Biografia Figlia di Celestino Ombra. operario alla Way Assauto, futuro comandante partigiano e e di Ernesta Cabiati futura partigiana.. Si distingue per l'attività militante e organizzativa antifascista, durante e dopo la seconda guerra mondiale.

La militanza antifascista

La prima esperienza militante, Marisa Ombra, allora sedicenne, la visse nell'inverno 1943 quando con la vecchia macchina da scrivere Remington iniziò, insieme a tutta la famiglia, il lavoro clandestino di produzione de "Il Lavoro", giornale della Federazione comunista astigiana. Venivano battuti a macchina anche i volantini contro la guerra, per l'aumento delle razioni e dell'indennità di contingenza, per la distribuzione del carbone, poche pagine di carta velina, duplicate in modo rudimentale.

"Le copie venivano poi appese, per l'asciugatura, a una gran quantità di fili tesi in ogni direzione nella cucina, che era il luogo dove si viveva studiava e lavorava. Il paesaggio delle nostre serate fu dunque per molti mesi quell'insolito bucato, che al mattino veniva raccolto e consegnato da papà a chi doveva farlo circolare."

Il lavoro di stampa clandestina si intensificò nell'inverno 1943-44, fino agli scioperi di marzo.

"In quei mesi ospitammo clandestinamente a casa nostra G. Gaeta, il compagno che per primo ci parlò di società divisa in classi, di rivoluzione, di Marx e di Lenin, di Sereni e di altri compagni con i quali aveva condiviso fino a pochi mesi prima il carcere. [...] Quelle prime nozioni, forse proprio perché schematiche, chiare e facili, misero in moto le nostre teste e motivarono di ragioni più mature quel che stavamo facendo per puro istinto e un po' per spirito di avventura. Portarono su un piano più ragionato anche la nostra irritazione per la povertà che ci aveva accompagnato fin dalla nascita. Una povertà che non aveva invaso la sfera del pensare e del sentire ma che non per questo era stata meno dura."

Alla vigilia degli scioperi del marzo '44, il lavoro clandestino venne tutto dedicato alla stampa di appelli che si concludevano con la frase:

"Morte all'invasore tedesco e al traditore fascista".

In seguito allo sciopero di marzo, il padre venne arrestato. La sua posizione era piuttosto preoccupante tanto che il partito pensò di organizzare la fuga sua e di altri compagni. La famiglia ne venne informata perché la fuga era molto rischiosa e in caso di fallimento la posizione dei carcerati sarebbe peggiorata, con il rischio di conseguenze anche sui famigliari.

"La fuga avvenne in bicicletta [le nostre due biciclette], a mezzogiorno, come in un film, mentre la città, eccitata e contenta per la beffa giocata ai fascisti, favoleggiava di assalti al carcere con carri armati. [...] Tutto andò secondo i piani, nella notte la polizia venne a prelevare nostra madre che si fece un po' di giorni di carcere. La notte dell'arresto, rimaste sole, divorammo l'intero pentolone di minestra che nostra madre aveva preparato per ogni evenienza e che avrebbe dovuto durare almeno tre-quattro giorni. Non ci sembrava di avere paura; comunque si voglia chiamare quella cosa che sentivamo - tensione emozione o altro - in ogni caso doveva essere grandiosa."

"Il colpo di mano mise in ridicolo la nuova Repubblica Sociale, l'antifascismo clandestino apparve molto più potente e i partigiani molto più organizzati di quel che in realtà non fossero. Le barzellette, che mai erano mancate, si arricchirono di nuove battute."

