La rivoluzione francese abolì la discriminazione razziale e la schiavitù nelle colonie rispettivamente il 28 marzo del 1792 e il 4 febbraio del 1794. La Francia rivoluzionaria fu il primo Stato al mondo ad abolire completamente la tratta degli schiavi e l'istituto della schiavitù.

Erano conseguenze della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, ma il percorso per giungervi non fu semplice. A ciò si opponevano interessi consolidati ed influenti, che finiranno per prevalere di nuovo durante il consolato di Napoleone (10 maggio 1802: ripristino della schiavitù).

La serie delle posizioni che emersero su questi argomenti nel dibattito e nell'attività legislativa francese degli anni della rivoluzione non si comprende senza alcune notizie essenziali sulle colonie e sugli eventi che si svolsero in esse.

L'abolizione definitiva della schiavitù nelle colonie avvenne con la rivoluzione francese del 1848.

Le colonie francesi All'epoca della rivoluzione la Francia possedeva diverse colonie. Tra queste erano particolarmente importanti i possedimenti nelle Antille: le isole della Martinica e della Guadalupa e soprattutto Saint-Domingue (l'attuale Haiti), parte occidentale della grande isola di Hispaniola (la parte orientale dell'isola era possedimento spagnolo)Elenco completo delle colonie in ordine decrescente di popolazione: Saint-Domingue (più di 500.000 abitanti, di cui l'89% schiavi), la Martinica (più di 100.000 abitanti, di cui l'84% schiavi), la Guadalupa e relative dipendenze (più di 100.000 abitanti, di cui l'84% schiavi), l'Île de Bourbon, o Réunion (circa 50.000 abitanti, di cui l'85% schiavi), l'Île de France (più di 40.000 abitanti, di cui l'81% schiavi), la Guyana (più di 12.000 abitanti, di cui l'86% schiavi), Santa Lucia e Tobago (Cfr. Fréderic Regent "Préjugé de couleur, esclavage et citoyenneté dans les colonies françaises. 1789 - 1848" in "La Révolution Française", [en ligne], 9, 2015, pagg. 1-3).

Il caso di Saint-Domingue La parte spagnola e quella francese dell'isola corrispondevano rispettivamente agli attuali territori della Repubblica Dominicana e di Haiti. D'ora in avanti chiameremo, secondo la denominazione dell'epoca, Saint-Domingue la colonia francese, alla quale si riferisce la maggior parte della presente esposizione. Quanto all'importanza della colonia francese di Saint-Domingue, si calcola che con quest'isola si svolgessero i due terzi circa dei traffici marittimi francesi. Era considerata la più ricca colonia dell'epoca.Questo spiega l'accanimento delle lotte che si svolsero attorno ad essa (continui tafferugli di frontiera con le truppe spagnole, spedizioni corsare dalla vicina Giamaica, scontro tra la Francia rivoluzionaria e le coalizioni antifrancesi, spedizione di Napoleone Bonaparte nel 1801). In quest'ultima colonia era presente una popolazione di oltre mezzo milione di abitanti, suddivisi come segue: 500.000 schiavi neri, sfruttati nelle piantagioni di canna da zucchero, caffè, indaco, cotone e cacao. 28.000 tra mulatti e schiavi neri affrancati, 30.000 bianchi, in maggior parte di origine francese.

La tratta era consentita e annualmente erano venduti nell'isola decine di migliaia di schiavi, fino a toccare il picco di quasi 40.000 alla vigilia della rivoluzionePer le cifre riportate vedi Carolyn Fick, "Emancipation in Haiti: fom Plantation Labour to Peasant Proprietorship", in "Slavery & Abolition", vol. 21, n° 2, pp. 11-40, Taylor & Francis, 2000, rifer. a pp. 11-12.

