Il quartiere San Giorgio è uno dei quattro rioni storici della città di Teramo, escludendo il Campo Fiera con il santuario della Madonna delle Grazie. Insieme agli altri rioni storici partecipa alla festa tradizionale della Rievocazione dei Trionfi.

Gonfalone Gonfalone roseo bianco, diviso in due colori bianco e rosso, con al centro un drago.La bicromia è data dalla simbologia dello smalto del metallo per il bianco, e il rosso invece per le armi del Romani, essendo il quartiere di origine pretuziana. Il dragone simboleggia il mito di San Giorgio che uccide la bestia.

Storia Origini del quartiere Quest'area in epoca italica, durante l'esistenza dei Pretuzi, soggiogati poi dai Romani, era poco edificata. Il nucleo principale di Interamnia Praetuttiorum occupava gli attuali rioni di San Leonardo e Santa Maria a Bitetto; questo quartiere, conosciuto anche come "Terranova", si sviluppò al livello edilizio solo nel XVIII-XIX secolo.Esisteva un grande viale che dall'attuale piazza Orsini conduceva alla periferia, nell'attuale località Cona, dove esisteva una monumentale necropoli lungo la via Cecilia che si ricollegava alla Salaria, per andare verso Roma oppure al mare, a "Castrum Novum" (Giulianova). Tale è la necropoli di Ponte Messato.

Le prime edificazioni, di cui resta traccia tangibile, sono appunto le chiese: il convento di San Benedetto o dei Cappuccini, posto alla biforcazione di piazza Garibaldi-viale Mazzini con Corso di Porta Romana, delle chiesette come quella di San Giorgio, da cui il nome del quartiere, posta nell'attuale via Cerulli-Irelli (demolita nel XIX secolo). Nel 1176 fu avviata la costruzione del nuovo Duomo della Beata Vergine Assunta nella zona di Piazza di Sopra, al confine con il nucleo storico di Interamnia, dove si trovava il teatro romano, e poi l'anfiteatro, che verrà ampiamente utilizzato nel XVII-XVIII secolo per costruire il Seminario diocesano Aprutino.

La planimetria del quartiere, racchiuso originariamente da mura (XIII-XIV secolo), era compresa nel grande quadrilatero che partiva dall'area occidentale di Piazza Garibaldi, difesa da Porta San Giorgio o Due di Coppe, come venne richiamata nel 1829, quando fu ricostruita in forme monumentali, con la gabella del dazio, non avendo ormai più scopo militare; dal Due Di Coppe le mura seguivano il tracciato meridionale di viale Mazzini, piegando per via dei Cappuccini, via Giannina Milli, via Trento e Trieste, risalendo a via Vittorio Veneto (ex via Teatro Vecchio), incrocio con il quartiere Santo Spirito, giungendo a Piazza Martiri della Libertà (precedentemente nota come Piazza di Sopra, poi nel 1860 Piazza Vittorio Emanuele); la strada continuava immettendosi in Piazza della Cittadella (oggi Piazza Martiri Pennesi), fino al termine delle abitazioni sul circuito murario settentrionale, la Circonvallazione Ragusa, al confine con le mura di Porta Melatina (rione San Leonardo); tornando indietro ad ovest, si tornava a Piazza Garibaldi.

Come detto, l'area era pressoché inedificata sino al XVIII secolo, vi erano numerosi orti e giardini di alcuni palazzi nobili, come Casa Delfico (sul corso San Giorgio, da non confondere con Palazzo De Filippis-Delfico), Casa Egidio (corso San Giorgio), il monastero di Sant'Agostino con l'orto murato a nord, il monastero delle Celestine di San Matteo sul corso San Giorgio, demolito nel 1940, la chiesetta di Sant'Anna sul corso (demolita nel XIX secolo), il monastero di San Carlo Borromeo compreso tra via M. Delfico, via Carducci (ex via del Burro), via Vincenzo Comi e via Arco, la chiesa di Santa Lucia, che si trovava lungo viale D'Annunzio, dapprima intitolata alla santa.

La Cittadella di San Giorgio La Cittadella era una piccola fortezza che si trovava nell'attuale Piazza Martiri Pennesi, eretta nel XIII secolo come postazione di difesa del Capitano di Giustizia, che esercitava il governo sulla città per conto del re di Napoli. Vi si rifugiava nei momento turbolenti. La Cittadella divenne nota in un singolare episodio di sangue che coinvolse Teramo.

