Il mito della Wehrmacht pulita (in tedesco: Mythos der sauberen Wehrmacht) è la convinzione, nata nell'immediato dopoguerra, secondo la quale la Wehrmacht sarebbe stata un’organizzazione apolitica, in continuità con la Reichswehr, e che sarebbe stata in gran parte estranea ai crimini della Germania nazista, essendosi comportata altrettanto onorevolmente delle forze armate degli Alleati occidentali.

La falsità di questa narrazione è dimostrata dai documenti della stessa Wehrmacht: essa solitamente trattò i prigionieri di guerra degli alleati occidentali secondo le leggi di guerra (dando al mito plausibilità in Occidente), ma schiavizzò, affamò, fucilò o abusò in altri modi dei prigionieri polacchi, sovietici e jugoslavi. Le unità della Wehrmacht parteciparono inoltre allo sterminio di massa degli ebrei e di altre popolazioni dell'Europa orientale..

Il mito ebbe origine nei tardi anni '40, allorquando gruppi di ex ufficiali e veterani della Wehrmacht cercarono di minimizzare le colpe delle forze armate. A partire dal 1950, nell’ambito del riarmo della Repubblica Federale Tedesca, gli Alleati sostennero il mito considerando la sua utilità in una prospettiva di interesse pubblico. Nel XXI secolo il mito trova i suoi difensori in alcune associazioni di veterani tedeschi, in vari autori di estrema destra e in alcuni editori in Germania e all’esteroL'esponente del partito di estrema destra Alternativa per la Germania Alexander Gauland, durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2017, dichiarò fra l'altro che i tedeschi dovevano «essere fieri dei risultati dei [loro] soldati durante la Seconda guerra mondiale»: citato in . I sostenitori moderni sminuiscono o negano l’implicazione della Wehrmacht nell’Olocausto, ignorano ampiamente le persecuzioni tedesche dei prigionieri di guerra sovietici ed enfatizzano il ruolo delle SS e dell’amministrazione civile nelle atrocità del Terzo Reich.

La guerra di sterminio

Agli occhi dei nazisti, la guerra contro l'Unione Sovietica avrebbe dovuto essere una Vernichtungskrieg, ossia una guerra di annientamento.. La politica razziale della Germania nazista vedeva l’Unione Sovietica (e tutto l’Est europeo) come popolata da Untermenschen (sub-umani) non-ariani, governata da “cospiratori giudeo-bolscevichi”.. Quindi, la politica nazista era di uccidere, deportare o schiavizzare la maggioranza delle popolazioni russe o slave secondo il Generalplan Ost ("Piano Generale per l’Est"). Il piano consisteva nel Kleine Planung ("Piccolo Piano") e nel Große Planung ("Grande Piano"), che comprendevano rispettivamente azioni da intraprendere durante la guerra e dopo aver vinto la guerra..

Prima e durante l’invasione dell’Unione Sovietica, le truppe tedesche furono pesantemente indottrinate di ideologia antibolscevica, antisemita e antislava per mezzo di film, radio, conferenze, libri e volantini.. In seguito all’invasione, gli ufficiali della Wehrmacht ordinarono ai loro soldati di prendere di mira popoli variamente descritti come “sub-umani giudeo-bolscevichi”, “orde mongole”, “marea asiatica”, “bestia rossa”.. Di conseguenza molti, fra le truppe tedesche, vedevano la guerra in termini nazisti e guardavano i loro nemici sovietici come sub-umani.. Un discorso del generale Erich Hoepner, nel momento in cui dice alla 4ª Armata corazzata che la guerra contro l’Unione Sovietica è «parte essenziale della lotta del popolo tedesco per l’esistenza» (Daseinskampf), e afferma che «la lotta deve tendere all’annientamento della Russia di oggi e deve inoltre essere condotta con crudeltà senza pari», dà un’idea del carattere dell'Operazione Barbarossa e del piano razziale nazista..