Lo schema della stratificazione sociale e razziale nelle colonie francesi era il seguente: al vertice stava il gruppo dei planteurs, i proprietari bianchi delle piantagioni (alcuni tra i più ricchi, però, risiedevo in Francia e gestivano le terre tramite amministratori), seguito dai bianchi poveri (petits blancs), appartenenti alla classe medio-bassa; il loro orgoglio di razza, alimentato anche da risentimento e invidia, li rendeva ostili ai mulatti (gens de coleur). Figli o discendenti di proprietari bianchi e delle loro schiave, erano di solito superiori ai “petits blancs” in ricchezza e istruzione. Subivano, però, una serie di discriminazioni (per es. in termini di esclusione dalle cariche pubbliche e da determinate professioni). Parecchi di loro erano proprietari di terre e di schiavi. Era presente anche un ristretto numero di ex schiavi neri che avevano a vario titolo ottenuto la libertà. Alla base c'era la stragrande maggioranza della popolazione nera, in condizioni durissime di schiavitù.

Una società violenta Nella società coloniale erano presenti, tra i grandi piantatori, tendenze indipendentiste. Le colonie erano infatti legate alla madrepatria da vincoli commerciali molto rigidi: non potevano vendere i loro prodotti, né acquistare liberamente manufatti su mercati diversi da quello francese. Per certi versi la situazione era simile a quella delle colonie del Nord America alla vigilia della guerra di indipendenza. Il peso dell'economia schiavistica nella vita delle colonie francesi era, però, molto superiore che nel Nord America (dove pure era rilevante). La proporzione tra il numero dei liberi e degli schiavi che si ricava dai dati sopra riportati è significativa.

Si trattava di una società caratterizzata da un immenso ammontare di violenza, a partire dalla tratta fino alle condizioni di lavoro degli schiavi ed alla disciplina imposta loro tramite punizioni (frustate, mutilazioni…) di impressionante brutalità. Per un padrone che voleva infliggere una punizione esemplare, la vita di uno schiavo valeva molto poco.

In conseguenza di ciò i gruppi sociali dominanti nelle colonie non erano disposti ad accettare passivamente gli ordini provenienti dai molti legislatori che si succedettero negli anni della Rivoluzione; e inizialmente fu soprattutto il ceto dei "piantatori” a rivendicare la gestione autonoma degli affari interni alle colonie.

La rivoluzione francese si realizzò come clima di continua innovazione politica e legislativa, di possibilità aperte e di incertezze. Ciò acuì le conflittualità proprie della società coloniale. È comprensibile che nelle colonie esplodessero scontri difficilmente gestibili dalla madrepatria, ma capaci di influenzarne le scelte legislative.

Abolizionisti e schiavisti Alla vigilia della Rivoluzione erano attive in Francia due associazioni che esprimevano vedute e interessi opposti riguardo alla schiavitù nelle colonie. La Société des Amis des Noirs, fondata nel febbraio 1788, contava tra i suoi aderenti labbé Grégoire, La Fayette, Mirabeau, Sonthonax, Brissot e il Marchese di Condorcet.

Si proponevano come scopo ultimo l'abolizione della schiavitù, ma ritenevano che si dovesse procedere per gradi: prima dell'emancipazione prospettavano un miglioramento delle condizioni di vita degli schiavi, che li avrebbe dovuti preparare all'ingresso da liberi nella società civile. Lo scopo più immediato era l'abolizione della tratta.

Nemici della tratta e dello schiavismo, gli Amis des Noirs non erano, però, contrari al possesso di colonieIl loro conservatorismo su questo punto è un'ulteriore prova di quanto il valore economico delle colonie pesasse nella percezione che si aveva in Francia dei problemi ad esse relativi. Accusati dai loro avversari di voler distruggere il patrimonio coloniale francese, chiarirono più volte che questo non era il loro intento, fino a rifondare (nell'anno II) l'associazione col nome di "Societé des Amis des Noirs et des Colonies". Per un chiarimento sui loro progetti di rinnovamento coloniale vedi Marcel Dorigny "La Société des Amis des Noirs et les projects de colonisation en Afrique", in "Annales historiques de la Révolution Française", 1993, pagg. 421-429. Per un altro approfondimento vedi Florence Gauthier "Quels furent les objectifs de la Société des Amis des Noirs?", "Le Canard républicain", 10 giugno 2013.

Per un chiarimento sulle loro posizioni vedi anche il passo dalle Memorie di Grégoire riportato più avanti.

