gli utenti restano bloccati su tali piattaforme da legami emotivi, i proprietari di quest’ultime si occupano di affari economici, come l’acquisizione di altre aziende del settore o lo sbarco in borsa. Il “tutto gratis” avvantaggia, infatti, le grandi aziende d’investimento che finanziano gli innovatori.

Tuttavia, il consenso a tale politica è venuto meno a causa della maggiore esposizione pubblica, in particolare dopo la crisi economica globale del 2008. Nonostante ciò, il tema dell’economia politica di internet rimane profondamente sottovalutato, a parere dell’autore. L’analisi critica dovrebbe avere come fine ultimo la creazione di modelli economici concreti e sostenibili nella società post-intellettuale. Il Web 2.0 e i modelli economici ad esso associati hanno reso difficile ai produttori di contenuti culturali guadagnarsi da vivere attraverso la vendita diretta, complicando il lavoro creativo. Si basano, infatti, sulla convinzione che l’informazione non dovrebbe diventare un bene di consumo, impedendo così la remunerazione della produzione creativa.

L’autore, Lovink, introduce la sua esperienza all’interno di tale contesto. Dopo un primo periodo in cui decise di definirsi, verso la metà del 1987, un << teorico dei media>>L’abisso dei social media p.75, ottenuto l’accesso ad internet all’inizio del 1993, rimarcò l’assenza di un’economia di internet. Il periodo della metà degli anni Novanta, infatti, fu cruciale per il dot.com, basato su un modello di cinismo secondo cui la maggior parte delle start-up erano destinate alla bancarotta, mentre le perdite sarebbero state bilanciate dalle promesse di una o due start-up acquisite dai colossi come Facebook o Google. Il ritardo della percezione generale preoccupava (al tempo, ma anche attualmente) Lovink.

Oggi, tuttavia, si sono registrati tentativi di formare un’economia politica di internet. Un esempio preso dall’autore è il progetto “Tulipomania Dotcom”, che permise di osservare il mondo della finanzia internazionale in una prospettiva più ampia. Successivamente, l’autore decise di entrare nel mondo accademico, completando il dottorato di ricerca a Melbourne. Il periodo successivo, che vide il consolidarsi del Web 2.0, portò ad un’economia intesa non come libero mercato, bensì fucina per i monopoli. Il progetto dell’autore, invece, all’inizio degli anni Novanta, era un pubblico online interessato a leggere i suoi saggi in cambio di una cifra minima, il tutto basato su un sistema di micro-pagamenti fondato sul peer-to-peer.

La sfida è, ancora oggi, quella di creare modelli di reddito per la cultura, che consentano a chi lavora online di avere uno stipendio decente.