Responsabile del disastro del Vajont, assieme ai suoi colleghi e ai vertici della SADE, trascorse due anni in carcere e, una volta liberato, passò il resto della vita sentendosi innocente.
Biografia La famiglia Nato ad Asolo, in provincia di Treviso, era il primo figlio del ragioniere Luigi Biadene, direttore della banca popolare locale, e di Maria Maddalena Dall'Armi.Annuario delle banche italiane guida statistico monografica industria bancaria, 1917, p. 164.Congresso delle banche popolari italiane, Atti del congresso delle banche popolari italiane, 1908, p. 20.Who's who in Europe, International Publications Service, p. 239.Who's who in Italy, 1958, p. 115. Portava lo stesso nome del nonno paterno e veniva detto "Nino" dagli amici.Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali e sottufficiali del Regio esercito e nel personale dell'amministrazione militare, 1929, p. 2266. Aveva una sorella, Maria Luigia, e un fratello, il socialista trevigiano Leandro Biadene.Italia: Ministero di grazia e giustizia, Bollettino ufficiale del Ministero di grazia e giustizia, 1942, p. 603.Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali e sottufficiali del Regio esercito e nel personale civile dell'amministrazione della guerra, 1943, p. 1505.Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali e sottufficiali del Regio esercito e nel personale civile dell'amministrazione della guerra, 1939, p. 210.Venetica, Aldo Francisci Editore, 1995, p. 166. Era residente a Venezia, nel sestiere Dorsoduro, al civico 1249.
L'alpinismo Il suo sport era lo sci ed era amico dell'ambiente di lavoro nella città capoluogo, Belluno, degli alpinisti agordini Attilio Tissi e Giovanni Andrich,Alberto M. Franco, La via della montagna: evoluzione del significato della scalata nelle Dolomiti, palestra dell'alpinismo mondiale, Antilia, 2002, pp. 80-81. nonché il letterato della compagnia. Il 24 agosto 1926, nel gruppo del Sassolungo, in coppia con Giovanni Galanti, insieme a Umberto Banchieri e un esule armeno, Ohannés Gurekian, che possedeva una buona esperienza di montagna, compì la rinomata ascensione alla Punta delle Cinque Dita (m 2996) per la via del camino Schmitt e della variante Dimai, ritornando in vetta ai Denti di Satanasso quattro giorni dopo. Biadene e Galanti furono gregari e testimoni oculari della salita che Gurekian e Banchieri compirono il 27 agosto, scalando la parete sud-est dei Lastei d'Agnèr per i famosi "Piombi".
Nel 1930, dopo che aveva trovato l'occasione per risvegliare in loro una passione latente, era quindi soprattutto Biadene che aveva fatto venire lo stimolo alla frequentazione della montagna per Tissi e Andrich, in una sezione del CAI tutt'altro che attiva. In Agordo si volevano allora festeggiare le nozze imminenti tra il principe Umberto di Savoia e Maria José del Belgio. Qualcuno aveva proposto di dedicare alla principessa una delle Pale di San Lucano, che con la vetta dell'Agner costituivano lo sfondo dell'amena cittadina, proprio perché figlia del re alpinista Alberto I, ma qualche altro, più oculato, aveva osservato che battezzare una cima senza nemmeno averla salita, a maggior ragione se a scalarla fossero poi stati dei forestieri, sarebbe stato come fare una dedica su un libro bianco che magari avrebbe scritto un altro. Fu l'occasione per rinverdire le schiere alpinistiche locali. Tissi, Andrich, Biadene e Gurekian programmarono la scalata, ma per motivi vari gli ultimi due, al momento buono, si trovarono nelle condizioni di non poter far parte della cordata.