Alla morte di Alfonso nel 1458, si riaccese in Giosia Acquaviva la bramosia di riprendersi Teramo con l'aiuto dei Mazzaclocchi. Sulla strada per Penne, Giosia fece trucidare il luogotenente alfonsino Raniero, mentre a Teramo venivano eletti 12 magistrati affinché continuassero ad amministrare la regia demanialità e i privilegi concessi da Alfonso. Tre deputati successivamente furono inviati dal nuove re Ferrante I d'Aragona, che confermò i privilegi. Al giuramenti di tutti i principi e baroni del Regno, si astenne Giovanni Antonio Orsini Principe di Taranto, che si alleò con Giosia Acquaviva, facendo sposare sua figlia con il duca Giuliantonio Acquaviva, con dote delle città di Conversano, Barletta, Bitonto. Nacque così una querela tra il sovrano e l'Orsini, aizzato dall'Acquaviva, che voleva a tutti i costi riprendere il dominio su Teramo. E naturalmente da ciò, scaturirono di nuovo i tumulti tra gli ex Melatino e gli Antonelli (Spennati e Mazzaclocchi).I teramani di partito angioini si fortificarono nella rocca di Fornarolo insieme agli Acquaviva. La rocca subì un assedio prontamente respinto, sicché rimpatriati in città alcuni dei Mazzaclocchi, costoro elessero come ambasciatore Marco di Cappella, il quale si recò dal Principe di Taranto, e ricordandogli le promesse fatte agli Acquaviva, pretese che la città di Teramo fosse concessa a Giuliantonio.

Il Palma annota che gli Spennati abbandonarono volontariamente Teramo per non subire rappresaglie, e uno di essi trovandosi presso la chiesa di San Pietro ad Azzano, scrisse sul muro che le città di Teramo, Atri, Silvi, nel maggio 1459 erano caduta all'Acquaviva per le pretese del Principe di Taranto su Ferrante I.N. Palma, Storia ecclesiastica e civile..., II, p. 134Il 17 maggio la cerimonia di giuramento alla presenza del viceré di Ferrante: Matteo di Capua, fu celebrata nella chiesa di San Matteo dentro le mura, nel quale Giosia veniva riconosciuto signore di Teramo, in attesa della maturità di Giuliantonio. Gli equilibri furono turbati dalla ribellione dell'Aquila, sotto il governo di Pietro Lalle Camponeschi, di partito angioino, seguace del Principe di Taranto, che fece issare le bandiere di Renato d'Angiò, inducendo alla ribellione varie altre città degli Abruzzi, mentre il Principe scatenava tumulti nella Puglia. Ferrante I mandò l'esercito, mentre il Camponeschi spediva alle porte di Teramo Giacomo Piccinino, che discese da San Benedetto del Tronto lungo la via Flaminia. Il Piccinino, alleato naturalmente di Giosia Acquaviva, di partito filo-angioino, raggiunse San Flaviano, e da lì conquistò le città di Loreto, Penne e Città Sant'Angelo, raggiungendo Chieti per aspettare le truppe di Giulio da Camerino.Ferrante, grazie alle truppe di papa Pio II, e del Duca Francesco di Milano, comandate da Buoso Sforza, riuscì da nord a togliere i possedimenti a Giosia, iniziando da Castel San Flaviano. La battaglia tra Buoso e il Piccinino fu cruenta, gli eserciti ricacciati al di là del Tordino. Costui tentò un attacco a sorpresa la notte, guadando il fiume, ma il giorno seguente fu respinto dall'accampamento, mentre i campi si popolavano di centinaia di cadaveri. Ritiratosi lo Sforza a Grottammare, il Piccinino ridiscese sotto la Pescara, saccheggiando Chieti, e vari altri feudi. Nella riconciliazione del 1461 di Ferrante con Roberto Sanseverino, indusse il Principe di Taranto a richiamare l'esercito di Matteo di Capua e del Piccinini, evitando altre sciagure nel territorio abruzzese; intanto anche all'Aquila gli animi si calmarono con la tregua siglata da Lalle Camponeschi col Conte di Urbino, capitano generale della coalizione aragonese.

