Quella dei Rocco è una antica casata originaria di Napoli, nota per il contributo dato alle Case Regnanti di Napoli, dagli Svevi agli Angioini, agli Aragonesi, agli Asburgo di Spagna e poi d’Austria, alla Dinastia dei Borboni.
I suoi esponenti, ascritti sin dal XIII secolo al Seggio de’ Rocchi di Somma Piazza e poi (con la riduzione dei Seggi da 29 a 5) a quello di Montagna, insigniti del titolo di nobili e patrizi napoletani occuparono nei Regni di Napoli e delle Due Sicilie "importanti cariche, in Corte ed uffici pubblici, nelle Milizie, nelle assemblee e nelle magistrature, ove ebbero giureconsulti insigni, ma soprattutto in campo militare come recita il decreto di concessione del titolo di Principe rilasciato nel 1641 dal Re di Spagna Filippo IV".
Dalla seconda metà del Cinquecento, un ramo collaterale si stabilì a Lettere, dove acquisì il titolo di famiglia Patrizia di quella città, e un altro ramo ancora a Lucera: nel tempo entrambi progressivamente si estinsero.
Alla linea principale Napoletana, che si trasferirà stabilmente in Casoria dopo la rivolta di Masaniello del luglio 1647, fu conferito come detto nel 1641 il titolo di Principe di Torrepadula in terra d’Otranto nella persona di Carlo, figlio di Cesare e di D. Ippolita Carafa della Spina.
L'epoca angioina (1266 - 1442). Il Seggio dei Rocchi ed il Seggio di Montagna La storia della famiglia Rocco è stata oggetto di studio, già dalla fine del XVI secolo, da parte dei più importanti genealogisti del Mezzogiorno d'Italia.
I primi membri della famiglia Rocco ad essere citati nelle cronache d'epoca furono due esponenti che dopo il 1266 fecero parte dei finanziatori di Carlo I d'Angiò, ottenendo in cambio posizioni di privilegio nell'ambito della corte angioina:
Guido († 3 ottobre 1267), dapprima Consigliere del Re., divenne presto Maestro Ciambellano. e fu successivamente inviato presso vari Paesi esteri come Ambasciatore del Sovrano. Per effetto delle benemerenze maturate, Carlo I d'Angiò concesse a Guido Rocco ed ai suoi discendenti il diritto di essere seppelliti presso una cappella della Basilica di San Lorenzo Maggiore, appena ingrandita e rinnovata, dove "molte onorate sepolture di marmo fanno fede dell'antichità e nobiltà insieme della famiglia Rocco, tra le quali una ve n'era (...) nella quale si leggeva quest'epitaffio":
Filippo, venne ricordato tra quelli che ancora nel 1272 anticipavano denari per sovvenzionare le imprese militari di Carlo d'Angiò. e "tutti i suoi bisogni, aiutato da altri mercadanti gentil'uomini" della riviera amalfitana.
La famiglia già sotto gli Svevi (1195-1265) godeva del rango della nobiltà cittadina e il privilegio di sovraintendere alla gestione del Seggio di Somma Piazza (o Capo Piazza)", uno dei ventinove sedili in cui - all'epoca di Carlo I - era ripartita la città di Napoli, i cui rappresentanti si riunivano periodicamente presso il convento di San Lorenzo Maggiore per assumere determinazioni nell'interesse della comunità .
Per la primazia esercitata dalla famiglia Rocco, il Seggio di Somma Piazza era conosciuto anche come "Seggio dei Rocchi".. La sede del sedile era situata nella regione più alta del centro antico della città, a ridosso del decumano superiore, nei pressi dello slargo dove in seguito fu costruita la chiesa di San Giuseppe dei Ruffi. La zona era denominata anche "Pozzo Bianco", poiché nei pressi insisteva un antico formale che la tradizione associava al mito virgiliano“Vicus Gurgos” – in questa strada era famoso un antico formale d’acqua, la cui apertura si diceva “Pozzo Bianco” nel “vico di S. Giuseppe dei Ruffi”. Questo pozzo è memorabile nella storia del Villani, perché racconta che, nella sua bocca di bianco marmo, Virgilio avesse scolpito certi segni astronomici per impedire in esso la formazione degl’insetti acquatici. Questa diceria era fomentata tra il volgo dalle figure di varie costellazioni, che vi si vedevano incise. Dal “pozzo bianco” diramandosi il formale nella direzione della strada che conduce oggi al “Duomo”, gli fece acquistare il nome di “Gurges”, di poi abbattuto per l’ampliamento del Duomo. (Matilde Serao, Napoli antica, 1995).