Nei mesi successivi all'arresto del padre, Marisa, Pini e la madre vissero assediate nella loro casa di corso Alessandria, posta sotto sorveglianza giorno e notte dal regime. I contatti con i compagni e i parenti erano diventati quasi impossibili. In caso di azioni partigiane tutte e tre erano esposte a rappresaglie, così non esitarono ad accettare la proposta di andare nelle Langhe.Testimonianza di Marisa Ombra in Staffette, film in dvd, regia di Paola Sangiovanni. Roma, Metafilm srl, 2006. Nessuna di loro aveva idea di cosa l'attendesse, sapevano solo che in collina faceva freddo ed era oramai autunno inoltrato e dovevano portarsi più vestiti possibile. Per non insospettire la sorveglianza, uscendo con borse o valigie, le tre donne indossarono quanti più abiti potevano sotto i cappotti. Superarono i posti di blocco in uscita dalla città, verso il ponte del fiume Tanaro, inventando di dover andare al funerale di un parente. A Canelli incontrarono il padre e dopo si divisero: Pini e la madre a occuparsi di un centro stampa nelle Langhe, Marisa a fare la staffetta fra Langhe e astigiano e a occuparsi dei Gruppi di difesa della donna.

Staffetta partigiana - Autunno-inverno 1944-'45 Il lavoro della staffetta partigiana consisteva soprattutto nel camminare. Il pericolo maggiore per le staffette era di cadere nelle mani dei tedeschi o dei fascisti. Nessuna di loro sapeva come avrebbe reagito alle torture, se sarebbe riuscita a resistere. Di fronte a questo pericolo, tutte le altre difficoltà erano superabili con l'entusiasmo e la sprovvedutezza giovanili, più forti della paura. Superabili i pidocchi, procurati dai teli di paracadute usati come coperte; la scabbia che procurava dolore e prurito; le castagne e le nocciole come unico alimento; le notti passate tra le vigne in fondo valle. Quei sei mesi passati nelle Langhe sono mesi di rastrellamenti e di continui spostamenti, di freddo e di ansia, di marce di notte nella neve attraverso vari itinerari lungo una direttrice di oltre ottanta chilometri, tra le basse colline del Monferrato e le quasi montagne delle Langhe: tra Belveglio, Mombercelli, Cortemilia, Cravanzana, Torre Bormida, Gorzegno, Feisoglio, Serravalle Langhe. Era preferibile camminare di notte e riposare di giorno nelle stalle, messe a disposizione dai contadini."I contadini ti lasciavano dormire nelle stalle e questo significava il rischio che la stalla, la casa e buoi venissero bruciati dai tedeschi. Fu straordinario. E ti davano il pane. Solo una volta ce lo negarono, ma li capisco. Arrivavamo, io, Sergio ed Edme, da una lunga scarpinata in mezzo alla neve. Erano le due o le tre di notte. Attraversavamo torrenti che non si vedevano perché coperti dalla neve. Ad un certo punto Edme finì dentro l'acqua perché si spaccò il ghiaccio. Così abbiamo deciso di fermarci a una cascina. Bussammo ma erano le due o le tre di notte. Solo dopo un po' qualcuno aprì la finestra. Cosa volete? Ci siamo sperduti, nevica abbiamo bisogno di ripararci. Non ci hanno aperto. Dateci almeno un pezzo di pane. Dopo un po' la finestra si riaprì e cadde un pezzo di pane nella neve. A quell'ora di notte potevamo essere anche dei banditi"

Staffette, Roma, 2006.

"Il lavoro della staffetta era un lavoro solitario. Ricevuto l'ordine, era affar suo eseguirlo. [...] Tutto dipendeva dalla prontezza nel capire le situazioni e nel decidere cos'era meglio fare. Il lavoro della staffetta non era solo prezioso, era davvero il più difficile. Richiedeva prontezza di riflessi, capacità di mimetizzarsi e anche di improvvisare e recitare parti che potessero risultare credibili. Richiedeva sangue freddo e lucidità, stare sempre all'erta."

Marisa per un breve periodo di tempo fece da segretaria alla Giunta di governo della Repubblica dell'Alto Monferrato, nella sede di Agliano. Qui venne anche incaricata di organizzare una cellula dei Gruppi di difesa della donna (GDD) che erano la forma, prevista dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), per l'organizzazione della difesa e resistenza delle donne. Vi aderivano donne di tutti i partiti del CLN e avevano un programma che andava oltre la soluzione dei problemi causati dalla contingenza del momento, guardando al futuro con rivendicazioni come il diritto di voto, la parità salariale, l'accesso a tutte le professioni e carriere.

