Nel secondo quarto del XVI secolo le idee della riforma protestante - provenienti soprattutto dall'area tedesca e svizzera - si diffusero abbastanza rapidamente anche a Vicenza, dove trovarono molti disposti ad accoglierle, insofferenti dei comportamenti ecclesiastici e sinceramente desiderosi di una riforma in senso evangelico. La diffusione di queste idee interessò strati sociali diversi a seconda dei canali che seguì e delle diverse sensibilità che incontrò.

Il contesto politico ed economico di Vicenza nei secoli XV e XVI

Nel 1404, per difendersi dai Carraresi di Padova, la città si era data alla Serenissima Repubblica di Venezia, accettando le condizioni di questa dedizioneL'insieme dei vantaggi fu ratificato nel Privilegium civitatis Vicentiae del 1404 e rinnovato nel 1406. L'aristocrazia cittadina era riuscita a mantenere e anzi a rafforzare il proprio potere nei confronti del contado, dal quale traeva le risorse che le servivano per alimentare il proprio alto tenore di vita..

Essa però non aveva alcun ruolo nel governo della Repubblica, completamente in mano alle famiglie patrizie veneziane dopo la Serrata del Maggior Consiglio, avvenuta nel 1297. I poteri dell'aristocrazia vicentina erano limitati anche in città, il cui governo era affidato a un podestà, a un capitano, tre giudici, due cancellieri e alcuni conestabili designati da Venezia, tutti funzionari il cui costo era a carico della città..

Fino alla fine del Quattrocento la dedizione a Venezia risparmiò Vicenza dall'essere coinvolta in guerre, il che determinò un grande sviluppo economico che continuò per tutto il Cinquecento. Le attività produttive più rilevanti, oltre alle estese colture agricole nelle campagne, risultavano essere quelle cittadine legate alla lavorazione delle pelli, delle lane e dei metalli preziosi; la produzione era così fiorente da attirare manodopera dalla Lombardia e persino dalla Germania.

Questo periodo di grande vitalità produttiva ebbe come conseguenza anche un notevole sviluppo delle lettere e delle arti, della costruzione di lussuosi palazzi, dapprima in stile gotico veneziano, poi in stile rinascimentale e neoclassico. Il tutto favoriva la cultura cittadina, aperta alla circolazione delle idee e alle posizioni politiche e intellettuali, sia quelle del mondo antico greco e romano, sia quelle provenienti dai Paesi d'Oltralpe; alla fine del XV secolo e agli inizi del XVI particolarmente attraenti e suggestive erano le idee di Erasmo da Rotterdam..

Nella prima metà del Cinquecento Vicenza dovette muoversi all'interno di un contesto politico piuttosto difficile da gestire; fu ripetutamente coinvolta nella guerra della lega di Cambrai, nel corso della quale gli aristocratici vicentini - in prima fila le potenti famiglie dei Trissino e dei Trento - furono per un breve periodo di tempo dalla parte dell'imperatore, mentre le componenti popolari, sia della città sia del contado, manifestarono la propria fedeltà a San Marco. Seguirono alcuni anni in cui le alleanze tra gli stati si fecero e si disfecero con grande disinvoltura e rapidità e il territorio vicentino fu ancora invaso molte volte; solo dopo il 1523 - con il trattato firmato tra Carlo V e Venezia - la pace fu definitivamente ristabilita. Per il territorio vicentino la pace significò la stabilità politica e la continuazione della supremazia della città sul contado.

Il contesto religioso A differenza del periodo medievale, con la dedizione a Venezia si era creata un'alleanza tra l'apparato politico e quello religioso che aveva favorito la stabilità di governo sia della città che della diocesi. Il Senato veneziano si faceva carico di segnalare alla Curia romana i candidati a benefici ecclesiastici, tanto che per quattro secoli quasi tutti i vescovi di Vicenza furono scelti tra i membri delle famiglie patrizie della "Dominante".