Quando Re Roberto d'Angiò portò a termine la riforma dei sedili, riducendone il numero a sei (cinque seggi riservati alla nobiltà cittadina ed un sesto per i rappresentanti del popolo), il Seggio di Somma Piazza fu ricompreso nel Sedile di Montagna.
Anche sotto Carlo II "furono i Rocchi sempre impiegati ne servigi dei loro Re naturali".:
Marino, Dottore in Legge, anch'egli scelto dal Re quale suo Consigliere ed Ambasciatore; Giovanni, militare, nominato dal Re Maestro Maresciallo e ricompreso tra gli "inquisitori dei feudatari" (funzione periferica che aveva il compito di controllare l'operato dei titolari dei feudi) nel 1285. "Per i suoi servigi ricevé dal Re in dono il Castello di Rocca di Baucia".
Nel periodo di re Roberto d'Angiò emersero, tra gli altri: Marco, "dotto giureconsulto" che inaugurò la tradizione familiare di esimi uomini di legge e che arrivò a ricoprire, nel 1332, la carica di Giudice della Gran Corte della Vicaria, la prima magistratura di appello di tutte le corti del Regno di Napoli per le cause criminali e civili. Conobbe diffusa popolarità poiché si fece promotore e autore di una legge che perseguiva "coloro che - sotto colore di matrimonio - rapivano le donzelle vergini"; Nardo († 1335), militare, fu nominato "Giustiziere" in Terra di Lavoro (antica denominazione della provincia di Caserta) che, ci informa Tutini, "tanto era, quanto Viceré di quella provincia". Anche di Nardo Rocco si conservava memoria di una tomba all'interno di San Lorenzo Maggiore, recante la seguente iscrizione:
Luca, militare e "Cavaliere preclarissimo, fu etiandio di molta stima di Re Roberto" e per questo inviato come "Capitano a guerra" presso la città di Santa Severina in Calabria, ovvero quale Prefetto della Città e Governatore politico e militare. Nell'interregno della Regina Giovanna I trovarono spazio nelle citazioni dei cronisti e dei genealogisti Simone, cavaliere citato in un indulto reale del 1380 e Francesco, anch'egli ricompreso tra i giudici della Gran Corte della Vicaria.
Sotto Re Ladislao I assunsero rilievo:
Andrea, militare, che, quando il sovrano determinò la riorganizzazione della Regia Camera della Sommaria, fu nominato "Maestro Razionale" ed entrò a far parte della Magna Curia Magistrorum Rationarum ovvero del massimo organo di revisione dei conti del Regno. Il rango rivestito dava diritto anche ad Andrea Rocco di essere sepolto nella cappella familiare di San Lorenzo Maggiore, sotto una lapide - anch'essa persa a seguito delle ristrutturazioni di fine '400 - molto consumata dal tempo, tanto di non consentire di rilevarne la data di morte:
Marino, "Ambasciatore in corti straniere", al quale per i servigi resi fu conferito il cavalierato dell'Ordine della Leonza (o Leonessa)..
Al tempo della Regina Giovanna II, Bartolomeo seguì le orme del suo avo Andrea e divenne a sua volta Maestro Razionale della Camera della Sommaria. Nel 1417 fu incaricato di sovraintendere alla revisione dei confini delle varie universitates del Regno ed in particolare di risolvere una vertenza di confini tra l'Agro aversano e quello di Capua.
