Il Liber de temptatione cuiusdam monachiNoto anche come Liber de temptatione e De suis tentationibus, varia fortuna et scriptis. è l'autobiografia spirituale di Otlone di Sant'Emmerano ed è l'ultima opera da lui composta prima della morte, avvenuta intorno al 1070. A lungo tramandata in forma anonima, è ricondotta alla paternità di Otlone da Bernhard Pez, che pone così le premesse per la ricostruzione del suo profilo bio-bibliografico.
Struttura e contenuto Struttura L’opera si compone di due parti redatte in fasi e tempi diversi. La prima parte riproduce, con lievi ampliamenti e modifiche, il lungo racconto autobiografico già incluso nel De cursu spirituali: un monaco non precisato (clericus quidam), che corrisponde ovviamente all'autore, racconta dubbi e inquietudini del suo apprendistato monastico, esortando il lettore alla conversione. L’elenco delle tentazioni diaboliche si chiude con un colloquio risolutore con Dio. Nella seconda parte, il medesimo chierico ripercorre le tappe cruciali della sua vita di uomo e di scrittore, illustrando la genesi e le circostanze di composizione delle sue opere più significative. In chiusura allude alla sua attività di copista e calligrafo, fornendo un prezioso elenco di libri trascritti di suo pugno, fatto che ha permesso una conoscenza approfondita della scrittura di Otlone.
Logica delle tentazioni diaboliche
L’elenco delle tentazioni diaboliche si presenta come un campionario di problemi della tradizione della filosofia platonica e neoplatonica, con tratti che a volte suggeriscono uno sviluppo in senso aristotelico. Tuttavia, la logica utilizzata dal diavolo per convincere Otlone dell’insensatezza del mondo è riconducibile alla tradizione monastica e alla ricca immaginazione di Otlone.
Fonti
Rapporto con S. Agostino
La struttura al contempo narrativa e dottrinale dell’opera rende inevitabile il confronto con le Confessiones di Agostino d'Ippona, in cui il santo narra il proprio percorso spirituale. Tuttavia il percorso dei due autori si differenzia fortemente per alcuni elementi.
Innanzitutto, il cammino di Agostino appare molto più fluido: in ogni svolta, in ogni tappa del percorso è implicita la direzione verso la conversione, la quale dà senso al cammino. Nella sua ricerca del senso del mondo, Agostino oscilla tra fede e ragione: fondamentali per lui sono i concetti di Trinità e Incarnazione che, attraverso lo strumento dell’analogia, sembrano in grado di dare un senso alla realtà (alla Trinità corrisponderebbero uomo, natura e storia; l’Incarnazione garantirebbe la possibilità dell’uomo di comprendere e comunicare).
Il cammino di Otlone è invece molto più arduo: a ogni passo, egli incespica, fallisce e ritenta, senza che si possa mai intravedere durante il tragitto la direzione della conversione. Nella sua ricerca di senso, Otlone si affida alla logica, riuscendo a volte a guadagnare uno sguardo superiore sul mosaico del mondo, tuttavia non riesce ancora ad ordinarne i tasselli. A minare l’elaborazione di un senso della realtà è l’assenza nel suo percorso dei concetti chiave di Agostino, ovvero l’analogia con la TrinitàIl tema della Trinità non è però assente nella produzione di Otlone, che vi dedica grande attenzione nel Dialogus de tribus quaestionibus e a cui accenna anche nel De admonitione clericorum et laicorum. e con l’Incarnazione. Serve un’alternativa alla razionalità, divenuta paralizzante, Otlone adotta così una soluzione che si potrebbe definire “mistica”, anche se in un senso diverso rispetto ad Agostino. Per rompere il labirinto dei pensieri, in cui si aggirano le pericolose tentazioni diaboliche, Otlone ricorre a delle figurae di Dio, presenti anche in altre sue opere: soleParadosso del demone del mezzogiorno: il sole illumina tutto ed elimina le ombre, permettendo di conoscere meglio il singolo oggetto, ma impedendo di coglierne il chiaroscuro e la profondità, dunque il suo rapporto con gli altri oggetti, il suo posto nel disegno generale che permetterebbe di dargli un senso., calore, candela e fiume.
