Il cappotto è un film del 1952 diretto da Alberto Lattuada, tratto da un racconto di Nikolaj Gogol' e interpretato, in un ruolo insolitamente drammatico, da Renato Rascel.
Trama
Pavia, anni trenta. Lo scrivano comunale Carmine De Carmine conduce una vita assai modesta. Abita in una camera a pensione; lavora con impegno e diligenza, ma viene continuamente mortificato dal segretario generale del comune e dal podestà, un ambizioso e corrotto politicante, nonché marito infedele. Col suo magro stipendio non riesce a comprare il cappotto nuovo di cui avrebbe bisogno. Un giorno Carmine ossequia per strada una donna bella ed elegante, sua dirimpettaia, da cui si sente attratto, eppure ella, senza neppure guardarlo in volto, lo scambia per un mendicante e gli dona una banconota in elemosina; a quel punto Carmine, subita quell'estrema umiliazione dovuta principalmente al suo abbigliamento ormai logoro, si decide a spendere i suoi risparmi di una vita e corre dal sarto ad ordinare un nuovo cappotto su misura, con collo di pelliccia. I soldi non sono del tutto sufficienti, ma bastano per un acconto.
Sul lavoro, Carmine assiste per caso ad un colloquio compromettente in cui degli imprenditori promettono una tangente al segretario, e costui per tenerselo buono, gli promette un cospicuo premio di produttività. Intanto il cappotto è pronto e gli sta a pennello e Carmine lo indossa con soddisfazione, passeggiando per tutta la città (seguito a distanza dal sarto, orgogliosissimo del suo lavoro). A capodanno, sempre indossando il suo prezioso acquisto, si reca al ricevimento organizzato dal segretario generale. Lì, rivede la stessa bellissima signora che gli aveva regalato il denaro e che è in realtà l'amante del sindaco, anche se Carmine non lo sa. Alticcio per i numerosi brindisi, fa un discorso a favore dei concittadini poveri e disagiati (i quali spesso gli chiedevano di intercedere per loro presso il sindaco), accolto però con scherno dai colleghi e con freddezza dal sindaco. Poi, prima di andare via, fa un giro di valzer con la bella donna.
Dopo la festa, Carmine si avvia verso casa ed adesso finalmente si sente un uomo realizzato, ma strada facendo viene aggredito da un vagabondo che lo deruba del cappotto. Disperato, chiede aiuto ma si trova di fronte all'indifferenza della gente (vigili, poliziotti, funzionari comunali) e soprattutto del sindaco, che si rifiuta di aiutarlo. Avvilito e disperato, Carmine patisce un esaurimento nervoso che lo debilita fino alla morte.
Solo dopo la morte, Carmine riuscirà finalmente a prevalere: disturba con il suo funerale una pomposa cerimonia pubblica officiata dal sindaco; poi ritorna come fantasma per le strade della città a reclamare giustizia, terrorizzando i cittadini con la sua voce e divertendosi a spogliarli dei loro soprabiti nelle fredde e nebbiose serate d'inverno. In seguito, si reca a casa dell'amante del sindaco per disturbare la loro intimità. Ed infine, appare al sindaco stesso e lo spaventa, fino a spingerlo ad un tardivo ma sincero pentimento.
Realizzazione del film Soggetto e sceneggiatura Il cappotto è tratto dall'omonimo racconto di Gogol' pubblicato nel 1842. Lattuada così spiegò la sua scelta: «Mi sono rivolto ad uno scrittore classico russo perché i caratteri del suo racconto sono caratteri universali ed esemplari e quindi i valori della storia raccontata da Gogol sono validi in qualunque parte del mondo ed in qualunque tempo [cioè] la tirannia e la cecità burocraticaCinema, n.86 del 15 maggio 1952».
