Sulla scia di indignazione scaturita da buona parte dell'opinione pubblica statunitense a seguito della sparatoria e relativo massacro di Charleston avvenuto all'interno della "Emanuel African Methodist Episcopal Church" di Charleston (Carolina del Sud) per mano del 21enne Dylann Roof nel giugno del 2015 (con un conteggio di 9 morti afroamericani compreso il reverendo che stava celebrando il culto) diversi contee e centri urbani comunali degli Stati Uniti d'America hanno preso la decisione di rimuovere tutti i memoriali e monumenti dedicati agli Stati Confederati d'America situati in terreni di proprietà pubblica.
Lo slancio di questa scelta, seppur in certi casi specifici provocando vasti dibattiti e serrate polemiche di parte - allargando il caso a livello nazionale - è stato accelerato nell'agosto del 2017 dopo l'"Unite the Right rally", un raduno accompagnato da tutta una serie di manifestazioni organizzato dall'estrema destra politica ed extraparlamentare americana a Charlottesville (nella Virginia).
Un nuovo cambio d'opinione pubblica negli Stati Uniti cominciato con l'omicidio di George Floyd, uno statunitense d'origine africana, dalla polizia nel maggio 2020. Durante le proteste razziali che seguirono, molti memoriali dedicati agli Stati Confederati d'America furono abbattuti o rimossi.
La massiccia rimozione dei memoriali e monumenti confederati era guidata dalla convinzione che tali opere all'imperituro ricordo glorificassero in realtà la presunzione di supremazia del potere bianco e commemorassero un governo - quello della presidenza di Jefferson Davis in aperta antitesi alla presidenza di Abraham Lincoln posta in essere dal neonato Partito Repubblicano - il cui principio fondante era stato eminentemente quello non solo della perpetuazione ma anche dell'espansione della schiavitù negli Stati Uniti d'America.
Molti tra coloro che si oppongono alle rimozioni sostengono invece che simili manufatti facciano oramai parte del patrimonio culturale della nazione, dell'intera cultura degli Stati Uniti d'America: si tratta in ogni modo di una questione che pare lasciare aperta una ferita ancora non del tutto facilmente rimarginata nella storia degli Stati Uniti d'America.
La maggior parte di questi monumenti inneggianti alla guerra civile furono costruiti nel corso del lungo periodo in cui rimasero in vigore le Leggi Jim Crow - subito dopo il termine dell'Era della Ricostruzione - le quali misero nei fatti in atto una rigida segregazione razziale negli Stati Uniti d'America, amplificando il razzismo americano e dando il via alla storia del Ku Klux Klan e allo scatenamento della politica del linciaggio negli Stati Uniti d'America in aperta e feroce contrapposizione nei confronti del movimento per i diritti civili degli afroamericani.
Ulteriori dedicazioni ai presunti eroi della parte risultata irrimediabilmente sconfitta della guerra di secessione americana saranno inaugurate durante l'epoca del successivo movimento per i diritti civili degli afroamericani con l'intento - e come mezzo - dichiarato d'intimidire gli afroamericani e riaffermare il suprematismo sociobiologico della cosiddetta "razza bianca"Confederate Monuments and Civic Values in the Wake of Charlottesville. Dell Upton, Society of American Historians, 13 September 2017.
I diversi monumenti Sudisti sono così rapidamente diventati altamente politicizzati; seguendo le considerazioni che ne ha tratte Eleanor Harvey, curatrice senior dello Smithsonian American Art Museum e studiosa dello svolgimento della guerra di secessione americana "se i fautori più fanatici del nazionalismo bianco, del neocolonialismo e finanche del neonazismo ora li rivendicano come parte del loro patrimonio, hanno essenzialmente cooptato quelle immagini e quelle statue oltre ogni capacità di neutralizzarle nuovamente in un senso il più possibile obiettivamente storico".
In alcuni degli Stati Uniti meridionali la legislazione statale continua a proibire o limita fortemente la rimozione o l'alterazione dei monumenti pubblici confederati. Secondo Stan Deaton, uno degli storici anziani della "Georgia Historical Society" di Savannah (Georgia): "queste disposizioni non rappresentano altro che il Vecchio e profondo Sud il quale impone la sua morale preordinata e le proprie settarie opinioni politiche su tutti noi e per sempre. Ma questo è propriamente ciò che ha condotto direttamente alla guerra civile, ed è una cosa che ci divide ancora come paese. Abbiamo visioni in competizione non solo sul futuro, ma perfino sul passato. È ancora una volta la stessa identica storia".
Excursus storico La maggior parte dei monumenti confederati interessati dalla controversia odierna vennero costruiti in periodi di forte conflittualità interrazziale (ed in cui vigeva legalmente il razzismo negli Stati Uniti d'America, quando non anche le diverse forme criminali del linciaggio negli Stati Uniti d'America), come ad esempio quando cominciarono ad essere introdotte le prime Leggi Jim Crow tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo prima e nel corso dell'epoca del movimento per i diritti civili degli anni 1950-1960 poi.
Questi 2 particolari lassi temporali coincisero anche con il 50° (1910) e il 100° (1960) anniversario della crisi finale che condusse di lì a poco direttamente allo scoppio della guerra di secessione americana; l'"American Civil War Centennial" fu ufficialmente istituita nel 1957 per preparare adeguatamente la ricorrenza.
Il picco nelle commemorazioni e nella costruzione di monumenti a ricordo dei combattenti tra le file degli Stati Confederati d'America si ebbe a verificare tra la fine degli anni 1890 e il 1920, con un secondo picco - seppur di minore entità - tra la fine degli anni 1950 e la prima metà degli anni 1960.
