La Storia della semiografia musicale è la storia della scrittura della musica, cioè la storia dell’evoluzione dei segni che i compositori hanno usato per scrivere le proprie opere musicali.Per ‘semiografia’, dal greco classico σημεĩον, ‘segno’, e γραφία, ‘scrittura’, si intende un sistema di segni convenzionali, proprio come la notazione musicale.

Le prime attestazioni di notazione musicale risalgono alle civiltà antiche. Si trattava di notazioni primitive, basate sull’uso dei caratteri alfabetici. Durante il Medioevo iniziava a prendere forma la notazione moderna, per poi cristallizzarsi verso il XVII secolo. A partire dal XX secolo si è registrata la tendenza a usare grafie innovative.

Il rapporto di significazione del segno musicale

Per Storia della semiografia musicale si intende anche la storia dei diversi significati attribuiti a medesimi segni notazionali. In termini di semiotica, spesso i compositori hanno attribuito diversi significati a uno stesso significante musicale (per omonimia o per polisemia)Per esempio, il punto sopra una nota in epoca barocca non significava lo staccato (cioè l’abbreviamento della nota), come in epoca moderna, ma l’allungamento e l’accentazione della nota stessa. Cfr. A. Dolmetsch, L’Interpretazione della Musica dei Secoli XVII e XVIII, pp. 69-70, in merito a una pratica ornamentale di Couperin, e più in generale tutto il capitolo sulla Ornamentazione per l’analisi semiologica che viene condotta dall’autore. oppure diversi significanti legati a uno stesso significato (per omologia).Come il segno che sta per il trillo: Bach di solito usa il segno del mordente, Muffat usa la lettera ‘t’, Marpurg talvolta il segno ‘+’ ecc. Cfr. Ivi pp. 147, 152, 158. Una parentesi qui è d’obbligo: quando si parla di significato nel contesto del linguaggio musicale, ci si riferisce solitamente all’idea che sottende la realizzazione fonica, non esattamente come nel linguaggio verbale. Infatti, il senso letterale di cui Dante parla nel Convivio è assente nella musica, che quindi è solo sovrasenso. Mancando quindi il significato denotativo, nella musica si accentua il significato connotativo (Cfr. Fabrizio Bartalucci, Teoria della Musica, pp. 60-62). Ciò che cambia allora è il rapporto di significazione. La tensione verso una precisione segnica sempre maggiore ha portato spesso a perdere un referente reale nei rapporti di significazione. In altre parole, la notazione iperdeterminata del Novecento spesso perdeva il contatto con il dato sonoro concreto: la musica scritta perdeva la facoltà di essere eseguita. Non potendo mai essere totalmente eloquente, la scrittura della musica ha spesso assolto una funzione meramente ipomnematica, cioè di aiuto alla memoria.Del resto lo stesso Platone asseriva che: «nessuno che abbia senno oserà affidare i propri pensieri [...] a un mezzo immobile, come sono appunto le parole fissate nei caratteri della scrittura» (Lettera VII, 343a). Infatti:

La tradizione musicale scritta nella Grecia classica

Il termine ‘musica’ deriva da ἡ μουσικὴ τέχνη, cioè ‘arte delle Muse’. Infatti, il mito delle Muse è alla base della concezione classica della musica. Come le Muse erano figlie di Mnemosyne, così la musica dipendeva imprescindibilmente dalla facoltà umana della "memoria". Infatti, i greci, come tutti i popoli dell’antichità fino al Medioevo, suonavano soltanto a memoria. La mitologia conferma questo aspetto della cultura greca: la punizione che le Muse inflissero al cantore Tamiri per averle sfidate consistette nel fargli perdere la memoria della sua arte; così Tamiri non riuscì più a suonare una nota.Vedi Iliade, 2, 599 ss.