Quanto alla sceneggiatura, esistono differenti versioni intorno agli effettivi autori. Al di là dei molti nomi che appaiono nei titoli di testa. Lattuada ha ricordato che «Zavattini figurò nei crediti perché aveva partecipato a delle conversazioni di sceneggiatura abbastanza lunghe, ma senza mai scrivere nienteI film di Alberto Lattuada, cit. in bibliografia, p.55.». Molti anni dopo, egli attribuirà tale lavoro a Luigi Malerba, con cui collaborarono Giorgio Prosperi e Leonardo Sinisgalli, importante letterato del tempoLattuada nella monografia Il cappotto, cit. in bibliografia, p.21., mentre Giordano Corsi, uno dei produttori, ricorda invece che «in realtà il testo della sceneggiatura fu in gran parte scritto da Giorgio Prosperi, i nomi di Zavattini e di Sinisgalli furono più che altro inseriti per aumentare il prestigio del castCorsi nella monografia Il cappotto, cit. in bibliografia, p.26.».
La sceneggiatura presenta alcune modifiche rispetto al racconto, anche se non essenziali secondo Lattuada: «Al testo originale, per necessità di condotta spettacolare, sono state apportate molte modifiche: una idea nuova aggiunta è quella del funerale dell'impiegato. Nella riduzione cinematografica l'accento non è caduto sul facile trucco di esibire il fantasma del protagonista (ma) lo sforzo costante è stato quello di essere fedelissimo allo spirito del racconto, non smentirne mai il tono semplice, dimesso ed umanissimo, rispettare gli snodi fondamentali della storia».
Produzione A realizzare Il cappotto fu la "Faro film", società fondata nel 1950, a Messina, ad opera di un gruppo di appassionati di cinema, ed inizialmente dedita alla realizzazione di documentari (a quel tempo redditizi grazie alle provvidenze governativeCfr. editoriale di Cinema, n. 30 del 15 gennaio 1950. ). Con i notevoli proventi di tale attività, i soci decisero di intraprendere la strada dei lungometraggi ed a tal fine venne inizialmente contattato il regista Luigi Comencini, col quale però non ci fu accordo sul soggetto e sulle modalità di sceneggiaturaMonografia Il cappotto, cit. in bibliografia, p.23.. Lattuada, che proprio in quel periodo aveva abbandonato, dopo anni di collaborazione, il rapporto con la "Lux", accettò l'incarico («erano abbastanza ricchi - ha scritto - ma digiuni di cinema; dei grandi lettori, che amavano Gogol e volevano trasferirlo al cinema».), che poi proseguirà anche con un altro film. Inoltre il regista milanese veniva dal cospicuo risultato commerciale di Anna e ciò «consente a Lattuada di mettere in cantiere la sua opera più importanteCamerini, cit. in bibliografia, p.37 e seg.». La vita produttiva della "Faro film" fu comunque abbastanza modesta, dato che, dopo Il cappotto, dal 1953 al 1960 realizzò solo altre quattro pellicole minoriCfr. Le città del cinema, Roma, Napoleone, 1979, p.446.. La produzione fu diretta da Bianca Lattuada, sorella del regista, il quale coinvolse nel film anche il padre, Felice Lattuada, autore delle musiche.
Riprese Gli interni del film furono girati presso gli stabilimenti romani della Titanus alla Farnesina, mentre per gli esterni la produzione si trasferì a Pavia. Inizialmente, nella prima versione della sceneggiatura la città individuata per tale scopo era Lucca, che poi diventò genericamente "una città del nord" ed, infine, dopo aver rinunciato a ricostruire in studio una città immaginaria, fu scelta Pavia, anche in funzione degli altri impegni professionali di Rascel, che stava recitando in un teatro della vicina MilanoMonografia Il cappotto, p.228.. Lattuada rivendicò la corretta ambientazione dovuta alla scelta di quella città, ricordando che a Cannes egli ne ricevette i complimenti della delegazione dell'Unione Sovietica. Le riprese iniziarono il 5 gennaio 1952 e terminarono a fine febbraio dello stesso annoNotizia in Cinema, n. 81 del 1º marzo 1952. Inaspettatamente quell'anno a Pavia non nevicò – la neve era un elemento essenziale dell'ambientazione scenografica - e «tutta la neve che si vede nel film è artificiale, a tonnellateFranco Mirabile nella monografia Il cappotto, p.23.».
