Biografia Origini familiari e primi anni Clara nacque - figlia unica - da genitori appartenenti a due famiglie aristocratiche in un palazzo di via Arena, a Bergamo Alta.D. Pizzagalli, L'amica. Clara Maffei e il suo salotto nel Risorgimento, Milano 2004, p. 3. Il padre, Giovanni Battista Carrara-Spinelli, discendeva dai Carrara di Bergamo, e più nello specifico dai Carrara-Spinelli di Clusone, cui spettò a partire dal 1721 il titolo di conte. Precettore privato presso case illustri, come quella della duchessa Camilla Litta Visconti-Arese, fu tra i contemporanei tragediografo e poeta di una certa fama, fedele ai modelli alfieriano, pariniano e fantoniano.
La madre Ottavia Gàmbara vantava tra i propri antenati personaggi di chiara fama quali la cinquecentesca poetessa Veronica Gambara, due cardinali e la beata Gambara Costa. La famiglia aveva il proprio feudo a Pralboino - nel bresciano -, nel cui castello abitò il famigerato Alemanno Gambara, controversa figura di signorotto mandante di furti ed efferati delitti cui univa opere di bene per i bisognosi.R. Barbiera, Il salotto della contessa Maffei, Milano, Treves, ed. 1925, pp. 3-8.
Chiarina, come veniva chiamata da piccola, fu battezzata con questo nome in onore della nonna materna Chiara Trinali, poetessa di ispirazione vittorelliana. L'atto di battesimo reca la data di nascita del 13 marzo 1814, e fu redatto nella parrocchia di Sant'Agata nel Carmine.
Quando Clara aveva nove anni, la madre abbandonò la casa per andare a vivere con un altro uomo, e il conte decise di trasferirsi a Milano per evitare i pettegolezzi. Ottavia affidò la figlia alla contessa Mosconi a Verona. Nella città scaligera Clara studiò al Collegio degli Angeli e strinse una forte e imperitura amicizia con la figlia della contessa, Teresa Mosconi, di sei anni più grande. Furono i racconti dell'amica, che riferiva le conversazioni materne con alcuni fra i maggiori letterati del tempo (come Vincenzo Monti o Ippolito Pindemonte), ad accendere per la prima volta nella fanciulla il desiderio di intrattenersi in futuro con personalità eminenti nel campo della poesia.
Clara sviluppò una sorta di adorazione per la madre, che ogni tanto veniva a trovarla, dimostrando quindi di non nutrire alcun rancore per la sua condotta. Ottavia però presto morì.D. Pizzagalli, cit., pp. 4-5.
Il matrimonio e la nascita del salotto Dopo la morte della madre, Clara si trasferì a Milano per completare gli studiPresso l'Istituto di Madame Desirée Garnier, riservato all'alta società. e qui il 10 marzo 1832 sposò Andrea Maffei, avvenente poeta trentino molto conosciuto in città ed in particolare negli ambienti mondani, di sedici anni più anziano. Maffei apparteneva a una famiglia il cui rango nobiliare era inferiore rispetto a quello dei Carrara Spinelli, potendosi fregiare "soltanto" del titolo di cavaliere del Sacro Romano Impero. Le nozze fecero quindi decadere la moglie dal titolo di contessa, anche se in società tutti avrebbero continuato a ritenerla tale. Il matrimonio, lontano dalle luci della ribalta, fu celebrato nella chiesa di Santa Maria alla Porta.R. Barbiera, cit., pp. 9-10.
I due andarono ad abitare in via Tre Monasteri (poi via del Monte di Pietà), e Andrea - secondo quanto riferito a posteriori da Raffaello Barbiera (il cui volume sul salotto uscirà in prima edizione solo nel 1895) - non tardò a trascurare la gracile e fedele moglie per i salotti, i caffè e altre donne, anche se la nascita di una figlia parve cementare, momentaneamente, il loro rapporto. Le fu dato nome Ottavia, come la madre di Clara, ma morì appena nove mesi dopo la nascita gettando la contessa in uno stato di profondo sconforto.