Notazione alfabetica

La concezione di pensiero che era sottesa alla base del mito delle Muse era dovuta alla mancanza di una notazione consolidata che potesse conservare la musica nel tempo o essere usata per suonare. Ciò veniva confermato dalla massima di Sant’Isidoro «Nisi enim ab homine memoria teneantur, soni pereunt, quia scribi non possunt».Isidoro di Siviglia, Etymologiarum, III, 15, II: «Se i suoni non sono ritenuti dalla memoria umana, periscono, perché non possono essere scritti».

Esisteva però un tipo di grafia che veniva usato dalle compagnie teatrali e nei trattati dell’antica Grecia — non per la conservazione del testo musicale o per l’esecuzione concreta, ma per scopi teorici. Si trattava di una delle prime "notazioni alfabetiche". Per la precisione erano due notazioni diverse, ma complementari: una che si serviva di un alfabeto arcaico, l’altra dell’alfabeto ionico. La prima era destinata alla scrittura della musica strumentale, mentre la seconda — forse più usata — era per la musica vocale. A ogni carattere corrispondeva un’altezza e per aumentare il numero dei caratteri (e poter quindi segnare più altezze) venivano utilizzate le stesse lettere capovolgendole o disponendole in orizzontale. Da ciò si può desumere che un sistema di codifica musicale esisteva. Dopo tutto, esistevano già molte biblioteche per la trasmissione dei testi: così infatti avvenne per le composizioni letterarie. Eppure, accanto ai papiri dei testi delle tragedie non compariva mai — o quasi — il corredo musicale. Della musica greca sono pervenuti pochi stralci, della musica romana nemmeno una nota.

La spiegazione di questo arcano fenomeno la riscontriamo nella concezione che il mondo antico aveva dell’Ars Musica: a partire da Pitagora, per seguire poi con Platone e Aristotele, la musica era considerata la "scienza acustica", disciplina con pieno diritto di cittadinanza nell’ambito dello studio teoretico generale. La musica pratica non era invece degna di essere tramandata nel tempo. Ecco perché si hanno approfondite conoscenze sulla teoria musicale dei greci, ma non si può dire quasi nulla sulle loro composizioni concrete.

Perciò i segni di scrittura musicale esistevano in età classica, con tanto di notazione della diastemazia (cioè dell’altezza dei suoni), ma non ne veniva pienamente sfruttato il potenziale semiotico, lasciandone l’uso solo ai servi che dovevano occuparsi della realizzazione concreta degli eventi musicali. E i servi sfruttavano la notazione solo per aiutarsi a ricordare una musica che però già conoscevano e non la usavano per l’esecuzione. Del resto, forse a ogni nuova messinscena la musica poteva anche essere variata, secondo le necessità, contrariamente alla relativa fedeltà del testo letterario. Lo stesso Aristotele, nella sua Poetica, asseriva l’assoluta priorità del testo e della fabula sul corredo musicale e scenico. Tanto da affermare che la tragedia non perde la sua efficacia anche se letta soltanto, senza nessuna rappresentazione.Cfr. Aristotele, Poetica, 49b, 36 – 50b, 20. In particolare, «[...] la tragedia sussiste anche senza rappresentazione e senza attori» (50b, 19).

La notazione alfabetica assunse i caratteri latini solo in epoca medievale; questo tipo di rappresentazione delle altezze musicali è rimasto in uso, in parte, fino all’epoca contemporanea, come per esempio nella notazione di Helmholtz. Non è più stato però il codice di scrittura principale, ma un sistema alternativo e conciso per indicare le altezze all’interno di trattazioni teoriche. La notazione musicale moderna, usata invece per composizioni musicali che si vogliono tramandare ai posteri e prima ancora per la composizione e l’esecuzione della musica stessa, deriva dallo sviluppo di un altro tipo di scrittura che nasce nel Medioevo, da una notazione fatta di neumi che venivano posizionati tra linee e spazi.