L'epoca aragonese (1442 - 1516): da Simonello a Giacomo Rocco
Anche sotto la dominazione aragonese la famiglia Rocco continuò a fornire esponenti di primo piano nelle gerarchie civili, giudiziarie e diplomatiche del Regno di Napoli.
Di quel periodo, si ricordano, in particolare:
Simonello (o Simonetto), militare, "Cavaliero e Consigliero di re Alfonso I", rivestì varie cariche della gerarchia nell'ordinamento civile e giudiziario aragonese, fino a diventare Presidente della Regia Camera della Sommaria e, sotto Ferdinando I, Consigliere di Stato. Sposò Francesca Ferrillo dei Conti di Muro, dalla quale ebbe ben dodici figli; Mattia, primogenito di Simonello, anch'egli membro di rilievo della corte aragonese, al quale Ferdinando I donò il feudo di Casella in Principato Citra (secondo alcuni corrispondente alla Rocca di Caselle in Pittari, in provincia di Salerno, già appartenuta al ribelle Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio e a questi requisita dal demanio dopo la repressione della "Congiura dei Baroni"), concedendo a sé e ai suoi successori il baronato di quel centro; Giacomo († 1503), quintogenito di Simonello, a buon diritto considerato come l'esponente di maggior rilievo della famiglia, almeno per i primi quattro secoli di storia della casata. Collaboratore di primo piano di Re Federico, Ambasciatore della Casa aragonese in Egitto e Turchia, fu protagonista di delicate missioni diplomatiche tra il 1501 ed il 1503, tra il periodo di interregno della Casa Valois-Orléans e la riconquista del Regno di Napoli da parte di Ferdinando il Cattolico, a cui Giacomo prestò giuramento di fedeltà il 23 maggio 1503, pochi mesi prima di morire. Nella sua carriera diplomatica ebbe la singolare ventura di servire ben quattro re aragonesi (Alfonso I, Ferrante I, Alfonso II, Ferdinando il Cattolico); in ricordo di ciò, qualche tempo dopo lo stemma di famiglia fu arricchito del cimiero da Patrizio napoletano, decorato da quattro grandi piume, ognuna caricata da una corona regale. La circostanza è eternata anche nei bassorilievi e nell'iscrizione che decorano il sarcofago marmoreo che ancora oggi si può ammirare presso uno degli ingressi laterali di San Lorenzo Maggiore:
Fra Rafaele, Vescovo di Lucera e poi di Capri.
Detto di Fra Girolamo Rocco e dei suoi nipoti Fabio, Marcello, Annibale e Ferrante, militari, cavalieri dell'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme alla fine del Quattrocento, ed in particolare gli ultimi due, che si distinsero in alcune delle battaglie contro i Turchi, nei primi decenni del secolo successivo conobbe altresì posizioni di rilievo Giovanni Tommaso, "Cavaliere della Corte di Ferdinando I" che rivestì la carica di Regio Ciambrerio (o Cimbrerio o Assimbrerio) ovvero l'alto incarico di deputato alla convocazione dei "parlamenti regali e assemblee che si facevano in Regno".
L'epoca degli Asburgo di Spagna (1516 - 1650): da Decio a Carlo Rocco Dopo la morte di Ferdinando III, i territori legati alla Corona d'Aragona passarono alla Casa d'Asburgo, che tramandò il Regno di Napoli attraverso la sua linea spagnola, iniziata da Carlo V (che come Re di Napoli assunse l'ordinale di Carlo IV).
Assunsero rilievo in quel periodo le figure di:
Pietro († 1518), cavaliere dell'Ordine della Leonza, che sposò Porfida Molosacchia (o Musacchia, o Musachi), principessa di sangue reale della stirpe dei Comneno Ducas, in quanto figlia di Giovanni Musachi despota dell'Epiro, ritiratosi a Napoli nel 1476 dopo la definitiva conquista del despotato da parte degli Ottomani. Anche Pietro e Porfida furono seppelliti in San Lorenzo Maggiore e la loro storia succintamente raccontata nell'epigrafe posta sul sacello funebre: