Una riforma monetaria è una riforma che prevede l'introduzione di un sistema di monetazione e di finanziamento all'economia differente da quello attuale.Per un esempio dell'uso di questo termine, vedere questo contributo su Bilderberg.org Le riforme monetarie storicamente hanno teso principalmente a modificare il tipo di metalli usati per il conio delle monete, il loro titolo nelle leghe o il peso delle monte stesse. Ma si è anche operata (soprattutto in tempi più recenti) una revisione più articolata della politica monetaria, affiancando alla variazione della natura della moneta anche politiche di ristrutturazione degli enti preposti alla sua produzione, immissione in circolo, gestione, deposito e prestito.
Storia Antica Roma Tra le riforme monetarie della Roma antica le più rilevanti si cita per prima la riforma operata dal re Servio Tullio che, secondo un passo di Plinio (N.H. XXXIII, 43) nel VI secolo A.C. avrebbe introdotto in sostituzione dell'aes signatum (lingotti di bronzo con immagini graffiate di pesci o fronde) la prima vera moneta contrassegnando con l'immagine di un capo di bestiame (pecunia) su un pezzo di bronzo. Ritrovamenti in area etrusca di esemplari di aes rude datati dal X al VI secolo A.C. Fanno credere che la sua riforma consistette più che altro nella normalizzazione delle misure e del valore del bronzo, provvedimento coerente con le riforme attribuitegli riguardo al "census" dei cittadini.M. H. CRAWFORD, Coinage and Money under the Roman Republic: Italy and the Mediterranean Economy, Berkeley, 1985.
Altra riforma importante viene datataLe riforme monetarie di Roma. http://www.numismaticasalentina.com/public/57262563_La_monetazione_Repubblicana.pdf 289 a.C. che si accorderebbe con la notizia fornita da Pomponio (Digesto, I, 2, 2, 27-32) secondo cui in quell’anno sarebbe stato stabilito il primo collegio dei tresviri monetales e sarebbe così stata creata la prima moneta statale in bronzo fuso; secondo gli assertori di questa data Roma, ormai vincitrice delle guerre sannitiche e padrona di tutta l’Italia centrale, avrebbe voluto dotarsi di una monetazione rispettabile per l'uso interno. Veniva adottato il sistema ponderale della libra, all'inizio corrispondente ad un asse (327 g circa), diviso in dodici once con i seguenti sottomultipli: il semisse (1/2 asse), il triente (1/3 di asse e pari a quattro once), il quadrante (1/4 quarto di asse e pari a tre once), il sestante (1/6 di asse) e l’oncia. Erano senza iscrizioni, non avevano cioè nessuna leggenda, neppure il nome Roma, eccetto il valore espresso con il segno dell’unità (I) per l’asse, con (S) per il semisse e con tanti globetti (°) quanto erano le once per gli altri nominali.
Dopo alcune riforme minori legate alla diminuzione del peso degli assi e dei loro sottomultipli a seguito di crisi ed inflazioni si arrivò alla Seconda Guerra Punica da cui il sistema monetario romano sarebbe uscito completamente trasformato con la creazione del "denarius" intorno al 211 a.CL. CESANO, La data di istituzione del "denarius" di Roma, in BullMusImpRom, IX, 1938. I numismatici hanno letto l’introduzione del denario romano dagli storici come una vera e propria riforma della politica monetale di Roma, corrispondente all'avvenuta emancipazione dall'influenza delle città greche dell'Italia MeridionaleR. THOMSEN, Early Roman Coinage, I-III, Copenhagen, 1957-61.. Abbandonati i tipi magno-greci e il sistema ponderale agli stateri, avrebbe introdotto con il denaro un nominale di ideazione autonoma, corrispondente al quadruplo della sua unità di misura, lo scrupulum, all'interno di un sistema tri-metallico. I diversi nominali erano posti in reciproca relazione dai segni di valore indicanti il potere d'acquisto, secondo un computo che per base aveva l'unità di bronzo: l'asse. Denario, quinario e sesterzio hanno infatti al diritto la testa di Roma e i segni del rispettivo valore in assi: X (10 assi), V (5 assi), IIS (2 assi e un semisse). L'importanza storica del denarius consiste nell'avere rappresentato dalla fine del III sec. a.C. al III d.C. la principale valuta d'argento romana e vero perno di un’economia alla base delle sue conquiste militari di un impero.