Gli "ordini criminali" La direttiva per l'operazione Barbarossa venne firmata da Hitler il 18 dicembre 1940, e poco dopo vennero adottate disposizioni specifiche che conferirono all'imminente conflitto contro l'Unione Sovietica un volto decisamente singolare. Il 13 marzo 1941 il capo di stato maggiore generale della Wehrmacht, il feldmaresciallo Wilhelm Keitel informò i suoi generali che i vari teatri d'operazione sarebbero stati suddivisi tra l'esercito e le unità speciali comandate dal capo dell SS e della polizia tedesca, Heinrich Himmler.. Queste unità ad hoc, ossia le Einsatzgruppen che già durante la campagna di Polonia avevano perpetrato stragi, nelle disposizioni di Keitel, a est avrebbero operato nelle stesse zone della Wehrmacht, ma in modo del tutto indipendente per adempiere a «speciali compiti di polizia e sicurezza», e sarebbero state subordinate all'esercito solo per quando riguardava la logistica e il trasporto.. Questa prima direttiva si limitò ad annunciare una normativa che ben presto riguardò la stessa Wehrmacht, e a tal proposito una serie di ordini firmati nel maggio e giugno 1941, liberarono le truppe da ogni obbedienza alle leggi di guerra. Nella storiografia tedesca si legge spesso del famoso Kommissarbefehl del 6 giugno 1941, che indubbiamente deve la sua fortuna memoriale al fatto di ordinare esplicitamente di uccidere senza prove e senza procedura giudiziaria uomini disarmati. Tuttavia questa direttiva restava specificata e circoscritta, furono un'altra serie di ordini firmati da Keitel a partire dal 13 maggio 1941 a estendere il campo d'azione della Wehrmacht.. Il «Decreto sull'esercizio della giurisdizione militare nella zona Barbarossa» equivalse a una firma in bianco integrale per tutti gli atti di violenza e repressione che avrebbero contribuito alla sicurezza delle truppe tedesche a est senza dover passare per una corte marziale, in modo tale che ogni atto ostile debba «essere combattuto immediatamente con i mezzi più radicali fino alla distruzione totale dell'aggressore», autorizzando «misure di violenza collettiva» verso «ogni località sospetta». Questo decreto, oltre a togliere ogni protezione giuridica ai nemici, proteggeva pienamente i membri della Wehrmacht, e otto giorni dopo venne confermato da un nuovo decreto firmato da Walther von Brauchitsch nel quale si specificava che gli abusi individuali che avessero compromesso la disciplina o a lungo termine, la tenuta della truppa, sarebbero stati puniti..

In pratica le popolazioni e i territori dell'est vennero considerati come luoghi fuori dalle leggi comuni e gli ordini decretati in questo senso erano finalizzati a una campagna che si sperava rapidissima. La Blitzkrieg a est richiedeva ordini massimalisti che fin dall'inizio avrebbero imposto l'esercizio della violenza militare e poliziesca, tuttavia le previsioni tedesche si rivelarono sbagliate e le autorità tedesche a est si trovarono a impostare un'occupazione militare più lunga del previsto. Gli ordini che facevano delle popolazioni a est dei nemici senza protezione legale non prevedevano che con la stagnazione della guerra queste diventassero una minaccia effettiva sotto forma di forze partigiane, e per far fronte a questo nuovo problema Hitler emanò il 18 agosto 1942 la direttiva nº 46, che prevedeva misure durissime contro il «flagello» delle «bande all'est».. Quest'ordine, pur radicalizzando le misure contro la lotta partigiana a livelli molto violenti, faceva un passo indietro rispetto agli ordini del 1941 riguardanti la popolazione, con la quale ora si sarebbe dovuto cercare una conciliazione. L'alto comando si era arreso all'evidenza; gli ordini criminali diramati prima di Barbarossa avevano portato la popolazione a scegliere tra morire e resistere, ingrandendo quindi il problema della guerra partigiana fino a punti insostenibili. Veniva quindi applicata una differenziazione tra «slavi buoni e cattivi», questi ultimi presi particolarmente di mira con accresciuta durezza come precisato dall'ordine del 16 dicembre 1942 sulla «Lotta rigorosa contro i movimenti di resistenza nei Balcani e a Est», che affermava per la prima volta come donne e bambini fossero anch'essi bersagli legittimi, e come l'esercito era autorizzato a impiegare ogni mezzo, senza alcuna restrizione, nelle operazioni di individuazione e distruzione dei resistenti, precisando inoltre come «ogni riguardo verso i partigiani» fosse un «crimine contro il popolo tedesco e contro il soldato tedesco al fronte». La compassione e la pietà non potevano avere altro oggetto che non l'unico popolo che avesse valore, il popolo tedesco..

