Di origini ebraiche, fu deportato ad Auschwitz e quindi a Monowitz dove fece parte del kommando Chimico; qui conobbe Primo Levi di cui divenne amico. Con l’avvicinarsi dei sovietici il 18 gennaio 1945 dovette affrontare la “marcia della morte” che lo portò in differenti campi di sterminio, tra cui Buchenwald, dove fu liberato dagli americani l’11 aprile 1945. Tornato a Wasselonne svolse la professione di farmacista e cercò di riprendere i rapporti con i pochi sopravvissuti di Auschwitz. Mantenne un rapporto epistolare con Primo Levi che gli dedicò un capitolo di Se questo è un uomo. Con Levi periodicamente si incontrò e con lui svolse il ruolo di testimone. Ha lasciato il libro-intervista Il m’appelait Pikolo. Un compagnon de Primo Levi raconte.

Biografia Jean Samuel nacque il 18 luglio 1922 a Wasselonne dove il padre Jacques gestiva da alcuni anni una delle due farmacie. I suoi avi paterni appartenevano ad un’antichissima comunità ebraica dell’Alsazia, presente nella regione da secoli, emancipati durante la Rivoluzione francese, vissuti in piccoli villaggi dove svolgevano le attività di commercianti di cavalli o di granaglie o facevano da intermediari tra i contadini e le città. Il padre fu il primo della famiglia a studiare ed a conseguire la laurea in Farmacia. La madre Berthe Weil era nata nel 1896 ed era la prima di quattro fratelli, la famiglia abitava vicino alla farmacia del padre di Jean. I genitori, nonostante la differenza di diciassette anni, si sposarono nel 1921; la loro era una vita semplice e Jean bambino visse in campagna giocando con i figli dei vicini. In estate la famiglia Samuel andava in vacanza sui Vosgi dove affittavano un bilocale. Erano una famiglia unita da legami solidissimi sia con nonni e zii materni che con quelli paterni. Nel 1926 nacque il secondogenito Pierre. Jean era di salute cagionevole: “fino al momento in cui mi hanno deportato ad Auschwitz, ricordo di essere stato sempre malato. Dopo invece ho goduto di una salute di ferro”Jean SAMUEL con Jean-Marc Dreyfus, Mi chiamava Pikolo, Milano, Frassinelli, 2008, p. 104 Frequentò la scuola protestante di Wasselonne, era bravo a scuola tanto che saltò un anno delle medie e passò direttamente al liceo Kléber di Strasburgo. Per frequentarlo dovette lasciare casa e stare a pensione presso una zia paterna. In questo periodo, per studiare senza essere coinvolto dai rumori e dalle conversazioni delle tre cugine, imparò a isolarsi dal mondo esterno.

I Samuel erano ebrei moderati: mangiavano kasher, rispettando alcuni divieti alimentari, e andavano in sinagoga per shabbat e i giorni di festa, tuttavia a Wasselonne non c’era una sinagoga, per cui la comunità locale si riuniva nella sala di una locanda; e non avendo un rabbino condividevano quello di Barr. Dopo il Bar mitzvah iniziò tutte le mattine a recitare le preghiere e ad indossare i tefillin, pratica religiosa che mantenne finché non fu arrestato dalla Gestapo. Nel 1936 le tensioni tra Francia e Germania aumentarono, soprattutto in Alsazia dove si formò un movimento autonomista filotedesco e filonazista molto violento. A seguito di tali eventi i Samuel, nella primavera del 1939, acquistarono una casa a Boisgarreau, a sessanta chilometri da Tours e nell’agosto dello stesso anno, quando la guerra era ormai imminente, vi si trasferirono. In seguito alla dichiarazione di guerra, nel settembre 1939, tutta la zona di frontiera dell’Alsazia e della Lorena venne evacuata, Strasburgo si svuotò ma Wasselonne, situata nei Vosgi, non risentì degli eventi. Jean si trasferì a Tours per svolgere il tirocinio necessario ad iscriversi alla facoltà di Farmacia, e quando i tedeschi penetrarono in Alsazia raggiunse la famiglia a Boisgarreau. Dopo la firma dell’armistizio del 22 giugno 1940 la famiglia Samuel pensò non fosse sicuro restare in territorio occupato dai tedeschi e così nell’ottobre, ancor prima della proclamazione delle leggi razziali, si trasferirono in Aquitania a Ville Marie, nei pressi di Agen, dove condussero una piccola azienda agricola. Le leggi razziali di Vichy impedivano agli ebrei di esercitare la maggior parte delle professioni e imponevano che le loro imprese fossero confiscate, così molti ebrei si erano dedicati all’agricoltura; per i Samuel era un ritorno alle origini.