Nell'agosto dello stesso anno, dopo il successo sulla via Preuss alla Cima Piccolissima di Lavaredo, Tissi e Andrich decisero di tentare la prima ripetizione italiana, dopo sei cordate tedesche, della via Solleder-Lettenbauer al Civetta. L'impresa, a quel tempo particolarmente rispettabile e tutt'altro che consueta ad arrampicatori italiani, gli suscitò vero e proprio entusiasmo, e venne fuori con un discorso un po' matto, ma che, apparentemente, non fece una grinza: «State a sentire: in due ore o poco più avete fatto la Preuss. La "direttissima" della Civetta è, su per giù, come sei Preuss una sopra l'altra. "Ergo", in una quindicina di ore o giù di lì dovreste farcela tranquillamente!».
La carriera Divenuto ingegnere dopo gli studi alla Regia Università degli Studi di Padova,Università di Padova, Annuario della R. Università degli studi di Padova, 1923, p. 187. prima di essere assunto alla SADE con la qualifica di ingegnere di cantiere, progettò irrigazione e costruzione, lavorò in Eritrea e a lavori ferroviari in Iran, in zone impervie. In Italia, supervisionò la realizzazione di impianti idroelettrici. Fece parte del consiglio di amministrazione della Società Anonima Mineraria Coloniale Italiana (SAMOI), con sede a Milano.Notizie statistiche Società italiane per azioni, 1940, p. 302.L'industria mineraria bollettino mensile della Federazione nazionale fascista dell'industria mineraria, 1936, p. 406.
Nel 1944, durante la direzione lavori dell'impianto del Lumiei, inviò materiale di vario genere e mise a disposizione i propri automezzi per i trasporti in Carnia.Giannino Angeli, Natalino Candotti, Carnia libera: la repubblica partigiana del Friuli (estate autunno 1944), Del Bianco, 1971, p. 39. Fu premiato Commendatore della Repubblica italiana. Nel 1949, fu uno degli undici professionisti che dettero vita al Rotary Club di Belluno, e lo presiedette nel 1954-55.
Nel gennaio 1951, insieme a Mario Pancini, mandò una comunicazione al quarto congresso delle grandi dighe di Nuova Delhi, in cui presentava i risultati di dieci anni di sperimentazione in laboratorio, sui vantaggi e gli svantaggi dei cementi per calcestruzzo di massa con le pozzolane, e la sua applicazione alla diga del Lumiei e di Pieve di Cadore.Joaquín Díes-Cascón Sagrado, Ingeniería de Presas: Presas de Fábrica, 2001, pp. 86-87.
Nel 1955, divenne vicedirettore generale del servizio costruzioni idrauliche, con particolare incarico di occuparsi degli uffici lavori. Mentre l'ingegnere Carlo Semenza si occupava sempre della progettazione e dei rapporti burocratici, la sua attività era proiettata verso la periferia della SADE, cioè verso i cantieri. Nel 1957-58, collaborò con Semenza per la progettazione e costruzione della grande diga di Kurobe, la più alta del Giappone. Aveva anche collaborato per la progettazione delle dighe di Sauris, Valle di Cadore, Fedaia e Mis.
Nel 1960, l'ingegnere Mario Mainardis lasciò il servizio e Biadene gli succedette nella direzione dell'Azienda idroelettrica, trasformata nell'occasione in Azienda produzione energia, che, per la parte amministrativa, veniva ad avere sotto di sé il servizio costruzioni idrauliche. Poiché Semenza si sarebbe venuto a trovare alle sue dipendenze, almeno amministrativamente, venne nominato condirettore del servizio costruzioni idrauliche. Semenza rimase a capo del servizio e ritenne opportuno mantenere nei suoi confronti il rapporto di dipendenza già esistente, occupandosi dell'esercizio di centrali idrauliche e termiche e dell'amministrazione relativa.
