Il Museo archeologico nazionale di Vulci è un museo statale italiano che ha sede nel castello dell'Abbadia, sulla riva sinistra del Fiora, nel territorio di Canino, in provincia di Viterbo. Vi sono conservati i materiali provenienti dall'area urbana e dalle necropoli dell'antica città etrusca e romana di Vulci, che si estende sulla sponda opposta del fiume.. Ricade all'interno del parco naturalistico archeologico, di cui costituisce una delle tre "porte" previste dalla convenzione istitutiva del 1999.. È un istituto statale, inserito nel sistema museale già facente capo al Polo museale del Lazio e oggi alla Direzione regionale Musei Lazio.

La sede

Il castello dell'Abbadia sorge a guardia del ponte sul Fiora ed è attestato fin dal IX secolo, quando sul sito si trovava l'abbazia benedettina fortificata di San Mamiliano, da cui deriva il nome. Assegnato ai Farnese nel 1430, deve con ogni probabilità al cardinale Alessandro Farnese il corpo di fabbrica attuale; caduto il Ducato di Castro tornò alla Camera Apostolica e funzionò da dogana pontificia verso il Granducato di Toscana. Nell'Ottocento appartenne a Luciano Bonaparte e, dal 1853, ai Torlonia; negli anni Sessanta del Novecento fu acquisito dallo Stato proprio per ospitarvi il museo.

Storia L'Ufficio Scavi e l'antiquarium La destinazione museale del castello nasce da un'esigenza di tutela. Nel 1951 la riforma fondiaria dell'Ente Maremma aveva smembrato le grandi proprietà dei Guglielmi e dei Torlonia in una miriade di piccoli lotti assegnati a coltivatori: la meccanizzazione dei lavori agricoli e il dissodamento dei terreni che ne seguirono innescarono a Vulci, come negli altri grandi centri etruschi, il fenomeno degli scavi clandestini, che dagli anni Cinquanta assunse proporzioni imponenti.. Per farvi fronte il soprintendente Renato Bartoccini avviò nel 1956 una vasta campagna di indagini, concentrata soprattutto sull'area urbana che proprio in quegli anni veniva acquisita al demanio.

A sostegno delle ricerche fu istituito l'Ufficio Scavi di Vulci, che trovò sede nel castello della Badia e fu dotato di un piccolo antiquarium: dalla fine degli anni Cinquanta l'edificio isolato in aperta campagna divenne un presidio di legalità, con custodi e assistenti che tenevano d'occhio i lavori agricoli e affrontavano quasi ogni notte i clandestini all'opera nelle necropoli, tanto che negli anni Sessanta vi fu ottenuta anche una postazione fissa della Guardia di Finanza, soppressa agli inizi del decennio successivo..

La fondazione del museo L'inaugurazione ufficiale avvenne il 2 giugno 1975, mentre a Vulci si teneva il X Convegno di studi etruschi e italici.. La sua istituzione rientrava nel disegno, elaborato negli anni Sessanta dal soprintendente Mario Moretti e proseguito dai successori, di affiancare al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia una rete di musei satelliti destinati a illustrare in modo più articolato le specificità dei singoli centri e distretti dell'Etruria meridionale.

Curarono il progetto di allestimento gli architetti P. Moretti e F. Correnti, con la direzione scientifica di Mario Moretti e con il criterio di una sobrietà misurata sull'austerità dell'edificio. Il percorso occupava entrambi i piani dell'ala nord-occidentale e seguiva un ordine cronologico, dalle testimonianze più antiche fino alla romanizzazione.. L'apertura del museo rappresentò una svolta anche per la ricerca, perché mise a disposizione degli archeologi una base operativa adeguata all'importanza del sito.

La mostra degli affreschi della tomba François Il ciclo pittorico della tomba François, staccato nel 1863 per volere di Alessandro Torlonia e da allora di proprietà della famiglia, fu ricomposto in un modello a grandezza naturale ed esposto per intero fra il 2003 e il 2005, prima ad Amburgo e poi nel castello della Badia, con la mostra Eroi etruschi e miti greci: un ritorno temporaneo dei dipinti nel loro contesto di provenienza, che ha alimentato la richiesta, sostenuta dal parco e dalle amministrazioni di Canino e Montalto di Castro, di renderli stabilmente accessibili..

Il riallestimento del 2015-2016

Fra il 2015 e il 2016 la Soprintendenza realizzò un nuovo allestimento, reso possibile da fondi ministeriali stanziati anzitutto per il restauro e il consolidamento del vicino ponte della Badia, gravemente danneggiato dalle piene del Fiora del novembre 2012 e dell'ottobre 2014, e da un contributo del comune di Montalto di Castro. Il museo rinnovato fu riaperto al pubblico il 29 giugno 2016. L'intervento, coordinato dalla soprintendente Alfonsina Russo su progetto di Simona Carosi e Patrizia Petitti, rivide integralmente l'impostazione museografica precedente, che pure era stata aggiornata fino ai primi anni Duemila con le acquisizioni provenienti dagli interventi sul territorio e dalle riscoperte nei depositi.

Per liberare ambienti da destinare alle esposizioni temporanee, la permanente fu concentrata al solo piano superiore.Carosi e Conti indicano il secondo piano; la scheda divulgativa curata dalla Soprintendenza parla invece del primo piano. La discordanza dipende con ogni probabilità dal diverso modo di numerare i livelli del castello. Il piano terra era già destinato alle esposizioni temporanee dal 2012: vi si sono succedute, fra le altre, La Sfinge (2012) e Principi immortali (2014), dedicate alle indagini condotte all'Osteria fra il 2011 e il 2013, l'edizione vulcente di Il patrimonio ritrovato (2013), incentrata sui materiali del sequestro Medici, Frutti d'oro e d'argento. La spiga e l'ulivo (2015) e Il Mitreo di Vulci (2016)..

