Il De grammatica ("Sulla grammatica") è un trattato di Agostino di Ippona che ha per oggetto una delle arti del Trivio.

Genesi dell'opera L’opera si colloca all’interno del più ampio progetto dei disciplinarum libri che Agostino ricorda in un passo delle Ritrattazioni (I, 6):

Nel medesimo torno di tempo in cui soggiornavo a Milano in attesa di ricevere il battesimo tentai anche di portare avanti un'opera in più libri sulle discipline, coinvolgendo nella discussione, attraverso la tecnica dell'interrogazione, le persone che erano con me e che non rifuggivano da quel tipo di interessi. Mi ripromettevo così, seguendo un ben articolato e graduale percorso, di giungere io stesso e di condurre gli altri alla conoscenza delle realtà incorporee passando prima attraverso quelle corporee. Di quel progetto sono però riuscito a condurre a termine solo il libro su La grammatica, che non ho più trovato nel mio armadio, e sei libri su La musica limitati a quella parte che prende il nome di ritmo. Ho scritto questi sei libri da battezzato, dopo essere rientrato in Africa dall'Italia: in quel di Milano infatti avevo appena abbordato la trattazione di tale disciplina. Delle altre cinque discipline, alle quali avevo pure posto mano in quella medesima circostanza, vale a dire la dialettica, la retorica, la geometria, l'aritmetica, la filosofia, sono rimasti solo gli inizi appena abbozzati, anch'essi scomparsi dall'armadio, ma che suppongo siano ancora in possesso di qualcuno.Retr. 1,6: Per idem tempus, quo Mediolani fui baptismum percepturus, etiam Disciplinarum libros conatus sum scribere, interrogans eos qui mecum erant atque ab huiusmodi studiis non abhorrebant; per corporalia cupiens ad incorporalia quibusdam quasi passibus certis vel pervenire vel ducere. Sed earum solum De grammatica librum absolvere potui, quem postea de armario nostro perdidi, et De musica sex volumina, quantum attinet ad eam partem quae rithmus vocatur. Sed eosdem sex libros iam baptizatus iamque ex Italia regressus in Africam scripsi, inchoaveram quippe tantummodo istam apud Mediolanum disciplinam. De aliis vero quinque disciplinis illic similiter inchoatis - de dialectica, de rethorica, de geometria, de arithmetica, de philosophia - sola principia remanserunt, quae tamen etiam ipsa perdidimus; sed haberi ab aliquibus existimo.

Il brano fornisce indicazioni in merito alla data di composizione del trattato, coincidente con il soggiorno milanese immediatamente precedente al battesimo del 387 d.C.. L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare a una consapevolezza delle realtà immateriali attraverso quelle materialiPer corporalia cupiens ad incorporalia…passibus certis pervenire., vale a dire attraverso lo studio delle arti liberali che avrebbero, successivamente, composto il trivio e il quadrivio. Dei libri avviati concernenti la dialettica, la retorica, la geometria, l’aritmetica e la filosofia furono scritte esclusivamente le sezioni introduttive, poiché Agostino riuscì a completare soltanto il trattato grammaticale e il De musica in sei libri, composto, tuttavia, dopo il battesimo e il conseguente ritorno in AfricaÈ possibile supporre che il completamento del solo trattato grammaticale sia da ascrivere alla posizione iniziale occupata dalla grammatica nel sistema enciclopedico varroniano, probabile modello di riferimento per Agostino, che avrebbe dunque iniziato i disciplinarum libri proprio a partire da questa disciplina, trattata la quale, con l’eccezione del De musica, avrebbe poi abbandonato il progetto. Cfr. P 1985, p. 362. Per le relazioni con Varrone, cfr. P 1971, ROCCA 1981, TOZZI 1976.. Egli ammette, inoltre, di non essere più in possesso della propria copia del De Grammatica librum, ipotizzando comunque la sopravvivenza, assieme a quella degli altri libri, presso altre persone.