Il 30 ottobre 1961, alla morte di Semenza, di cui era stato a lungo il collaboratore di fiducia e da questi elevato al grado di condirettore, prese il suo ruolo di direttore del servizio costruzioni idrauliche e, nel gennaio 1962, come vice direttore generale Enel-Sade, e anche direttore dell'ufficio produzione ed energia dell'Enel. Biadene era noto per l'irruente determinazione con la quale affrontava le situazioni più critiche.Cameri, p. 83. Non esitava un solo istante a curare gli interessi della SADE, che erano spesso in contrasto con le richieste dei rappresentanti sindacali, ma riconosceva senza riserve il valore del personale da lui dipendente, tanto da definire la provincia di Belluno come "un vivaio di ottimi operai".Cameri, pp. 84-85.
Più che un ingegnere era un burocrate, ma come successore del suo grande amico e maestro, pur dotato di grandi capacità manageriali, non era preparato né tecnicamente né psicologicamente a una così pesante eredità.Cameri, pp. 86-87.
Il disastro del Vajont Il 15 novembre 1960, durante una riunione in cantiere per la frana del 4 novembre, egli stesso scrisse categorico in una sua relazione che l'innalzamento dell'acqua era pericoloso, facendo notare che, siccome la prima preoccupazione doveva essere quella di garantire l'incolumità delle persone che abitavano nella valle, era necessario abbassare il livello del serbatoio in modo che, se fosse avvenuto un franamento di grande entità che avesse creato delle ondate, queste non avrebbero potuto assolutamente raggiungere la zona abitata.Alessandro Mantelero, Il ruolo dello Stato nelle dinamiche della responsabilità civile da danni di massa, 2013, pp. 154-155.Passi, p. 59.
Riteneva ormai di sapere quanto bastava per gestire il bacino in sicurezza in attesa della caduta, ritenuta inevitabile, della frana. Progressivamente, rinunciò alle consulenze geologiche dettagliate di Edoardo Semenza e Leopold Müller, e si affidò esclusivamente alle valutazioni errate ipotizzate con simulazioni su modellino eseguite da Augusto Ghetti dell'università di Padova. Fu lui a dare istruzioni di alzare la quota dell'invaso della diga del Vajont a 710 metri. Durante il processo, dichiarò che i consulenti della SADE non lo avevano mai avvertito dei pericoli che avrebbe corso la popolazione.
Nel marzo 1962, pur tenendo conto della situazione, nelle varie relazioni quindicinali che inviava al ministero dei lavori pubblici, omise di riportare o minimizzò i continui segnali di pericolo che provenivano dal monte Toc: smottamenti, strani rombi e scosse sismiche registrate dalle sofisticate apparecchiature montate alla diga. Il 12 settembre 1963, definì "affermazioni piuttosto azzardate" gli allarmi lanciati dal sindaco di Erto e, per tranquillizzare gli ertani, si richiamò agli studi geologici eseguiti a suo tempo dal defunto Giorgio Dal Piaz.
Vista la velocità in aumento della frana, il 26 settembre, si fece prendere dal panico e decise di abbassare il livello del lago sotto quota 700, il limite di sicurezza definito dalle prove sul modellino di Nove di Vittorio Veneto, prima che la montagna vi crollasse dentro. Si rese conto perfettamente della situazione, anche se ne ignorava la portata, ma intervenne soltanto trentasei ore prima del disastro, cercando di far avvertire gli ertani per provvedere allo sgombero del paese.
La mattina del 9 ottobre, vista la giustificabile situazione, mandò una lettera al suo vice Pancini, ordinandogli di rientrare dalle ferie negli Stati Uniti, scritta dalla dattilografa sull'ancora vecchia carta della SADE, ma con un P.S. vergato a mano da lui stesso, per il quale non restava che affidarsi alla provvidenza: "Che Iddio ce la mandi buona".Reberschak, pp. 427-428.
Nel tardo pomeriggio, alle 17.50, riuscì a telefonare al geologo Francesco Penta, che era a Roma, per comunicargli che le velocità del movimento della frana erano aumentate, e che riteneva necessaria una sua visita. Penta rispose che gli era impossibile, ma aveva disposto che sarebbe andato il suo assistente, Franco Esu, raccomandandogli calma e di "non medicarci la testa prima di essercela rotta".Reberschak, pp. 429-430.