Vi era anche l'accordo che il vescovo fosse tenuto a risiedere sempre in città ma questo avvenne, nel XV secolo, solo per un decennio o poco più con l'episcopato di Francesco Malipero; la designazione di un vescovo di famiglia patrizia era soltanto un modo di fargli fare carriera e ottenere privilegi. Per quasi tutti i quattro secoli del dominio veneziano la maggior parte dei vescovi visse fuori Vicenza e il governo della diocesi fu affidato ad un vicario generale..

Per quanto riguarda la vita della Chiesa, nella prima metà del XV secolo un qualche rinnovamento della vita religiosa ci fu, anche se non a tutti i livelli.

La pietà popolare fu alimentata da alcuni eventi particolari durante l'episcopato di Pietro Emiliani: l'apparizione di Maria a Vincenza Pasini, che venne percepita come una particolare protezione della Madonna sulla città, il ritrovamento dei corpi dei Santi Leonzio e Carpoforo, Eufemia e Innocenza e la predicazione di Bernardino da Siena.

Il vescovo Francesco Malipiero si impegnò nella riforma del clero regolare - che era ridotto ai minimi termini sia per la scarsità di vocazioni che per la rilassatezza dei costumi - favorendo l'insediamento di religiosi e religiose provenienti dall'esterno e imponendo la regola dell'osservanza ai monasteri e ai conventi esistenti..

I vescovi non cambiarono invece il sistema parrocchiale ed anzi continuarono a distribuire benefici a sacerdoti per lo più provenienti da fuori diocesiSecondo Domenico Bortolan, Il Seminario vescovile di Vicenza, Vicenza, 1893, p. 26, su 500 preti che a quel tempo governavano le parrocchie appena un settimo erano vicentini, mentre un buon quinto proveniva dalla Germania. Spesso più benefici attinenti a parrocchie e a chiese anche distanti tra loro venivano assegnati alla stessa persona che, naturalmente, non esercitava la cura d'anime sul posto..

L'esercizio delle funzioni liturgiche e dell'attività pastorale era affidato a un clero secolare di bassissimo livello culturale e di conoscenza dottrinaleNelle relazioni redatte a seguito delle visite pastorali dei vicari generali nella seconda metà del XV secolo, si legge che pochi sacerdoti erano in grado di leggere, pochi conoscevano le formule della consacrazione della messa, pochissimi sapevano recitare le preghiere più semplici come il Pater noster o avevano idee chiare sulla confessione e sul concetto di peccato. Quanto allo stile di vita, nulla era cambiato rispetto al degrado dei costumi osservato nel Trecento; il clero partecipava - fatte salve alcune significative eccezioni di sacerdoti integerrimi - alle condizioni di abbrutimento in cui viveva la popolazione: rissosità, violenza, pratica della convivenza e del concubinato...

Gli elementi che costituivano la vita religiosa di quel periodo - cioè dall'inizio del Quattrocento all'attuazione dei decreti del Concilio di Trento nella seconda metà del Cinquecento - possono quindi essere così sintetizzati: la concezione del mondo era ancora di stampo medievale: l'ordine del mondo viene da Dio, le autorità sia laiche che ecclesiastiche hanno il compito di attuarlo. La simbiosi e la complementarità tra i due poteri non vengono messe in discussione, a Vicenza come in tutta la Repubblica l'espressione della fede era esteriore e collettiva: autorità, aristocrazia e popolo partecipavano in massa alle cerimonie religiose ed anche le cerimonie civili avevano sempre un sigillo religioso. Era invece scarsa nei fedeli come nel basso clero la conoscenza dei contenuti della fede, così come scarsa era la conoscenza delle Scritture. la religiosità popolare era basata sul culto dei santi, visti come patroni intercessori e taumaturghi per la salvezza individuale e collettiva dell'anima e del corpo, nelle campagne la religiosità era molto legata ai cicli naturali e alla produzione agricola i monasteri e i conventi - anche se soffrivano del clima generale di rilassatezza dei costumi e tendevano a svuotarsi - erano, ben più delle parrocchie, i punti di riferimento della religiosità popolare; i frati erano i soli che conoscevano le Scritture ed erano in grado di predicare.. Vi erano momenti di entusiasmo devozionale provocato dalle prediche quaresimali di frati, come furono quelle di Bernardino da Siena o nel 1499 di Timoteo da Lucca che aveva osato non solo biasimare l'indegnità di tanta parte del clero secolare, ma anche del papa Alessandro VI, dichiarandosi disposto e addirittura desideroso di essere deferito a Roma per subirvi il martirio sull'esempio del Savonarola dopo la distruzione della Chiesa catara agli inizi del Trecento e fino alla riforma protestante non si conoscono a Vicenza movimenti di dissenso religioso e neppure di concreta contestazione alla Chiesa.

