La distruzione degli Ebrei d'Europa è un saggio storico di Raul Hilberg concepito nel 1948 e pubblicato per la prima volta in inglese nel 1961 in un unico volume. La versione più nota del saggio è quella rivista dallo storico nel 1985 e pubblicata in due volumi contenenti un totale di dodici capitoli più appendici e indice analitico. Nel 2003 in inglese, nel 2017 in italiano, è stata pubblicata la terza edizione dell'opera suddivisa in tre volumi. L'opera è ritenuta dagli storici la prima opera completa sulla Shoah tanto che Hilberg stesso in una sua autobiografia asserì che la sua opera non poteva fare riferimento a nessun'altra opera precedente, La distruzione degli Ebrei d'Europa «fu un evento senza precedenti, un atto primordiale che non era stato immaginato prima [...]».

La seguente voce è riferita alla seconda edizione in italiano, ovvero a quella in due volumi edita nel 1999 per i tipi di Giulio Einaudi Editore e tradotta dall'inglese da Frediano Sessi e Giuliana Guastalla.

Nota alla seconda edizione italiana Senza nessuna "prefazione" o "introduzione", in una pagina alla seconda edizione italiana intitolata «Nota alla seconda edizione italiana», Hilberg dichiara che il materiale iniziale riguardante il suo libro, risale al lontano 1948 quando il processo di Norimberga stava per concludersi. Le prime fonti su cui lavorò e che lo impegnarono circa cinque anni, riguardarono esclusivamente i verbali e documenti del processo nonché le pochissime testimonianze delle memorie allora esistenti dei sopravvissuti. Il processo di distruzione fu analizzato dallo storico come «un unicum» esaminando cioè «tutte le aree» implicate e «tutte le strutture coinvolte». Le sue ricerche furono pubblicate per la prima volta in inglese nel 1961 a Chicago dall'editore Quadrangle, cui seguì nel 1985 la seconda edizione edita a New York da Holmes & Meier, quindi due edizioni in tedesco nel 1982 e 1990, quella in francese nel 1988 e la prima italiana nel 1995 (altre edizioni: 1999 e 2017). A ogni edizione Hilberg, dichiara nella nota, aggiungeva nuovo materiale man mano che negli anni venivano alla luce nuovi documenti su cui lavorare, e soprattutto dal 1988 quando i secretati archivi dell'Europa dell'Est furono aperti.

I. I precedenti Non fu certo in Germania, né tantomeno nella politica nazista che si deve cercare il primo caso di antagonismo e di distruzione degli ebrei. Le azioni antiebraiche non comparvero improvvisamente nel 1933, avevano avuto dei precedenti ben precisi in altre diverse nazioni e in diverse epoche della storia del genere umano. Hilberg individua tre principali azioni antiebraiche:

Conversione - Nell'Impero romano del IV secolo, a suo avviso, si manifestò verso di loro e per la prima volta una zelante opposizione perpetuata dalla stessa Chiesa cattolica, ora chiesa di stato che influenzava «l'autorità civile», che dettò per dodici secoli «le misure da adottare contro gli Ebrei». Incominciò tutto con una questione dottrinale, teologica, gli ebrei infatti rifiutarono il cristianesimo proposto della Chiesa Cattolica soprattutto quando ai tempi di Costantino venne proclamata la divinità di Cristo (Trinità). Una dottrina in netto contrasto con il Dio unico e invisibile degli Ebrei che non ammetteva altre divinità. La Chiesa «per milleduecento anni si accanì a combatterli con le armi della ragione teologica» non escludendo di attuare verso gli Ebrei «mezzi di coercizione collettive» come una severa legislazione verso i matrimoni misti, il divieto per gli ebrei di risiedere nello stesso posto dei cattolici, e l'esclusione dalle funzioni pubbliche. Questa "politica", ad avviso di Hilberg, preparò la strada a quelle che sarebbero state in seguito azioni distruttrici vere e proprie. Nel Medioevo nella Spagna cattolica «vennero emessi certificati di "purezza" per i cristiani di perfetta ascendenza, per gli altri, si stabilirono le categorie di nuovi cristiani per metà, nuovi cristiani per un quarto, nuovi cristiani all'ottava, e così di seguito». Il fallimento della conversione degli Ebrei da parte della Chiesa Cattolica portò a considerarli "diversi" e pericolosi per la vera fede cristiana. Lutero da parte sua predicò l'inferno per i falsi cristiani e gli infedeli, compiacendosi del fatto che lui non fosse ebreo, ebrei che a suo avviso non avevano compreso pienamente di essere un popolo maledetto da Dio, loro che pretendevano di essere ancora il popolo eletto nonostante continuassero a soffrire da millecinquecento anni. Al tempo in cui Lutero scrisse questi giudizi, l'odio contro gli Ebrei continuava a crescere in tutta Europa e dal XIII al XVI secolo in nazioni come la Spagna, l'Italia, la Germania, la Boemia, la Francia e l'Inghilterra la situazione che si proponeva agli Ebrei era, tout court: convertirsi al "cristianesimo" o essere espulsi.