Interpreti
Il cappotto si basa sull'intensa prova drammatica di Renato Rascel, che rappresentò una sorpresa, trattandosi di un attore che proveniva dal mondo della rivista leggera. A seguito di una visita al "set" di Pavia, mentre il film era in lavorazione, Ezio Colombo diede corpo a queste riserve definendolo «uno strano attore di rivista, giunto allo schermo attraverso la porta meno nobile del nostro cinema, con la fioritura delle cosiddette pellicole comiche, la cui ricetta è composta dalla carne di una qualsiasi Pampanini, [anche se] sugli altri comici Rascel ha un apprezzabile vantaggio, di non ricorrere mai al colpo basso della volgarità pornograficaCinema, n.80 del 15 febbraio 1952.».
Inizialmente Lattuada pensa a Totò, ma scarta l'idea perché «non è sicuro di poterlo domare, controllare, di riuscire a modificare il suo personaggio, ormai troppo definito e troppo amato, così com'era, dal pubblico, (mentre) la tiritera ingarbugliata, labirintica per cui Rascel andava famoso si attagliano perfettamente al personaggio che egli deve interpretare». Curiosamente lo stesso Rascel raccontò di essere stato vittima, durante uno spettacolo teatrale cui prendeva parte in quel periodo, del furto di un cappotto nuovoL'episodio è raccontato nel libro Tutto Rascel, cit. in bibliografia, p.10..
«Ho voluto io Rascel – ha scritto Lattuada molti anni dopo - perché aveva l'aria di un topolino furbo, per questo ho deciso di provarlo con un paio di baffetti (...) il mio modello, nell'usarlo come attore comico, era un po' Chaplin, ma soprattutto Buster Keaton. Ma sarà soprattutto il richiamo a Chaplin ad essere poi evocato da numerosi commentatori. Secondo Ettore Zocaro, «Lattuada lo chiamò intuendo le sue possibilità drammatiche. (...) Il successo filmico fu confortato dagli applausi di Cannes e dagli elogi della maggior parte della critica, che lo salutò come una rivelazione definendolo "creatura charlottiana", un "Candido" della nostra era che si aggira alla maniera di un eroe di Cervantes.Zocaro nella monografia Il cappotto, p.44.».
Dopo aver sfiorato la premiazione a Cannes, l'interpretazione di Rascel ebbe il riconoscimento del "Nastro d'argento" quale miglior protagonista nella stagione 1952-1953 con la motivazione della «estrosa collaborazione data al regista Alberto Lattuada nel comporre il personaggio principale del film Il cappotto». Sull'onda delle lodi ricevute, Rascel volle riproporre l'anno successivo un altro personaggio gogoliano dirigendo se stesso ne La passeggiata, ma senza riuscire a replicare il successo de Il cappotto e quella restò la sua unica prova registica.
Doppiaggio Insolitamente per il periodo, Lattuada scelse di girare tutto il film in presa diretta. Questo consentì di ascoltare forse per l'unica volta la vera voce di Yvonne Sanson
Accoglienza La prima rappresentazione italiana del film si tenne al Cinema Metropolitan di Montecatini Terme la sera del 3 ottobre 1952Monografia Il cappotto, cit. in bibliografia, p.227., anche se poi il film iniziò a circolare nelle sale a partire dal dicembre 1952, Ma ancora prima di allora Il cappotto (che aveva ottenuto il visto di censura il 17 giugno 1952) percorse un lungo itinerario internazionale, con alterna fortuna.
Delusione a Cannes Il primo incontro col pubblico avvenne al Festival di Cannes, nel maggio del '52, dove Il cappotto ottenne una «caldissima accoglienza da parte di un pubblico vibrante al delicato umorismo elegiaco di questa nuova opera, tra le più alte sinora realizzate dal registaCorrispondenza di Piero Gadda Conti, La Stampa del 9 maggio 1952.». Il film e Rascel sfiorarono la premiazione, ma senza riuscirvi. «Per Lattuada - ha scritto Guido Aristarco - si batterono André Lang ed altri membri della giuria. Visto vano ogni loro tentativo, ottennero in cambio che all'Italia fosse assegnato il diploma per la migliore selezione. Alla fine fu Due soldi di speranza di Renato Castellani, che si aggiudicò il "Gran Premio" della Giuria ex aequo con Otello di Orson Welles mentre Rascel dovette cedere all'ultimo momento di fronte a Marlon Brando, attore di straordinaria forza in Viva Zapata!».
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