Anche in seguito alle vicende politiche, nella prima metà del Cinquecento la diocesi ebbe una serie di vescovi e di vicari designati direttamente dalla Santa Sede, in genere membri di potenti famiglie romane come i Della Rovere; in quel periodo in tutti gli Stati italiani le sedi episcopali furono appannaggio di cardinali risiedenti a Roma. Questo sistema sarebbe durato fino al 1565, quando si cominciò a dare applicazione ai decreti tridentini, che stabilivano l'obbligo della residenza.

L'arrivo della Riforma protestante a Vicenza Diversi sono i motivi che spiegano l'ampia e la rapida diffusione a Vicenza delle idee e dei contenuti della Riforma, nata intorno agli anni venti del Cinquecento in Germania: l'interesse per il pensiero di Erasmo da Rotterdam - che comprendeva anche la polemica contro gli ordini monastici e critiche costruttive rivolte alla Chiesa - che influenzò un nucleo di aristocratici che frequentavano le Accademie della città. i fermenti presenti nella predicazione di religiosi come Pietro Speciale da CittadellaUmanista e maestro, lavorò per trent'anni al suo trattato De Dei gratia, pubblicato nel 1542, in cui rivendicava di aver formulato prima di Lutero la dottrina della giustificazione per fede; in contrasto con Lutero, egli tuttavia affermava la libertà della volontà umana e non condivideva pienamente la sua rottura con la Chiesa di Roma: Ester Zille, Gli eretici a Cittadella nel Cinquecento, Rebellato, Padova, 1971 o Francesco Negri da Bassano le prime notizie sulle tesi di Lutero, portate a Vicenza già nel 1518 dai mercanti tedeschi provenienti da Augusta e Norimberga.; in città si instaurò un ampio circuito intellettuale attorno ai temi delle indulgenze e del peccato, del perdono e della grazia e il clima religioso cittadino ne venne profondamente influenzato l'insofferenza che da tempo le persone manifestavano verso i privilegi e il malcostume del cleroMassimo Firpo, Riforma Protestante ed eresie nell'Italia del Cinquecento, Ed. Latenza, Bari, 1993, pp. 3-10 il malessere della popolazione rurale - anche quella di origine tedesca nella fascia pedemontana - in condizioni di povertà e di ignoranza, sulla quale facevano presa le idee anabattiste, fortemente contestatrici del potere ecclesiastico e di quello politico.

La diffusione di idee religiose fu inizialmente - nel secondo decennio del Cinquecento - sporadica e disorganizzata, ma si rinvigorì progressivamente attraverso la formazione di conventicole, circoli e comunità.

La Villa a Cricoli e Gian Giorgio Trissino

Agli inizi del Cinquecento le famiglie dell'aristocrazia vicentina - tra le più prestigiose quelle dei Trissino e dei Da Porto - si incontravano nelle loro case e nei loro giardini, talvolta si riunivano in cenacoli aperti alla cultura italiana ed europea.. Lì si discuteva di retorica, oratoria, filosofia neoplatonica, del mondo turco, di medicina; in quest'atmosfera era naturale parlare e discutere anche di religione, delle origini e della vita della Chiesa. Erano luoghi di incontro e di confronto, in cui si riunivano gli intellettuali innovatori di Vicenza e si respirava un'atmosfera tutta protesa al rinnovamento culturale, politico e religioso..