Autori interessati al tema delle tentazioni diaboliche
Otlone intrattiene interessanti rapporti con gli scrittori precedenti che si sono dedicati al tema delle tentazioni diaboliche.
Atanasio Vescovo di Alessandria d’Egitto vissuto nel IV sec., nella sua Vita di Antonio narra l’esperienza dell’asceta ritiratosi nel deserto, ritenuto la dimora dei demoni, scacciati dal resto del mondo dall’avvento del cristianesimo. Secondo Atanasio essi non possono tentare l’uomo in modo diretto, ma solo indiretto: perciò ricorrono prima ai pensieri e, se non hanno successo passano poi alle fantasmagorie, cioè a immagini ingannevoli (donne, belve, ecc.) che insinuano nella mente della vittima.
Evagrio Pontico Monaco greco della seconda metà del IV sec., diventa asceta nel deserto per osservare da vicino e comprendere al meglio la logica delle tentazioni diaboliche. Secondo Evangrio, il diavolo studia la vittima, cercando indizi su come tentarla più efficacemente. Per non lasciare brecce all’attacco diabolico, il monaco deve vigilare sui propri pensieri e custodirli attentamente. Nel caso di attacchi particolarmente violenti, Evangrio teorizza la “preghiera di fuoco”, una preghiera particolarmente breve e veemente, con cui il monaco mira a rompere il circolo vizioso dei propri pensieri, che rischia di farlo impazzire, attraverso la parola di Dio. È noto anche per la classificazione degli otto vizi capitali.
Cassiano Monaco vissuto tra fine IV sec. e inizio V sec. Riproduce la dottrina di Evagrio, pur senza citarlo, in particolare la classificazione degli otto vizi e la preghiera di fuoco. Come strategia di difesa dalle tentazioni diaboliche suggerisce al fedele di osservare quale vizio lo incalzi maggiormente e di castigarlo con costanza. Lo invita inoltre a non abbassare mai la guardia, perché il demone sconfitto si ritira solo temporaneamente nell’attesa di scoprire una virtù momentaneamente trascurata e approfittare di quella breccia per tornare all’attacco. Per Cassiano la mente umana è come un labirinto percorso da pensieri e figure diaboliche instillati dal diavolo tentatore; se vuole uscirne l’uomo deve studiarne la conformazione e affidarsi alla preghiera.
Successione delle tentazioni in Otlone Da notare come il diavolo si presenti sempre in vesti amichevoli: sebbene voglia il male del monaco, non si pone davanti a lui in atteggiamento ostile, si presenta anzi come suo soccorritore, dispiaciuto e pieno di compassione per la sua afflizione. Disperazione del perdono di Dio Il demone tenta di indurre Otlone a disperare del perdono di Dio: dal momento che è scritto che “a stento il giusto si salverà”, un uomo malvagio come lui crede forse di potersi meritare il perdono di Dio? Piuttosto che aspirare all’impossibile, farebbe meglio a concentrarsi su quello che può ottenere, gli consiglia perciò gli tornare sui suoi passi e abbandonare la scelta monastica. Il monaco ascolta questo discorso disperato e non riesce a fare altro che piangere: le uniche difese che può opporre alla tentazione sono il pianto e la preghiera, secondo la tattica prescritta da Evagrio e ripresa da Cassiano. Segni di questa tentazione diabolica sono la nostalgia per le antiche abitudini e il desiderio di abbandonare la cella: il monaco deve reagire chiudendosi in essa senza abbandonarla per nessun motivo finché la tentazione non sia passata. Segue un’obiezione di OtlonePer respingere la tentazione diabolica, Otlone si serve dunque anche dell’arte retorica, un tempo considerata strumento del demonio, poiché utilizzata dai pagani per avversare la nuova religione. Solo con Agostino la retorica diventa strumento dei cristiani stessi, che se ne servono per difendere la “verità” dalle argomentazioni dei sostenitori della “menzogna” (i pagani). Agostino trasforma così le discipline liberali in strumenti per comprendere i valori religiosi delle Sacre Scritture; piano poi ripreso da Cassiodoro, Isidoro di Siviglia e Boezio.: il diavolo presenta una giustizia divina coerente alla lettera, sembra dunque che Dio sia subordinato all’esecuzione letterale della sua legge. Tuttavia se così fosse ne sarebbero sminuite le sue qualità di onnipotenza e misericordia.
