Imprenditrice di grande successo nel settore energetico, tanto da essere definita "principessa del gas", entrò in politica nel 1996 con l'elezione alla Verchovna Rada, alla quale fu rieletta nel 1998, nel 2002, nel 2007, nel 2014 e nel 2019. Inizialmente indipendente si unì nel 1997 al partito Hromada fondando poi nel 1999 il partito Patria, del quale è leader da allora; dal 2001 al 2012 ha guidato anche la coalizione Blocco Julija Tymošenko. Vice primo ministro con deleghe ai combustibili e all'energia nel governo Juščenko, divenne nel 2004 una delle principali leader della rivoluzione arancione. Fu poi Primo ministro nel 2005 e nuovamente dal 2007 al 2010 sotto la Presidenza di Viktor Juščenko, divenendo la prima donna a ricoprire tale incarico nella storia del paese; successivamente si candidò alle elezioni presidenziali del 2010, venendo sconfitta al ballottaggio da Viktor Janukovyč.

Nel marzo 2010 rassegnò le dimissioni dalla carica di capo del governo e l'anno successivo fu sottoposta ad un processo per abuso di potere in merito alla firma di contratti per la fornitura di gas, venendo incarcerata preventivamente a Kiev. Fu condannata nell'ottobre 2011 a sette anni di detenzione; il procedimento ebbe un'eco internazionale e sullo stesso si pronunciò la Corte europea dei diritti dell'uomo, che definì la sua incarcerazione preventiva "arbitraria" e mise in dubbio la legittimità della sua detenzione. Scarcerata nel 2014 durante la rivoluzione ucraina che portò all'esautoramento di Janukovyč, si candidò alle elezioni presidenziali del 2014, venendo sconfitta da Petro Porošenko, e nuovamente a quelle del 2019, dove si classificò al terzo posto dietro a Porošenko e a Volodymyr Zelens'kyj.

È spesso accostata alla figura del Primo ministro britannico Margaret Thatcher, venendo definita la "Lady di ferro ucraina". La rivista statunitense Forbes l'ha inserita al terzo posto nella sua classifica delle 100 donne più potenti del mondo nel 2005, dietro al Segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice e al Vice primo ministro cinese Wu Yi, e poi nuovamente al 17º posto nella medesima classifica del 2008.

Biografia Nacque nel 1960 nella città di Dnipropetrovs'k, nell'allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, da Ljudmyla Mykolaïvka Teljehina, ucraina, e Volodymyr Abramovyč Hrihjan, lettone. I genitori divorziarono pochi anni dopo la sua nascita.

Nel 1979 sposò Oleksandr Tymošenko, figlio di un funzionario di medio rango del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, e iniziò la sua carriera all'interno del Komsomol, l'organizzazione dei giovani comunisti. Ha una figlia, Jevhenija, nata nel 1980. Si laureò in economia all'università statale di Dnipropetrovs'k nel 1984. Ha scritto numerosi libri di economia. Nel 1989 fondò e diresse la casa videografica del Komsomol, che ebbe abbastanza successo, e che in seguito privatizzò.

Prima dell'entrata in politica era una donna d'affari di successo nell'industria del gas e grazie a questa attività divenne una delle donne più ricche della nazione. Il 28 luglio del 2005 la rivista statunitense Forbes la dichiarò terza donna più potente del mondo, dopo Condoleezza Rice e Wu Yi. Nel 2007 uscì dalla lista, ma nell'agosto 2008 vi rientrò in 17ª posizione. Nel 2009 è stata definita il leader più sexy del mondo. Un ritratto di Julija Tymošenko prima della fortuna economica e della carriera politica è consultabile sul sito di Annaviva, associazione che promuove la tutela dei diritti umani nell'Est Europa.

La fortuna economica La Tymošenko tentò la scalata del potere già sotto il sistema sovietico, ma fu dopo la sua caduta che assunse un ruolo di particolare rilievo, dirigendo svariate compagnie di energia e acquisendo un considerevole patrimonio economico tra il 1990 e il 1998. Durante le privatizzazioni, che presero esempio dalla Russia per quanto concerne corruzione e malversazioni, divenne una delle donne più ricche del Paese, esportando metalli. Dal 1995 al 1997 presiedette la Compagnia generale di energia, un'azienda privata che iniziò a importare gas metano dalla Russia nel 1996.

Durante questo periodo, fu soprannominata la "principessa del gas" per le accuse di aver stoccato enormi quantità di metano, facendo aumentare le tasse sulla risorsa. Mentre era un'economista stabilì relazioni d'affari con molti uomini importanti dell'Ucraina, soprattutto della sua città natale: Pavlo Lazarenko, Viktor Pinčuk, Ihor Kolomojs'kyj, Rinat Achmetov e Leonid Kučma, che sarebbe poi divenuto presidente. Per il mercato del gas ebbe contatti molto stretti con la russa Gazprom.