"Penso che chi inventò, costruì e lavorò ai GDD, fece qualcosa che superò largamente i propositi iniziali: quei gruppi furono la rottura della tradizione e una grande scuola di addestramento alla politica. Aprirono la strada alla presa di coscienza, da parte delle donne, di essere persone. Con proprie capacità di pensare e comunicare, di interrogarsi sui problemi che riguardavano il mondo. Fino ad allora, la vita per le donne cominciava e finiva dentro una casa. [...] Ad Agliano, le casalinghe e le contadine presenti alla riunione posero domande della cui importanza sicuramente non si rendeva conto né chi le poneva, né chi vi rispondeva: cos'è la democrazia, cosa sono i partiti, come si fa a distinguerli l'uno dall'altro, come si vota. [...] Non so pensare alle risposte che cercai di dare. Lavorai di immaginazione, raccontai probabilmente ciò che le mie speranze e i miei desideri mi suggerivano. L'unica cosa vera e certa, di cui tutte eravamo più o meno consapevoli, era che si doveva reinventare tutto , costruire una società della quale nessuno aveva esperienza, in un Paese ridotto a tabula rasa non solo sulle strutture materiali. Purtroppo di queste riunioni se ne fecero poche perché il rastrellamento del 2 dicembre concluse la breve vita della Repubblica dell'Alto Monferrato."

Il 2 dicembre 1944 un massiccio e violento rastrellamento nazifascista pose fine all'esperienza della Repubblica dell'Alto Monferrato e causò lo sbandamento di cinque divisioni partigiane. All'arrivo dei tedeschi che stavano occupando la zona, Marisa, incaricata dal comando di una ricognizione per verificare il loro numero, in quale punto si erano dislocati e come fossero armati, attraversò la Piana del Salto, fra Canelli e Santo Stefano Belbo, tra le raffiche di mitra, mentre la gente fuggiva da ogni parte.

“Correvo e pensavo, pensavo e correvo. […] L’ansia di capire cos’era meglio fare in quella occasione impedì alla paura di affacciarsi. Il lavorio del cervello provocò un altro piccolo momento di crescita.”

Resasi conto che il paese di Santo Stefano Belbo era stato completamente svuotato dalla popolazione terrorizzata dall’arrivo dei tedeschi, Marisa cercò di individuare il posto telefonico pubblico, immaginando che fosse l’ultimo punto che i partigiani avrebbero abbandonato. Infatti, lì trovò una camionetta di partigiani con il motore acceso, in procinto di lasciare la zona. Con grande sorpresa sulla vettura ritrovò il padre di cui non aveva notizia da mesi. Doppio evento fortuito, in quanto non essendo conosciuta e potendo essere scambiata per una spia, difficilmente sarebbe stata presa a bordo e portata in salvo.

Gli episodi più drammatici dell'esperienza partigiana "Un giorno di primavera del '45 (erano le ultime settimane di guerra, le brigate nere inferocite attraversavano incolonnate il paese di Belveglio e se ne andavano lasciando sulla strada i cadaveri dei ragazzi che avevano scovato. Ricordo quanto fosse sconvolgente questa cosa: li spogliavano delle scarpe e li lasciavano così), in uno di quei giorni, l'intera popolazione maschile di Belveglio venne radunata sulla piazza, mitragliatori puntati, e le venne intimato di dire dove erano le tre donne di cui erano state trovate tracce in una grotta, tra le vigne. Le tracce erano carte di identità, volantini, macchine da scrivere, vestiti, tutto l'armamentario di un centro di produzione stampa. Le tre donne erano mia madre, mia sorella ed io; da due giorni e due notti stavamo scappando da una vigna all'altra, tenendo d'occhio il movimento delle squadre nere che perlustravano i sentieri davanti e sopra di noi. La gente non parlò, pur sapendo benissimo dove eravamo, dove potevamo essere. E noi dovemmo la vita proprio a questo intero paese che scelse il silenzio."

Un secondo episodio mise a rischio la vita stessa di Marisa, Pini e la mamma.