Blasfemia È il demone più rapido, definito da Evagrio il “demone meridiano”. Non essendo riuscito a indurre Otlone alla disperazione, il diavolo cerca di piegarlo al blasfema della giustizia divina, non ponendosi in atteggiamento ostile ma, anzi, mostrando di compatire le sofferenze del monaco, che sono invece ignorate da Dio. Se Dio sa tutto, perché non sostiene il monaco, che per amor suo ha abbandonato il mondo e da lungo tempo sopporta un incredibile tormento, nelle sue tribolazioni? Constata l’indifferenza di Dio, suggerisce al monaco di sopportare nei limiti delle sue capacità e di lasciar perdere pianto e preghiere, inutili perché il Creatore persevererà nella sua severità. Le affermazioni del diavolo sottolineano l’incoerenza tra disordine del mondo e onniscienza e onnipotenza di Dio; incoerenza che instilla nel monaco il dubbio dell’utilità di una vita di sacrifici ai fini della salvezza. Questo stesso conflitto logico può dare luogo a conclusioni diverse nei vari autori: se per AgostinoSecondo Agostino “Questo è il migliore dei mondi possibili”, dunque differenza e contrasto contribuiscono alla sua bellezza e AbelardoAbelardo paragona il mondo a un quadro: come un quadro risulta spesso più bello se contiene in sé anche alcuni colori brutti invece di essere monocromatico, così l’universo è reso più bello e degno di elogio dall’intervento dei mali. l’esistenza del male contribuisce alla bellezza del mondo, per Otlone essa è il segno di una contraddizione insanabile, che pone da un lato un Dio onnisciente e onnipotente e dall’altra l’esistenza del caos e del male. Il diavolo prosegue la sua argomentazione dichiarando l’arbitrarietà della giustizia divinaSecondo G. VINAY, tale idea deriva a Otlone dalla lettura delle Sacre Scritture “senza grazia”, ovvero in ottica di razionalità piuttosto che di fede: se letti con fede, i passaggi della Bibbia acquistano senso all’interno del piano divino, ma, se letti senza di essa, appaiono come una serie di premi e punizioni conferiti arbitrariamente a omicidi e fornicatori che si atteggiano da santi. (Cfr. Bibliografia).. Agostino risolve il problema dichiarando che, poiché di certo in Dio non risiede alcuna iniquità, se a volte l’uomo non può comprendere la sua giustizia non significa che essa sia arbitraria, ma imperscrutabile. Il fatto che a volte la sua giustizia non sia compresa dall’uomo non significa che essa sia arbitraria, ma semplicemente imperscrutabile.
Alcuni inganni diabolici
Prima di introdurre l’ultima tentazione, Otlone racconta di alcuni inganni diabolici da lui subiti.
Primo inganno Otlone narra di essere stato, per un lungo tempo, svegliato da un segnale fantasmatico prima del Mattutino. Inizialmente la ritiene un’opera divina per favorire la sua laboriosità, ma quando il segnale inizia a svegliarlo nel cuore della notte, in un’ora del tutto inopportuna, riconosce l’inganno demoniaco. Fine di tale inganno è produrre nel monaco una nausea dell’ascesi, rendendogliela più gravosa. Da questo inganno si nota come solo a posteriori il monaco riesca a intuire l’origine divina o diabolica del signum, deducendola dalle conseguenze prodotte su di lui.
Secondo inganno Se il primo inganno colpiva l’immaginazione del monaco durante il dormiveglia, il secondo colpisce i suoi sensi fisici. Nonostante la buona salute e il sonno ristoratore, al momento di alzarsi Otlone si sente spesso colpito da una diffusa fiacchezza delle membra che lo incatena al letto, e lo distoglie dalle sue mansioni. Si nota così come il diavolo si serva di tutti i livelli a cui può avere accesso: sensi fisici e immaginazione.