Espulsione - «L'espulsione fu il secondo modo di proporsi della politica antiebraica nella storia». Liberi da ogni condizionamento religioso gli antisemiti del XIX secolo volevano liberarsi dagli ebrei e pianificarono l'emigrazione degli Ebrei.

La Germania nazista fece tanto sua questa idea che programmò la loro espulsione e confinamento in Madagascar. Una soluzione che ben presto fallì.

Annientamento - Fallito il trasferimento in Africa, alcuni capi nazisti idearono una «soluzione territoriale», in seguito meglio identificata come «soluzione finale» degli Ebrei del Reich, che fu «la terza fase storica dell'azione antiebraica». Questa fase prevedeva l'eliminazione fisica di tutti gli ebrei, la loro morte, il loro annientamento.

L'annientamento degli Ebrei d'Europa tra il 1933 e il 1945, secondo Hilberg oggi potrebbe apparire «un avvenimento senza precedenti» per dimensioni, organizzazione, numero di vittime e per i pochi anni che occorsero per perpetrare quella grande distruzione, è anche vero che la distruzione operata dai nazisti «non si sviluppò affatto per generazione spontanea; fu un punto di arrivo di un'evoluzione ciclica», il risultato della sommatoria di azioni delle «precedenti politiche antiebraiche»:

Hilberg asserisce che lo sterminio ideato dalla burocrazia nazista non fu nulla di realmente nuovo, le azioni naziste si basarono su precedenti che avevano modelli e procedure ben precise, attinsero «alla vasta riserva di esperienza amministrativa costituita dalla Chiesa e dallo Stato in millecinquecento anni di attività distruttrice», e lo dimostra con una tabella (1/1) a pagina 8 e 9 del suo saggio, paragonando le misure antiebraiche ecclesiastiche riportate dal diritto canonico con misure identiche fatte proprie dai nazisti. Per esempio: al divieto di matrimoni misti e di rapporti sessuali tra cristiani ed Ebrei (stabilito dal Sinodo di Elvira del 306), del diritto canonico, corrispondeva la legge per la difesa del sangue e dell'onorabilità tedesca (15 settembre 1935 ) delle misure naziste; alla proibizione per gli Ebrei di ricoprire cariche pubbliche (stabilita dal Sinodo di Clermont del 535) del diritto canonico, corrispondeva la legge sulla riorganizzazione delle professioni burocratiche pubbliche (7 aprile 1935) delle misure naziste che di fatto estrometteva gli ebrei da qualsiasi funzione pubblica; allobbligo per gli Ebrei di portare un distintivo sopra i vestiti che li identificasse come tali (Concilio Lateranense IV del 1215), corrispondeva l'ordinanza nazista del I° settembre 1941 («il famoso decreto che imponeva a tutti gli Ebrei sopra i sei anni d’età di esibire in pubblico, cucita sugli indumenti, la Stella Gialla (Magen David)» Hilberg individua diciannove parallelismi fra le leggi contro gli ebrei stabilite dal diritto canonico e le misure adottate con leggi simili dai nazisti contro gli Ebrei e altre nove altre significative misure antiebraiche «prenaziste e naziste» (tabella 2/2, a pagina 11).