Jean si trasferì di qui a Tolosa per frequentare la facoltà di Farmacia: “Ero uno studente appassionato e superavo ogni esame con ottimi voti. Al primo anno ho aggiunto al corso di farmacia un esame in matematica generale. Al secondo anno invece è stata la volta di chimica. E così, al termine di tre anni di studio, avevo dato tutti gli esami di farmacia e conseguito anche un diploma in scienze. All’epoca ignoravo ancora quanto quella passione si sarebbe rivelata utile, forse persino decisiva, ad Auschwitz”J.SAMUEL, op. cit,,p. 115.

Nel novembre 1942 i tedeschi avevano invaso la zona sud e il pericolo di retate portò Jean a nascondersi in campagna e poi a tornare a Ville Marie. Qui, non essendoci un medico, svolse il ruolo di infermiere. Nel 1944 le condizioni erano peggiorate per tutti gli ebrei francesi e per questo i genitori gli avevano imposto di non dormire in casa e gli avevano affittato una camera presso il calzolaio del villaggio. Nel pomeriggio di giovedì 2 marzo 1944 la famiglia era tutta riunita quando arrivò la Gestapo e circondò Villa Marie. Jean venne catturato insieme a sei membri della sua famiglia, furono portati nelle prigioni militari di Tolosa, di qui trasferiti al campo di internamento di Drancy e quindi ad Auschwitz dove giunse il 30 marzo 1944 con altri sei suoi familiari.Con lui furono deportati la madre, il padre, il fratello Pierre, lo zio Arthur e gli zii René e Prosper

Da Auschwitz venne subito spostato a Monowitz: quando svolgeva il ruolo di aiutante del Kapò corse il rischio di essere mandato alle camere a gas perché mentre nutriva i conigli del Kapò era comparsa una giovane donna italianaAnche Levi parla di questa donna, Flora, nel romanzo La tregua e una SS li scoprì mentre guardavano gli animali. Venne accusato pertanto di sabotaggio sul lavoro, per aver parlato con una civile, e di crimine contro la razza poiché la donna non era ebrea. A Monowitz lavorò nel Kommando Trasporti e quindi nel Kommando Chimico, dove conobbe e divenne amico di Primo Levi il quale fece di Jean, soprannominato Pikolo, uno dei personaggio di Se questo è un uomo. Con l’avvicinarsi dei russi i tedeschi spostarono i deportati di Monowitz nel campo principale di Auschwitz 1 e nell’inverno del 1945 evacuarono il campo sottoponendo tutti coloro che erano in grado di camminare ad una “marcia della morte”: Jean lasciò Auschwitz il 18 gennaio 1945. Dopo una marcia estenuante furono costretti a passare per i campi di Buchenwald, di Zeltlager e quindi nuovamente a Buchenwald, diretti verso la Baviera per cercare di sfuggire all’avanzata americana. Grazie all’aiuto di una guardia ausiliaria dei tedeschi, un ragazzo bretone, Jean riuscì a restare a Buchenwald dove l’11 aprile 1945 venne liberato dagli americani.

“Eravamo liberi, ma a che prezzo! Stremato, pelle e ossa, con un ascesso al piede e soprattutto senza più coraggio, ansioso per la sorte toccata a chi era rimasto in Francia”J. SAMUEL, op. cit., p. 57. Aveva inizio il viaggio di ritorno che si concluse solo il 2 maggio quando riuscì a tornare a Villa Marie. Tornato a casa ritrovò la nonna e due zie, mentre il nonno e uno zio erano morti da tre mesi,; il padre, il fratello minore, tre zii materni e due paterni erano morti ad Auschwitz, degli altri non si avevano notizie. Dopo un mese la madre fece ritorno a casa, dopo aver affrontato Birkenau, Auschwitz, Ravensbrück, Malchow e un’evacuazione di 250 km a piedi.