Piccole riforme monetarie seguirono per gli aggiustamenti ponderali dei "tagli" della valuta romana, fino alle Guerre Civili a seguito delle quali si avrà una rilevante novità anche se non possiamo propriamente parlare di una vera e propria riforma vista la mancanza di un'istituzione di supporto. Dopo il "Bellum Sociale" infatti scoppiano a Roma le lotte intestine per l’affermazione del potere personale dei capi delle fazioni (a fasi alterne Silla, Mario, Pompeo, Cesare, Marco Antonio, Ottaviano). La turbolenta situazione politica causa lo sviluppo della monetazione detta “imperatoria” o “militare” parallela a quella urbana, battuta nei luoghi dove si trovano le legioni per il pagamento di truppe e approvvigionamenti; pratica limitata in precedenza a poche occasioni autorizzate dal Senato. Dopo il passaggio del Rubicone del 49 a.C., le coniazioni “imperatorie”, diventano con Cesare (che ha per primo l'onore di avere la propria effigie su una moneta) usuali. È in questo periodo che si diffonde l'uso di battere l'oro: il denarius aureus, tagliato sul sistema romano della libra, viene usato da vari generali per finanziare le imprese militari.
È a seguito di questo periodo che avvenne la riforma forse più importante della Roma Antica: la Riforma monetaria di Augusto, attuata tra il 23 ed il 20 a.C. Fu fatta allo scopo di risolvere il disordine che si era creato nella produzione monetaria di Roma, ma anche per promuovere la rinascita economica, del commercio e dell'industria; conseguenza calcolata fu anche la diffusione della propria immagine (anche se non nei primi anni) e con questa del proprio potere personale. Tra le principali novità si annoverano: la fine delle emissioni d'emergenza, battute da zecche mobili al seguito dei vari generali; il ripristino del peso del denario — moneta di riferimento — peso che era notevolmente calato durante le guerre civili; rilancio delle emissioni sussidiarie di quadranti, assi e dupondi che erano praticamente spariti dalla circolazione monetaria da anni; sostituzione del sesterzio da monetina d'argento di scarso peso a moneta di oricalco di grande modulo, peraltro ottimo veicolo pubblicitario per la propaganda augustea, moneta più usuale nei conteggiRes gestae divi Augusti, 15-17 e 21.); divisione dei compiti tra il Princeps (che controllava la coniazione delle monete d'oro e argentoGian Guido Belloni: La moneta romana, p.116. attraverso la nuova zecca di LugdunumStrabone, Geografia, IV, 3.2.) ed il Senatus (che autorizzava le coniazioni delle monete di rame e lega, tramite Senatus consultum attraverso la zecca di Roma);Adriano Savio, Monete romane, 152.; ripristino della carica dei triumviri monetali. Importantissima riforma questa, che permise in un impero unificato nella stessa moneta commerci e scambi; fu grazie alla riforma di Augusto se "per la prima volta nel mondo antico, la moneta divenne uno strumento molto simile a quello odierno, ossia principale intermediario di scambio, fondamentale misura di valore e bene primario per l'accumulo di ricchezza"Cit. La riforma monetaria di Augusto - http://www.numismaticasalentina.com/news-567/Roma-II---La-riforma-monetaria-di-Augusto.aspx