La fedeltà al testo nella musica liturgica dell’Alto Medioevo

La cultura latina non era molto propensa ad attribuire un valore etico alla musica. I Romani si limitarono infatti a ereditare la teoria musicale sviluppata dai greci. Del resto, non è possibile esprimersi troppo in merito a causa della totale assenza di fonti musicali e della lacunosità degli scritti teorici (come il De musica di Varrone, il primo trattato latino in materia, che non è pervenuto). Furono infatti i primi teorici medievali a tramandare la tradizione ellenica, anche nella notazione alfabetica. La monodia liturgica cristianaDa precisare che la storiografia musicale più recente evita di usare la denominazione comune canto gregoriano in quanto ciò che ci è stato tramandato è l’esito di una produzione musicale che ha origine non con papa Gregorio Magno, ma con Carlo Magno, che “inventò” la leggenda della nascita del canto gregoriano per imporlo in tutto il suo Impero per l’unificazione politica. Da questo la volontà di tramandare fedelmente il testo musicale, anche attraverso la classificazione degli otto modi musicali. Cfr. M. Carrozzo, C. Cimagalli, Storia della musica occidentale. Vol. I, pp. 31, 38, 49-52. è stata però fissata per iscritto, giungendo immutata fino al contemporaneo.

La notazione della musica aveva infatti avvertito il profondo mutamento culturale che condusse una civiltà basata sull’insegnamento filosofico orale e dialogico — quella greca — a una civiltà basata sull’interpretazione dei testi e volta alla conservazione del passato — quella medievale e poi moderna. In questa prospettiva la notazione alfabetica si era rivelata insufficiente, così nella musica liturgica prese vita una nuova notazione basata forse su cenni chironomici,Dal greco classico χείρ, ‘mano’, e νόμος, ‘regola’, per chironomia si intende la gestualità del maestro di coro. forse sulla punteggiatura, ma più probabilmente sull’intonazione declamatoria: la "notazione neumatica".Gli studiosi che fanno derivare i neumi dalla punteggiatura si appoggiano al fatto che entrambi, simili nella forma, sono nati alla corte di Carlo Magno come aiuto all’intonazione o alla lettura.

Problemi di diastemazia: la notazione neumatica adiastematica, o in campo aperto

Il neuma (dal greco νεύω, ‘accenno con la testa’), secondo alcuni,Cfr. F. Bartalucci, Op. cit., pp. 85, 251, 255-260. già contiene dentro di sé ogni valenza che nella futura nota (dal latino notare, ‘scrivere’) si sarebbe fatta esteriore. Si consideri questo assunto sia per il parametro della durata che per quello dell’altezza, elementi primi di ogni notazione. La durata del neuma è in rapporto con il χρόνος πρῶτος (‘tempo primo’, ovvero la durata di una sillaba o di una mora), mentre la durata della nota è metricamente misurata.Proprio come asseriva Sant’Agostino nel suo De Musica: «Omne metrum rhythmus, non omnis rhythmus etiam metrum est» (III, 2). Infatti il neuma indica un ritmo libero, dettato dalla velocità della sillabazione, non un metro, non una misura (μέτρον). Diversamente la nota presuppone una pulsazione misurata, che si ripete regolarmente. Similmente, nel neuma la diastemazia (διάστημα = ‘intervallo’) è implicita e relativa, perché, come l’accento melodico (non intensivo) delle lingue classiche, il neuma indica l’elevazione o l’abbassamento dell’intonazione; la nota rappresenta invece un’altezza assoluta, quindi un tono.

È proprio attraverso questa interpretazione che si deve leggere l’assunto che la relatività segnica del neuma ha in nuce l’assolutezza esteriore della nota (sia quanto al parametro della diastemazia che alla durata). Infatti l’innalzamento o abbassamento dell’intonazione del neuma è il presupposto dell’altezza precisa significata da una nota; così come il ritmo in relazione a una mora intesa come unità quantitativa del neuma è il presupposto dell’esattezza ritmica dei valori delle moderne figure delle note. Ma il neuma poteva significare anche la qualità del suono: la nota è un approfondimento segnico di solo alcuni parametri del neuma (altezza e durata), perciò il neuma contiene già le informazioni della futura nota (anche se a livello relativo invece che assoluto).