Sul versante opposto agiva una lobby schiavista, i cui esponenti si riunivano allHotel Massiac. Era guidata da Moreau de Saint-Méry, un piantatore della Martinica, e contava tra i suoi sostenitori politici soprattutto Barnave (esponente di spicco dell'Assemblea Nazionale Costituente e fondatore del Club dei foglianti).

I fase: l'abolizione della discriminazione razziale L'Assemblea Nazionale Costituente (9 luglio 1789 – 30 settembre 1791)

I rappresentanti schiavisti delle colonie parteciparono al Giuramento della Pallacorda.

La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, nel suo carattere universalistico, avrebbe dovuto implicare l'abolizione della schiavitù e di ogni differenza basata sulla razza, ma in realtà il processo con cui se ne trassero le conseguenze fu accidentato e combattutoCfr. Yves Bénot "La question coloniale en 1789, ou l'année des déceptions et des contradictions"", in "Dix-huitième Siècle" no. 20, 1988, pagg. 179-192.

Il problema dell'uguaglianza di tutti gli uomini liberi e quello dell'abolizione della schiavitù furono affrontati in fasi successive della Rivoluzione.

Per gli abolizionisti la soluzione della prima delle due questioni avrebbe aperto la strada per affrontare con successo la seconda, ma in effetti si trattava di due istanze distinte.

Proclamare l'eguaglianza dei diritti civili per i non-bianchi liberi non avrebbe cambiato la struttura schiavistica della società coloniale, anzi – da un certo lato – avrebbe potuto renderla più sicura e stabile, rinforzando e compattando lo strato intermedio di liberi interessati al mantenimento dello status quo.

D'altro canto, però, l'affermazione di diritti per i cittadini liberi di colore o neri avrebbe messo in questione quella separazione razziale sulla quale si fondava la presunta “legittimazione” della schiavitù.

L'atteggiamento della lobby schiavista si chiarì gradualmente: inizialmente non si oppose alla proclamazione dei diritti di tutti gli uomini liberi, pur avversando l'esplicita menzione della parità delle razze nella legislazione; nel corso del dibattito successivo giunse – però – ad enunciare apertamente il principio della disparità delle razze e il rifiuto dell'uguaglianza per i liberi di coloreVedi l'intervento di Barnave all'Assemblea del 24 settembre 1791: «A Saint-Domingue circa 450.000 schiavi sono controllati da 30.000 bianchi […] È fisicamente impossibile che il piccolo numero dei Bianchi possa controllare una popolazione così vasta di schiavi se un mezzo morale non viene in aiuto della debolezza dei mezzi fisici. Questo mezzo morale risiede nell'opinione che mette una distanza immensa tra l'uomo nero e l'uomo di colore e tra l'uomo di colore e l'uomo bianco».(Archives Parlementaires, Première série, t. 31, séance du 23 septembre 1791, cit. in Florence Gauthier De la Révolution de Saint-Domingue a l'Indépendence d'Haiti. Comment sortir de l'esclavage? 1789-1804)Barnave ricalcava il principio razzistico sul quale la legislazione interna delle colonie aveva basato l'inferiorità giuridica degli uomini liberi di colore. Secondo i legislatori coloniali (1771) occorreva «riconoscere la distanza che la natura ha messo tra i Bianchi e i Neri, e che il pregiudizio politico ha avuto cura di conservare, come una distanza che la gente di colore non può pretendere di superare; ciò allo scopo di non attenuare lo stato di umiliazione della specie [ossia della razza nera] in qualunque grado [di mescolanza con la razza bianca] essa si trovi; pregiudizio tanto più utile quanto più dimora nel cuore stesso degli schiavi e contribuisce a conservare la pace delle colonie»..

Un decreto che stabiliva l'eguaglianza dei diritti dei cittadini (ossia dei “liberi”) senza menzionare le differenze di razza venne inviato alle colonie in data 8 marzo 1790.

I piantatori riuscirono, però, ad ottenere, su iniziativa di Barnave, l'attribuzione alle colonie dell'autonomia legislativa.