Il percorso espositivo

Il criterio adottato nel riallestimento rovescia l'impostazione tradizionale: non un'esposizione di materiali, ma una successione di racconti storici, pensata per essere comprensibile anche a un pubblico non specialistico.. I reperti sono collocati entro scenari evocativi, dal carico di una nave alla camera di un ipogeo, alla ricostruzione di un sepolcreto villanoviano, e accompagnati da immagini ricostruttive: diventano così lo strumento della comunicazione museale e non più il suo oggetto, con l'intento di far entrare il visitatore dentro la vicenda della città e dei suoi abitanti. I temi privilegiati sono i due che meglio definiscono Vulci, cioè il suo inserimento nei circuiti del Mediterraneo e il suo carattere di grande centro produttivo.

Le prime tre sale scandiscono la sequenza: alla ricostruzione di una necropoli villanoviana segue la sala dedicata all'orientalizzante, evocata attraverso la suggestione di una tomba a camera, e quindi quella riservata al commercio etrusco e alle produzioni di età arcaica..

Le collezioni

Il nucleo delle raccolte è tuttora costituito dai materiali provenienti dagli scavi e dai recuperi effettuati fra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, la cui storia coincide con quella dell'attività di tutela di quegli stessi anni..

Un peso particolare vi hanno le concessioni di scavo rilasciate a privati per arginare gli scavi abusivi, ai sensi della normativa allora vigente. Le indagini della società Hercle, autorizzate alla fine del 1961 e concluse nel settembre 1963, interessarono tre appezzamenti dell'Ente Maremma al centro della necropoli dell'Osteria: ne uscirono centottantuno corredi e un gran numero di tombe a camera con vestibolo a cielo aperto di VII e VI secolo a.C.; a conclusione delle indagini il materiale fu ripartito fra lo Stato, la società concessionaria e l'ente proprietario dei terreni.. La quota spettante allo Stato, circa ottanta corredi e alcuni gruppi di materiale sporadico, è conservata in massima parte al castello della Badia e resta in gran parte inedita.. Analoga sorte ebbero i cinquantatré corredi recuperati nel 1962 da Francesco Paolo Bongiovì, in terreni verosimilmente contigui e senza alcuna documentazione di scavo: anche in questo caso la parte assegnata allo Stato è custodita nei depositi del museo ed è nota solo parzialmente..

Le quote cedute ai concessionari conobbero invece una dispersione capillare. Materiali degli scavi Hercle furono esposti e messi in vendita a Bochum nel 1963, entrarono nel 1964 nella raccolta archeologica della Camera dei deputati, furono acquistati nel 1965 dal Rijksmuseum van Oudheden di Leida e nel 1966 dal museo nazionale di Copenaghen, confluirono al Medelhavsmuseet di Stoccolma e al Penn Museum di Filadelfia, oltre a transitare in gran numero sul mercato antiquario..

Alle raccolte del castello appartennero a lungo anche le due basi di sarcofago in nenfro configurate ad avantreno di toro provenienti dalla tomba dei Tarnas, nella necropoli di Ponte Rotto: rimaste per anni nell'ipogeo, furono rimosse dopo che negli anni Cinquanta una delle teste taurine venne asportata da ignoti e recuperata pochi giorni dopo, e restarono esposte al museo fino al 2009, quando furono trasferite a Canino..

A partire dagli anni Ottanta la Soprintendenza ha avviato un programma di revisione dei complessi conservati nei depositi e di rilettura della documentazione d'archivio, che ha restituito dignità documentaria a molti gruppi di materiali e ha accompagnato il riallestimento del museo; dal 2016 il programma si è esteso a una ricognizione sistematica dei reperti e dei documenti relativi agli scavi Hercle e Bongiovì, dispersi fra archivi, collezioni e musei stranieri..

Il sistema museale

L'atto del 1999 che ha istituito il parco naturalistico archeologico assegna al museo nazionale un ruolo entro una rete più ampia, che lo affianca a due musei civici nei centri moderni di Canino e di Montalto di Castro: i tre istituti sono pensati come "porte del parco", ciascuna con un proprio taglio tematico all'interno di un unico itinerario di visita.. Nel disegno originario al castello della Badia spetta il racconto dell'evoluzione storica del sito, all'ex convento di San Francesco a Canino la storia degli scavi, e al complesso di Masse San Sisto a Montalto di Castro, non ancora realizzato, la scultura e le altre produzioni artigianali e artistiche della città antica.

Il Museo della Ricerca Archeologica di Vulci, istituito dal comune di Canino nel 2012 e allestito nell'ex convento rinascimentale dei frati minori osservanti, è dedicato alla vicenda degli scavi vulcenti, dagli esploratori ottocenteschi agli archeologi contemporanei, e ne documenta le conseguenze sul patrimonio attraverso riproduzioni, plastici e postazioni video: fra i pezzi esposti figurano la copia dell'anfora di Exekias con Achille e Aiace che giocano ai dadi, donata dai Candelori a papa Gregorio XVI dopo la scoperta del 1834, la ricostruzione in scala reale dell'ambiente centrale della tomba François realizzata sulle copie eseguite in situ da Carlo Ruspi fra il 1861 e il 1862, i materiali della tomba del Delfino e il deposito votivo di Banditella..

Note Note esplicative

Note bibliografiche

Bibliografia

Voci correlate Vulci Parco naturalistico archeologico di Vulci Castello dell'Abbadia Museo nazionale etrusco di Villa Giulia Tomba François

Altri progetti

Collegamenti esterni

Categoria:Musei archeologici del Lazio Categoria:Musei della provincia di Viterbo Categoria:Vulci Categoria:Musei statali italiani Categoria:Musei etruschi