Rimasto l’unico maschio della famiglia si fece carico di essa. Il 14 luglio 1945 tornò a Wasselonne, trovò la città intatta ma i bambini, dopo la lunga dominazione tedesca, non sapevano più parlare in francese. La casa e la farmacia del padre erano ancora in piedi ma erano state completamente svuotate: “non avevano lasciato nulla su cui sedersi, nemmeno una sedia o una pentola”J. SAMUEL, op. cit., p. 130J.; ciò nonostante in ottobre riorganizzò il ritorno dei superstiti della famiglia nella città natale. In dicembre preparò i due esami che gli mancavano per laurearsi in Farmacia e li diede all’università di Strasburgo, dove era stata organizzata una sessione speciale per coloro che avevano dovuto interrompere gli studi a causa della guerra. Con l’aiuto economico del sindacato dei farmacisti e l’autorizzazione della prefettura del Basso Reno ad appropriarsi degli arredi confiscati alla farmacia di Kehl, riuscì a riaprire la farmacia paterna il 15 febbraio 1946.

A Wasselonne si era ritrovato profondamente isolato, non vi erano sopravvissuti del campo con cui condividere i pensieri. Forte era il senso di sofferenza: aveva “talmente tanto bisogno di chiacchierare con un compagno di sofferenza” che iniziò la ricerca dei pochi sopravvissuti per “mantenere viva la solidarietà nata nel campo e il ricordo di tutti i compagni di sofferenza”J. SAMUEL, op. cit., p. 58. All’inizio del 1946 accadde l’impensabile: mentre cercava tracce di tutti i famigliari e conoscenti deportati, incontrò Charles Conreau, un partigiano francese deportato ad Auschwitz che gli disse di aver incontrato Primo Levi l’11 gennaio 1945Citato anche in P. LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Super ET, Torino, 2005, p. 134 e seguenti in infermeriaPoco prima dell’evacuazione del campo a causa dell’avvicinarsi dei russi, Primo Levi si era ammalato di scarlattina ed aveva dovuto farsi ricoverare nel KB. Questa fu la ragione per cui non prese parte alla “marcia della morte”, essendo troppo debole e quindi fu abbandonato nel campo di Auschwitz. Erano rimasti insieme sino al momento della liberazione e prima di separarsi si erano scambiati gli indirizzi. Insieme alla madre nel 1948 aderì alla “Federazione Nazionale Deportati Internati Resistenti e Patrioti” che lasciarono quando essa assunse tendenze comunista. A differenza della madre aveva “pochissimi compagni con cui rievocare i campi”J. SAMUEL, op. cit., p. 148

Nel 1949 conobbe Claude, la futura moglie, originaria di una cittadina della Lorena al confine con l’Alsazia, i cui genitori erano mercanti di bestiame; la conobbe a Sarrebourg in occasione del ballo di Hanukkah, lei aveva 19 anni, lui 27. Fu un colpo di fulmine che segnò un punto di svolta nella vita si Jean, fino ad allora restio a relazioni sentimentali. Si sposarono con rito civile il 28 luglio 1950 seguito dal rito nella sinagoga di Strasburgo. In viaggio di nozze passarono da Torino perché Jean voleva far conoscere la moglie all’amico Primo Levi. Per dieci anni vissero a Wasselonne nella casa famigliare dei Samuel, ed ebbero due figli: PierreIn ricordo del fratello minore di Jean scomparso ad Auschwitz e Yves. Jean si iscrisse a Medicina e nel 1952 discusse la tesi incentrata su una preparazione dermatologica semplificata della penicillina, stabilizzata grazie a un sale di titanio, di cui in seguito vendette il brevetto ad un laboratorio parigino. La farmacia prosperava tanto che nel 1968 dovette acquistare un nuovo stabile per ingrandirsi. Gli anni ’50 e ’60 furono caratterizzati anche dall’amicizia con l’ex compagno di prigionia Kiki ritenuto “un fratello, un membro della famiglia”J. SAMUEL, op. cit., p. 147 da cui si separò solo a seguito della di lui morte.Kiki morì giovane nel 1963 a causa di un aneurisma Jean non raccontò mai alla moglie ciò che aveva visto e subito a Monowitz e durante la “marcia della morte”, essa lo scoprì poco per volta attraverso i discorsi del marito con Primo Levi e successivamente seguendolo nel ruolo di testimone a cui si dedicò soprattutto dopo la morte della madre. Solo nel 1995 ritornò ad Auschwitz.

Con Jean-Marc Dreyfus fu autore del libro-intervista Il m'appelait Pikolo. Un compagnon de Primo Levi raconte . Morì l’8 settembre 2010 a Strasburgo.