Il marito fece allora convenire nella propria casa alcuni poeti e intellettuali in voga nel tentativo di consolarla. Tommaso Grossi e Massimo d'Azeglio erano i frequentatori più assidui e rimasero ben presto affascinati dalla delicatezza della contessina, come Clara continuava a essere chiamata in ragione della giovane età. Furono loro a costituire il nucleo originario del salotto Maffei, destinato in breve tempo a ergersi a punto di ritrovo per i patrioti della città.R. Barbiera, cit., pp. 10-16.
La prima fase fu però quasi esclusivamente artistica. Il pittore veneziano Francesco Hayez frequentava quotidianamente la casa dopo il lavoro nello studio, verso sera, trovando nella conversazione numerosi spunti per le proprie opere. Nel 1835 regalò alla contessa la tela Valenza Gradenigo davanti al padre inquisitore, che figurò da lì in poi in primo piano in tutte le dimore in cui Clara abitò.D. Pizzagalli, cit., pp. 17-18.
In breve tempo la fama del salotto si diffuse in tutta la città e anche fuori dai confini meneghini. Il merito, oltre alle tante relazioni intellettuali di Andrea, era in buona parte di Clara: l'amabilità con cui teneva assieme la conversazione la rese amata da tutti. Discreta e intelligente, faceva sempre in modo che ogni ospite si trovasse a proprio agio, prodigando di volta in volta le maggiori cure a chi ne avesse più bisogno, sacrificando la propria centralità per il bene collettivo. Aveva scoperto il suo talento naturale, quello di ricevere: «Nessuna ostentazione, nessuna posa, nessuno sforzo in lei: sembrava nata per ricevere, per guidare una conversazione, per annientare abilmente, nel calore delle discussioni, gli attriti».R. Barbiera, cit., p. 2.
Avvertita nel febbraio 1837 dall'amica Fanny Sanseverino Porcìa dell'arrivo di Honoré de Balzac a Milano, lo accolse con tutti gli onori nella propria casa. Quello con il romanziere francese fu un rapporto particolare. Lui ne fu come ipnotizzato, sin dal primo incontro: «Avrei dato dieci anni della mia vita per essere amato da lei per tre mesi. Eppure a quell'epoca della mia vita io avevo già viaggiato molto, avevo vissuto con donne di quasi tutti i paesi dell'Europa. Ma nessuna aveva prodotto su di me un'impressione altrettanto viva, profonda, istantanea», scriverà.
Balzac entrò a far parte della cerchia degli intimi, di coloro cioè, che erano ammessi nel salotto anche nelle ore mattutine, in un contesto del tutto informale. Quando lasciava Milano per andare a visitare altre città dell'Italia settentrionale, non mancava di riportare le proprie impressioni in tenere missive alla «piccola Maffei», tanto da suscitare anche la gelosia del marito. La corrispondenza non cessò nemmeno con il ritorno in Francia del grande scrittore. Balzac le dedicherà più avanti il racconto La Fausse Maîtresse, testo volto a celebrare i valori dell'amicizia, in cui Clara è riconoscibile nel personaggio della contessa Clémentine.D. Pizzagalli, cit., pp. 22-32; la dedica compare con la prima edizione in volume, nel tomo I della Comédie Humaine, pubblicato nel giugno 1842.
Il 1838 la vide dar prova di alcune caratteristiche precise, fra le quali l'anticonformismo di derivazione materna e il desiderio di dar lustro alla propria casa attraverso personaggi di grande notorietà. Pur rifuggendo da ogni forma di frivolezza, le molte letture avevano determinato in lei fantasticherie e un debole per le persone di fama, ascrivibile anche alla giovane età. Pertanto, quando il compositore ungherese Franz Liszt raggiunse la città in compagnia dell'amante incinta (la contessa Marie d'Agoult, che aveva lasciato per lui marito e figli), non si fece scrupolo: lo accolse nella propria casa, mentre molti a Milano rifiutavano di ricevere la coppia "illegittima". Liszt era piuttosto borioso, ma non poté - nemmeno lui - sfuggire al fascino che la delicata nobildonna suscitava, tanto che nell'Album degli ospiti rivelò di averla subito distinta dalle molte salonnières frivole e vacue.D. Pizzagalli, cit., p. 21.