A causa dell'inflazione e delle mutanti condizioni economiche varie riforme monetarie di minore respiro furono fatte nei due secoli e mezzo che seguirono il principato di Ottaviano Augusto. La riforma monetaria di Nerone diminuì il peso degli aurei e dei denari d'argento, che si ridussero rispettivamente da 7,70 g a 7,30 g e da 3,70 g a 3,25 g, questa riforma fu poi di fatto annullata da Domiziano che riportò i valori delle monete a quelli augustei. Tuttavia i vari alleggerimenti nel peso del metallo non toccavano solitamente il potere nominale di scambio, che veniva lasciato invariato, e così il valore reale delle monete diventava sempre più basso rispetto a quello nominale, acquistando sempre più un valore convenzionale o legale attribuito in forza di legge; questo fu il primo clamoroso esempio di svalutazione monetaria ripetutosi poi molte altre volte nel corso della storia di Roma. Traiano tornò a sua volta al sistema monetario neroniano finché nel 215, con la riforma monetaria di Caracalla, venne svalutato l'aureo, per contrastare la pesante svalutazione del denario, ridotto a circa il 50% dell'argento originario durante gli imperi precedenti. Vennero inoltre introdotte monete con valore doppio: il binione (un doppio aureo) e l'antoniniano (un doppio denario). Il sistema monetario subì un'altra riforma con Aureliano, tra il 272 ed il 275. Con questa riforma si provvide tra l'altro a riformare la complessa organizzazione delle zecche situate nelle varie province dell'impero: fu così che si iniziò a riportare sulle monete anche l'indicazione della zecca di provenienzaJ. WACHER, Il sistema monetario, in J. Wacher (a cura di), Il mondo di Roma imperiale, III, Bari, 1989.. L'antoniniano venne ridefinito con un peso di 3,90 g ed un rapporto di 20 parti di rame per una d'argento, queste moneta viene chiamata anche "aureliano".
Fu tuttavia con la riforma di Diocleziano del 295 che la monetazione romana cambiò radicalmente: l'adozione della tetrarchia come forma di governo, con l'impero suddiviso in due territori, fece sì che sulle monete non apparisse più un singolo imperatore. La riforma monetaria di Diocleziano, vide anche la creazione di una nuova serie di zecche imperiali dopo quelle sorte durante il precedente periodo dell'anarchia militare. Erano distribuite nelle diverse province, ad eccezione della Hispania (le principali): ad Alessandria, Antiochia, Aquileia, Cartagine, Londinium, Mediolanum, Nicomedia, Sirmium e Tessalonica. Diocleziano prese atto delle trasformazioni subite dalla società ed impostò una radicale opera di riforma amministrativa e fiscale, che consentì di arrestare la crisi, almeno temporaneamente. Diocleziano, tentò di ridare valore alla moneta d'argento, aumentando la quantità di metallo prezioso nelle nuove emissioni, e per contenere l'inflazione, i prezzi massimi (espressi in denarii, sebbene non fosse più la moneta circolante) furono fissati dall'Editto sui prezzi massimi (de pretiis rerum venalium) del 301 con un calmiere. Questi provvedimenti, tuttavia, non ebbero successo: la nuova moneta scomparve rapidamente dal mercato in quanto si preferiva conservarla (tesaurizzazione) ed i prezzi fissati fecero scomparire alcuni beni dal mercato ufficiale quindi lo stesso Diocleziano fu costretto a ritirare l'editto. L'aureo tornò ad un peso di 1/60 di libbra, con un valore dichiarato mediante la lettera greca "∑", ossia 60). Fu inoltre introdotta una moneta in argento (attorno al 294Adriano Savio, Monete romane, p.212-213.), detta denarius argenteus, con un peso pari a 1/96 di libbra (= 3,41 g, tornando al peso della riforma monetaria di Nerone, con un valore dichiarato mediante le lettere latine "XCLVI", ossia 96Gian Guido Belloni, La moneta romana, p.266.). Riguardo poi alle monete in bronzo o rame, l'antoniniano venne sostituito da una moneta chiamata follis del peso medi di circa 9,72 (con valori compresi tra 11 e 8,5 g). Vennero quindi coniate anche due altre nuove monete, quali frazioni del follis.