Negazione dei crimini e nascita del "mito" Con la fine della guerra nacque subito la consapevolezza tra gli Alleati dei dilemmi morali impliciti in una ripartizione di responsabilità tra coloro che sarebbero stati imputati durante il processo di Norimberga. Il primo a sollevare la questione nel giugno 1945 fu il giudice statunitense Robert Jackson, il quale temeva la possibilità che la combinazione di due principi legali - l'immunità riconosciuta a un capo di Stato e il diritto di invocare a propria difesa l'obbedienza agli ordini - potesse determinare l'assurda conclusione che nel Terzo Reich «nessuno è responsabile».. Il concetto secondo cui gli individui siano personalmente responsabili di eventuali atrocità commesse eseguendo gli ordini era chiaramente contemplato dalla legge americana e inglese, meno però dalla tradizione giuridica europea. Questa differenza spiega forse perché gli imputati di Norimberga siano ricorsi così volentieri alla tesi secondo la quale la lealtà e l'obbedienza a Hitler rappresentavano una spiegazione sufficiente alle loro azioni e perché gli inquirenti trascorsero ore e ore infruttuose nel tentativo di ottenere un'ammissione di responsabilità da parte degli sconfitti. In particolare i prigionieri militari negarono categoricamente l'idea che le forze armate avessero sistematicamente commesso crimini di guerra o fatto qualcosa di diverso dal combattere la guerra, esattamente come i loro nemici.. Generalmente gli imputati militari si dimostrarono più disponibili a un'assunzione di responsabilità, dove era il caso, e discutere particolareggiati argomenti probatori, com'era loro diritto.. È probabile che questi fossero sinceri nel proclamare la propria ignoranza dei dettagli politici: prima del 1945 nessuno di loro aveva sentito l'obbligo di alzare il velo di segretezza sui campi e sui servizi di sicurezza, di cui approvavano comunque gli obiettivi. Cionondimeno a Norimberga le svariate negazioni e professioni d'ignoranza furono ascoltate con scetticismo dai giudici e le successive ricerche dimostrarono che, in generale, avevano ragione. Fu molto difficile fare breccia nelle forze armate tedesche, i cui capi affermarono insistentemente che la Wehrmacht non aveva perpetrato nessun crimine, a est come a ovest, e accusavano per questo i servizi di sicurezza, la polizia o il barbaro comportamento dei partigiani, contro i quali avevano ordinato rappresaglie durissime.Guerra ai civili. Le stragi tra storia e memoria, di Paolo Pezzino in .. Durante il regime hitleriano, e soprattutto dopo il suo crollo, i generali tedeschi tentarono di giustificare la collaborazione con il nazionalsocialismo ricorrendo essenzialmente a due argomentazioni: la prima era che i ranghi degli ufficiali subalterni e la base dell'esercito erano imbevuti di nazionalsocialismo a un punto tale che sarebbe stato impossibile organizzare un colpo di Stato; la seconda esaltava la lunga tradizione di sovra-partiticità (Überparteilichkeit) dell'esercito e i suoi doveri al fronte, che impedivano ogni interferenza con il vertice politico..