Altra data cruciale fu il 1842. Un giovane compositore parmigiano si prendeva la rivincita alla Scala, mettendo in scena il 9 marzo il Nabucco e riscuotendo un successo trionfale dallo stesso pubblico che l'anno precedente lo aveva sommerso di fischi alla rappresentazione dell'opera buffa Un giorno di regno, incurante del fatto che il musicista avesse appena perso la moglie e due figli. Il Nabucco aprì le porte di una carriera straordinaria e decretò immancabilmente un nuovo ingresso in casa Maffei: quello di Giuseppe Verdi.D. Pizzagalli, cit., pp. 33-34.
Il massimo compositore italiano del secondo Ottocento diventò un frequentatore assiduo della casa e, entrato in intima amicizia sia con Clara che con Andrea, svolse un'importante funzione di mediatore quando, nel giro di poco tempo, il matrimonio naufragò, sostenendo entrambi con la sua vicinanza umana in un momento così difficile.
Il rapporto tra i coniugi Maffei era ormai da tempo compromesso; lei, che aveva all'inizio fortemente idealizzato il marito e l'idea stessa del matrimonio, dovette essere bruscamente ricondotta alla realtà già nei primi mesi di vita nuziale. Emblematico l'episodio - narrato sempre dal Barbiera - di quando, condotta da Andrea a una festa in casa della nobildonna Fulvia Scotti, avrebbe aspettato invano che il poeta tornasse a prenderla, poiché altri impegni avevano fatto che si dimenticasse della moglie.
Anche dopo la morte della piccola Ottavia, per quanto il coniuge si prodigasse in attenzioni per alleviare il dolore di Clara dedicandole anche alcune tenere poesie, lhabitué della vita mondana milanese non tardò a riprendere le vecchie abitudini e a trascurare la consorte.D. Pizzagalli, cit., p. 11.
D'altra parte, Andrea non era fatto per il matrimonio. Sono note le facezie con cui lo abbordava, asserendo che la decisione di sposarsi richiedeva una riflessione tanto approfondita da doverci pensare tutta la vita. Poi, in riferimento alla piccola statura di Clara, affermò: «Quando si prende moglie, bisogna prenderne il meno possibile».R. Barbiera, cit., p. 11. Ancora, all'amico Antonio Gazzoletti sconsigliava il matrimonio, e quando questi decise di seguire il consiglio Maffei tirò un sospiro di sollievo; «il matrimonio», disse, « [...] quando non è felice è l'inferno anticipato».D. Pizzagalli, cit., p. 45; la lettera a Gazzoletti è della fine del 1844.
L'incontro con Carlo Tenca, affascinante patriota introdotto nel salotto da Gottardo Calvi all'inizio del 1844, suscitò nella contessa sentimenti profondi che, pur celati il più possibile in società, dovettero convincerla che il suo matrimonio non aveva più senso. In quella stessa estate Tenca fu accolto nella villa di Clusone, dove la contessa trascorreva le estati con gli amici più intimi, e pochi mesi dopo rivelava in una lettera sentimenti appassionati che, si intuisce, avevano fatto breccia nel cuore della pur discretissima Clara.
Fu così che la coppia Maffei si separò consensualmente il 15 giugno 1846L'atto fu stilato da Tommaso Grossi, che prima che poeta e scrittore era notaio; D. Pizzagalli, cit., pp. 49-52.; testimoni dell'atto furono Giulio Carcano e Giuseppe Verdi, affettuosamente vicini sia a Clara che ad Andrea. Clara avrà poi con Tenca una lunga e duratura relazione.
Consumata la separazione, la contessa cercò ristoro nell'abituale villeggiatura clusonese, ma si trovò di fronte a un ambiente chiuso e ostile che mal giudicava il divorzio della donna. A settembre Clara lasciò quindi la villa e accettò l'ospitalità dell'amica Saulina Barbavara a Soncino.D. Pizzagalli, cit., pp. 56-57.
Il ruolo di Clara e del salotto nel Risorgimento