Intanto gli Spennati, vista la buona occasione, si accordarono col viceré di Napoli per riprendersi Teramo, e marciarono sulla città il 17 novembre. Dopo aver preso e saccheggiato San Flaviano, con molte vite uccise per le pretese di potere di questi nobili, l'esercito arrivò in città guadando il fiume Vezzola. Stava per essere aperta Porta Sant'Antonio per fare entrare l'esercito, quando il magistrato impose tre clausole per la capitolazione della città: distruggere la Cittadella una volta presa Teramo, accordare indulti per ogni delitto, conferma dei privilegi concessi da Alfonso. Durante la presa della città, i Mazzaclocchi seppero salvarsi la vita grazie alla fellonia degli stessi, che trovarono rifugio nei conventi e nei cimiteri, mentre le loro donne fingevano di aver sofferto vari soprusi dal governo dell'Acquaviva, in modo da ottenere la clemenza di Ferrante verso i traditori. La Cittadella capitolò l'8 dicembre 1461, il Castellano fu costretto a sloggiare, e venne rimpiazzato da Matteo di Capua con uno nuovo, fedele a Ferrante. Nella descrizione di Niccola Palma doveva essere un robusto maschio, con una torre di controllo in cima, e gli alloggiamenti in basso per le truppe. All'epoca della sua compilazione della Storia ecclesiastica e civile (1832), esistevano ancora frammenti di mura presso Porta San Giorgio. Il torrione era ancora in piedi nel 1792, quando poi la deputazione decise l'abbattimento per migliorare l'ingresso al corso.

La Rocca Acquaviva e la battaglia del 1460 Negli anni 1433-35 Francesco Attendolo Sforza, figlio di Muzio Attendolo, conquistò per Filippo Maria Visconti vari territori delle Marche, strappandoli allo Stato della Chiesa. papa Eugenio IV gli propose di tradire il duca di Milano Filippo Maria, per governare i territori marchigiani come "vicario". Francesco accettò, divenendo una minaccia per Visconti, che si alleò con Alfonso d'Aragona e il barone Giosia Acquaviva. Alfonso oppose allo Sforza il condottiero Niccolò Piccino nel 1437, che già aveva operato una decina d'anni prima nella battaglia dell'Aquila con Braccio da Montone.

Il Piccinino si riunì agli ex bracceschi nella campagna di Roma, sollevò contro Eugenio IV la popolazione, il pontefice riuscì a scappare da Roma, mentre Francesco si riuniva con le truppe di Micheletto Attendolo. Nel frattempo in Abruzzo Giosia fu nominato dal Visconti "luogotenente" e lo esortò ad aiutare Niccolò e ad assalire le terre conquistate dallo Sforza; Giosia mirava a conquistare la nemica Ascoli, e così fece, non sapendo però del doppio gioco dello Sforza e del duca di Milano, che voleva ridimensionare l'espansione del genero. Il Visconti infatti nel 1438 si appacificò con lo Sforza, rompendo l'alleanza con Alfonso d'Aragona, e lo spedì addirittura a Napoli in aiuto del nemico giurato degli Aragona: Renato d'Angiò.Il Visconti inoltre richiamò il Piccinino, temendo un'alleanza con Giosia e Alfonso.

Lo Sforza si vendicò contro Giosia conquistando il castello degli Acquaviva nelle Marche, poi entrò a Teramo, da cui Giosia si era allontanato per chiedere protezione ad Alfonso. I soldati sforzeschi distrussero gli emblemi degli Acquaviva, specialmente quelli della facciata della Cattedrale, le terre dell'agro teramano degli Acquaviva furono confiscate, giungendo sino a Civitella del Tronto. Il Piccinino nel frattempo attaccava l'Umbria per volere del duca di Milano, venendo però sconfitto ad Anghiari da Micheletto Attendolo.Alfonso nel frattempo riconquistava i territori teramani, entrando nella città si scontrò contro Maarco Raniero, tribuno della plebe, che millantava la libertà della città dal gioco degli Acquaviva; costui parlò pubblicamente ad Alfonso chiedendo la libertà di Teramo, e il permesso fu accordato, non venendo infeudata a Giosia.