Tutto ciò proprio quando maggiori erano le tensioni razziali (basti solo ricordare il boicottaggio dei bus a Montgomery nato dalla discriminazione attuata contro Rosa Parks nel 1955, la Sommossa all'Università del Mississippi del 1962, la Marcia su Washington per il lavoro e la libertà del 1963, l'Assassinio degli attivisti per i diritti civili del Mississippi del 1964 ed infine l'Assassinio di Martin Luther King del 1968).
Secondo la storica Jane Dailey dell'Università di Chicago in molti casi lo scopo precipuo dei monumenti non era tanto quello di celebrare il passato, il ricordo e la memoria dei caduti, ma piuttosto quello di promuovere una linea di ideologia assimilabile al suprematismo del "potere bianco" rivolto ai tempi presenti ma soprattutto al futuro.
Un altro storico, Karyn Cox dell'Università della Carolina del Nord a Charlotte, ha scritto con espressioni di estrema chiarezza che tali monumenti e memoriali sono "un'eredità diretta dell'era brutalmente razzista di Jim Crow".
Ancora un altro storico, James Leloudis dell'Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, ha dichiarato che "i finanziatori di allora e i sostenitori di oggi di questi monumenti raffigurano di per sé un intento molto esplicito: una legittimazione politica per l'era segregazionista e razzista di Jim Crow e la richiesta esplicita di un presunto diritto a ricevere un'educazione poggiante sulla legge razzista e segregazionista dei bianchi americani", quella stessa che ha prodotto le Leggi contro la mescolanza razziale negli Stati Uniti d'America, la segregazione scolastica negli Stati Uniti d'America.
L'autore di saggi sulla guerra civile nonché direttore dello Starr Center al Washington College Adam Goodheart ha affermato in un'intervista concessa alla National Geographic Society che tali manifestazioni definite artistiche sono nella realtà della prova storica degli
Opinioni e commenti accademici In una dichiarazione rilasciata nell'agosto del 2017, quando il caso inerente alle controversie su memoriali e monumenti negli Stati Uniti d'America si trovava al suo primo apice ed in una fase prospettica di piena espansione polemica, l'American Historical Association (AHA) poi disse che rimuovere un monumento "non significa però conseguentemente anche cancellare la storia sotterranea relativa ad esso, ma piuttosto si tratta di una sua sottesa evoluzione o quantomeno il desiderio di richiamare l'attenzione su una precedente interpretazione dello stesso evento"American Historical Association, AHA Statement on Confederate Monuments (August 2017).
L'AHA non ha mancato quindi di far notare che la maggior parte dei monumenti considerati e sottoposti a contenzioso sono stati eretti senza che vi fosse attorno nulla di simile ad un processo di accettazione democratica degli stessi ed ha quindi raccomandato che fosse "giunto infine il momento di riconsiderare a mente più fredda le decisioni allora assunte".
Sempre secondo l'AHA la maggior parte dei monumenti confederati sono stati innalzati tra la fine del XIX e il principio del XX secolo e questa impresa è stata "una parte integrante dell'avvio della segregazione razziale negli Stati Uniti d'America legalmente autorizzata e della diffusa privazione del diritto di voto in tutto il profondo Sud ad una parte cospicua dei suoi concittadini a seguito del disaffrancamento degli afroamericani a partire dalla conclusione dell'Era della Ricostruzione".
I memoriali filo-secessionisti eretti in questo lasso di tempo "erano quindi intesi, almeno in parte, ad occultare il terrorismo vigente della prima storia del Ku Klux Klan; un atto necessario per rovesciare i principi della Ricostruzione (dal XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America in poi nati grazie alla presidenza di Ulysses S. Grant), e per intimidire politicamente (e non solo) gli afroamericani con l'intento di isolarli sempre più dalla corrente principale della vita pubblica".
Una successiva ondata di monumenti ha coinciso in parallelo con l'espansione del grande movimento dei diritti civili guidato da Martin Luther King Jr. e, nella disamina fattane dall'AHA, "questi simboli di supremazia bianca vengono ancora oggi invocati per scopi del tutto simili", appaiandoli nella gran parte dei casi alle espressioni più diffuse di discriminazione, pregiudizio, razzismo, violenza e crimini d'odio contro tutte le minoranze etniche.
Seguendo Adam Goodheart le statue dovevano rappresentare dei simboli della supremazia bianca ed il raduno attorno ad esse da parte dei fautori e dei maggiori propugnatori dell'ideologia dell'estrema destra statunitense, del neonazismo ed in generale dei nemici dei diritti civili con buone probabilità non ha fatto altro alla fine che accelerarne la loro "giusta" rimozione.
Elijah Anderson, professore di sociologia ed etnografia all'Università Yale, ha affermato che le statue in questione "contribuiscono davvero e seriamente ad incidere negativamente sulla psiche dei cittadini afroamericani".
Harold Holzer, direttore del "Roosevelt House Public Policy Institute at Hunter College di New York, ha concordato sul fatto che le statue inneggianti alla secessione sono state apertamente progettate per sminuire la comunità afroamericana.
Dell Thayer Upton, studioso della storia dell'architettura e presidente del "Department of Art History" all'Università della California, Los Angeles, ha scritto che "quei monumenti non sono mai stati intesi come una manifestazione di arte pubblica", ma piuttosto vennero installati "come un atto di affermazione del fatto che la politica americana fosse una questione riservata agli uomini bianchi (protestanti, sposati ed eterosessuali)" e che, a causa del loro palese intento suprematista, la loro rimozione dagli spazi pubblici è diventata una questione di "giustizia, equità, di valori nazionali e senso civico".