Ma secondo lo storico i «precedenti amministrativi non furono i soli elementi storici a giocare un ruolo determinante» nel processo di distruzione degli Ebrei da parte dei nazisti. Nella società tedesca e in quelle occidentali in genere c'era bisogno anche di un giustificativo psicologico che mettesse a tacere i conflitti interiori e i possibili sensi di colpa di una società "cristiana". Bisognava, secondo Hilberg, agire come un criminale comune che vuole restare in pace con se stesso: diffamare la vittima, demonizzarla, fino a rendere impellente e quindi giustificare la necessità che essa venga annientata, distrutta. I tedeschi, a suo avviso, avevano anche qui "un precedente" importante del XVI secolo, «una delle grandi figure del pensiero germanico» : Martin Lutero che già nel suo violento trattato Degli ebrei e delle loro menzogne (Von den Juden und ihren Lügen), fece feroci dichiarazioni antiebraiche (con cui si rivolgeva alla grande massa dei suoi lettori), che altro non era poi che la comune «modalità espressiva del suo tempo». Secondo Lutero gli Ebrei erano: cani assetati del sangue di tutta la cristianità - spesso giustamente bruciati vivi perché accusati di avvelenare l'acqua e i pozzi e rapito i bambini che sono stati smembrati e tagliati a pezzi - che ancora non ci è dato sapere quale sorta di demone li abbia portati nel nostro paese - che erano da considerarsi un pesante fardello, come una peste, pestilenza e pura sventura nel nostro paese - profittatori, avidi, che maledicono il nostro Signore, figli del Diavolo che è contento e si rallegra di aver mandato gli Ebrei fra i cristiani per contaminarli - che vogliono governare il mondo nonostante siano grandi criminali e assassini di Cristo e di tutta la cristianità.

Un altro precedente, ad avviso di Hilberg, si trova qualche secolo dopo, nelle gravi dichiarazioni razziste fatte nel 1895 dal deputato Hermann Ahlwardt portavoce del gruppo antisemita, in una discussione al Parlamento tedesco riguardante l'espulsione degli Ebrei. Il gruppo era ostile agli Ebrei «non tanto per la loro religione, ma per la loro razza», il loro pensiero venne espresso senza alcun'esitazione da Ahlwardt. Perché bisognava espellere gli Ebrei e proteggersi da loro? Forse perché fossero tutti criminali? Assolutamente no! «È perfettamente chiaro che tra noi vi sono numerosi Ebrei di cui non è possibile dire alcun male». Ma gli Ebrei, a suo avviso, erano da ritenersi nocivi «perché sappiamo che le caratteristiche razziali di questo popolo sono tali che, alla lunga, esse non possono armonizzarsi con le caratteristiche razziali delle popolazioni germaniche». Quindi tendenzialmente criminali, e non poteva certo essere una giustificazione considerarli non nocivi se qualcuno non aveva commesso ancora nessun misfatto, perché «ne commetteranno uno probabilmente in circostanze particolari, perché le loro caratteristiche razziali li spingono a farlo». Quanto asseriva Ahlwardt era in ultima analisi proprio il concetto che la società tedesca aveva degli ebrei: «Gli Ebrei non possono impedirsi di nuocere, perché le loro caratteristiche razziali li spingono irresistibilmente a commettere atti antisociali». E questo giudizio sugli Ebrei, ad avviso dello storico, altro non fu che «una fase di evoluzione ideologica di lunghissima durata».

Ma un "precedente" chiamato in causa da Hilberg nel suo saggio (che per un tempo susciterà aspre critiche da parte del mondo ebraico e dello stesso Yad Vashem), riguarda un altro importante aspetto: «la riuscita dello sterminio doveva dipendere anche dal modo in cui gli Ebrei vi reagivano». Il modo di agire degli Ebrei durante la distruzione nazista non fu, ad avviso dello storico, qualcosa di nuovo: «non era certo la prima volta che gli Ebrei europei, nel corso della loro storia, affrontavano la violenza». Infatti l'atteggiamento degli Ebrei durante la distruzione nazista, secondo Hilberg, segui uno schema ben preciso dettato dall'esperienza dei secoli precedenti.