Struttura dell'opera La tradizione ha restituito due opere grammaticali che potrebbero essere identificate con il lavoro di cui Agostino parla nel passo citato: le Regulae e l’Ars pro fratrum mediocritate breviata. Malgrado non ci sia unanime consenso tra gli studiosi circa la paternità agostiniana di questi sintetici manuali e lo statuto di questi testi tradizionalmente a lui attribuiti resti incerto , il nome di Agostino compare in ogni manoscritto in cui si faccia riferimento all’autore dei testi . Il legame tra le due trattazioni non è del tutto chiaro: molti manoscritti hanno trasmesso assieme le Regulae e l’Ars breviata, tuttavia, mentre la prima opera non dipende dall’altra, la seconda non è mai riportata da sola . Come la maggior parte dei trattati grammaticali antichi, entrambe le opere si propongono di studiare la lingua latina mediante l’analisi delle tradizionali otto parti del discorso. L’approccio alla materia oggetto di trattazione risulta, tuttavia, diverso: mentre l’Ars fornisce una descrizione della lingua sistematica, incentrata sulla definizione ed esemplificazione degli accidentia, ossia le caratteristiche specifiche delle diverse parti del discorso, le Regulae prediligono un’impostazione meno teorica e più empirica, attenta soprattutto al profilo morfologico, esemplificato attraverso lunghe liste di paradigmi, declinazioni e coniugazioni. Le riflessioni teoriche circa il corretto uso della lingua latina contenute nell’Ars non trovano, infatti, paralleli nelle Regulae. Le due opere possono, pertanto, essere ascritte a due distinti generi grammaticali: l’Ars ai trattati grammaticali con destinazione scolastica (Schulgrammatik genre), le Regulae al filone grammaticale più propriamente normativo (Regulae type).

Latinitas L’Ars breviata si apre con un breve capitoletto in cui si fornisce una definizione della latinitas:

«La purezza nell'impiego del latino consiste nel parlare correttamente secondo la lingua dei Romani. Si fonda su tre principi, che sono: la ragione, l'autorità e la consuetudine. Si fonda sul principio della ragione, in conformità della disciplina; su quello dell'autorità, secondo gli scritti di coloro ai quali si riconosce l'autorità; su quello della consuetudine, in base a ciò che piace ed è accettato nella pratica del parlare ».

Tale definizione deriverebbe da Varrone, come lascerebbe ipotizzare un passo di Diomede grammatico. Rispetto al modello classico, tuttavia, ci sono delle divergenze, poiché mentre Agostino sostiene che il parlare virtuoso risponda a tre criteri, ossia ratione, auctoritate e consuetudine, Varrone ne prende in considerazione quattro e solo in parte coincidenti con quelli agostiniani . Le Regulae non presentano una sezione analoga, iniziando la loro trattazione dalla prima parte del discorso: il nome.

De nomine Nelle Regulae non viene fornita una preliminare definizione del nome come parte del discorso, ma si procede ex abrupto con l’elenco delle possibili terminazioni: si osserva che i nomi possono terminare in vocale, semivocale e lettera muta . Il discorso si sposta quindi sulla declinazione dei nomi di genere neutro, di genere comune (come advena), di genere omne (come pertinax) e di genere promiscuo (come passer), prima dell’elenco di singularia tantum (come cancelli), di pluralia tantum (come thermae) e dei nomi sub duplici enuntiatione (come tribunus militum), per i quali soltanto una delle due unità si declina. La trattazione del nome nelle Regulae risulta, pertanto, particolarmente dettagliata, come ammette lo stesso autore al termine della sezione. Si può notare come l’assenza di definizioni teoriche per le diverse categorie introdotte corrisponda a una marcata preferenza per esempi concreti, magari di derivazione illustre, come passi di Cicerone e Terenzio. L’impostazione prescrittiva è inoltre evidenziata dalle numerose occorrenze della parola regula ed espressioni connesse (come ad hanc regula declinabis). L’impostazione più teorica dell’Ars risulta chiara fin dalla definizione del nomen con cui si apre il paragrafo (nomen est pars orationis cum casu sine tempore significans plene quae aliquo genere quod sexum adtinet enuntiantur), cui segue la constatazione delle sue molteplici proprietà. I principali accidentia sono:

- Qualitas, rispetto alla quale si distinguono i nomi comuni dai nomi propri; - Genus, rispetto al quale si distinguono nomi di genere semplice (masculinum, femininum, neutrum) da nomi di generi derivati (commune utriusque sexus, commune ex masculino et neutro e commune omnium generum) e dai nomi promiscui ; - Numerus, relativamente al quale si distinguono nomi singolari dai nomi plurali; - Comparatio, relativamente alla quale si distinguono nomi di gradi positivo da quelli di grado comparativo e superlativo ; - Figura, relativamente alla quale si distinguono nomi semplici dai nomi composti; - Casus, relativamente al quale si distinguono i nomi declinati nella forma del nominativo da quelli flessi al genitivo, al dativo, all’accusativo, al vocativo e all’ablativo.

Vengono poi forniti esempi di declinazione per i diversi generi, prima di far riferimento ai nomina indeclinabilia e inflexibilia. Il paragrafo si chiude con un accenno alla preponderanza dell’autorità sulle altre componenti della latinitas.

De pronomine La seconda parte del discorso analizzata in entrambe le opere è il pronome. Contrariamente a quanto visto in precedenza per il nome, le Regulae forniscono questa volta una definizione preliminare (ideo pronomen dicitur, quia vice fungitur nominis), seguita dalla distinzione dei pronomi definiti, indefiniti e meno che definiti . Dei primi si dice che si riferiscono a persone ben identificate , mentre per i secondi si forniscono soltanto degli esempi . Alla terza categoria devono essere ascritti quei pronomi che, pur definendo una persona, richiedono una forma di deissi , perciò anche pronomi come ille ed iste sono di quest’ultima categoria e l’unico pronome finito risulta essere ego. La trattazione sul pronome continua con le declinazioni dei pronomi personali, dei pronomi indefiniti, di quelli di qualità e quantità e dei relativi, mentre è assente la trattazione dei pronomi possessivi. Come per la sezione del nome, rispetto alla quale il paragrafo sul pronome è meno esteso, sono presenti alcune citazioni di autori classici. La parte corrispondente dell’Ars breviata si apre con una definizione molto simile (pronomen est pars orationis quae pro ipso nomine posita minus quidem bene idem tamen significat). Ritornano gli accidentia già illustrati per i nomi, con la naturale sostituzione della comparatio con la persona. Contrariamente alle Regulae, all’interno della categoria dei pronomi finiti non vi è soltanto ego, ma anche altri pronomi come tu, hic e iste. Un altro punto di divergenza tra le due opere è l’ampia trattazione dei pronomi possessivi con cui si chiude la trattazione dell’Ars.

De verbo Il paragrafo sul verbo delle Regulae si apre con un riferimento alla polisemia del termine verbum, che può significare inganno, discorso, proverbio oppure, nel senso grammaticale, parte del discorso . La trattazione procede con una rapida illustrazione del sistema delle persone e del modo indicativo, articolato nei rispettivi tempi, quindi il verbo clamare, preso ad esempio, viene coniugato ai modi imperativo, congiuntivo e infinito. L’attenzione è poi spostata sul concetto di coniugazione che consente di ‘congiungere’ verbi formalmente analoghi. Sulla base delle desinenze si individuano quattro coniugazioni: segue, infatti, un lungo elenco di altri verbi ascrivibili sempre alla prima coniugazione, caratterizzata dalla desinenza in ‘as’ alla seconda persona del presente indicativo e dalla possibilità di formare il passivo attraverso l’aggiunta della ‘r’ , malgrado esistano verbi intransitivi che non ammettono una simile possibilità di trasformazione.