Ingresso in politica Julija Tymošenko entrò in politica nel 1996 e fu eletta al Parlamento nella circoscrizione di Kirovohrad, con una percentuale del 92,3%. Fu rieletta nelle legislature successive. Nel 1998, divenne presidente della Commissione Economia del Parlamento. Dal 1999 al 2001, fu ministra dell'Energia nel gabinetto di governo di Viktor Juščenko. Fu poi licenziata dal presidente Kučma nel gennaio del 2001, su richiesta degli industriali. Nel febbraio del 2001, Tymošenko fu arrestata per falsificazione di documenti e importazione illegale di metano, tra il 1995 e il 1997 (mentre era presidente della Compagnia Generale di Energia), ma fu liberata la settimana successiva. I suoi sostenitori politici organizzarono manifestazioni di protesta davanti al carcere di Kiev dove era detenuta.

Secondo Tymošenko, i documenti falsi erano stati creati dal regime di Kučma, in combutta con gli oligarchi che si opponevano alle riforme di mercato. Una volta liberata, divenne la leader dell'opposizione intransigente al presidente Kučma e condusse campagne contro il suo regime, anche per il suo presunto coinvolgimento nell'assassinio del giornalista Georgij Gongadze. Tymošenko mostrò per la prima volta il suo piglio rivoluzionario, durante e dopo la detenzione. Un anno dopo, fu coinvolta in un incidente stradale, in cui riportò lievi ferite. C'è il sospetto che sia stato un tentativo di omicidio politico. I suoi detrattori sostengono che abbia guadagnato immeritatamente la propria fortuna. Alcuni hanno speculato sulle sue passate frequentazioni di uomini condannati per corruzione e frode, come l'ex premier Pavlo Lazarenko.

Il 28 gennaio del 2005, dopo la Rivoluzione arancione, i suoi avversari sostennero che anche la famiglia Tymošenko fosse coinvolta negli scandali, a partire dal marito, Oleksandr, e dal suocero, Hennady. Oleksandr Tymošenko rientrò in Ucraina subito dopo le accuse rivoltegli. A dispetto del passato discutibile, il suo passaggio da oligarca a riformista è creduto da molti come sincero ed effettivo. Sotto il suo ministero, l'industria energetica ucraina crebbe di circa il 700%. Lottò contro il prelievo abusivo di energia dei grandi complessi industriali. Le sue riforme servirono al governo per pagare gli statali e aumentare i salari. Fondò il Blocco Julija Tymošenko, che ottenne il 7,2% alle elezioni parlamentari del 2002. Divenne la leader del Partito della Patria.

"Giovanna d'Arco" della Rivoluzione arancione Prima di diventare la prima donna premier in Ucraina era considerata la più importante alleata del capo dell'opposizione Viktor Juščenko (Tymošenko era stata una deputata del suo gruppo quando Juščenko era premier), sostenendolo durante la campagna per le presidenziali del 2004. Fu anche una delle guide della Rivoluzione arancione, nata da quelle elezioni e che portò Juščenko alla presidenza. In questo periodo alcuni mezzi di comunicazione occidentali la raffigurarono come la "Giovanna d'Arco della Rivoluzione Arancione".

Primo ministro nel 2005

Il 24 gennaio 2005 fu nominata primo ministro dal neoeletto presidente Viktor Juščenko. Dopo diversi mesi di governo la mancata attuazione delle promesse di riforme iniziò a danneggiare il gabinetto Tymošenko. L'8 settembre 2005, dopo le dimissioni del presidente del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale Petro Porošenko e del deputato Mykola Tomenko, il governo fu sciolto dal presidente stesso, che ne diede comunicazione alla nazione mediante un messaggio televisivo. In seguito Juščenko criticò il suo operato come capo del governo, accusandola di incompetenza nel gestire i contrasti tra i partiti della coalizione di maggioranza. Le succedette Jurij Jechanurov.

Elezioni del 2006 Dopo le dimissioni Tymošenko iniziò a viaggiare per l'Ucraina, in vista delle elezioni parlamentari del 2006. Rese subito chiaro che intendeva, in quanto leader del Blocco, ritornare a capo del governo. Il Blocco si posizionò secondo alle elezioni, conquistando 129 seggi su 450. Le aspettative di molti erano di una riedizione dell'ex-coalizione di maggioranza, formata dal Blocco, da Ucraina Nostra (partito del presidente Juščenko) e dai socialisti, impedendo così al Partito delle Regioni Viktor Janukovyč di accedere al governo. Ma i negoziati si insabbiarono presto, soprattutto per le frizioni tra Tymošenko e gli altri due partiti della Rivoluzione arancione.

Dopo le consultazioni del 5 maggio, Tymošenko annunciò la creazione per il 10 o l'11 dello stesso mese di una coalizione di maggioranza fra il suo Blocco, Ucraina Nostra e i socialisti. Tuttavia le trattative portarono a un nulla di fatto e Ucraina Nostra intraprese fitti colloqui con il Partito delle Regioni. Il 21 giugno, i media ucraini rivelarono il raggiungimento di un accordo per un governo presieduto da Tymošenko, dopo tre mesi di palude politica. La nomina di Tymošenko a premier e la sua fiducia al Parlamento era attesa a giorni, ma era condizionata all'elezione del rivale di lungo corso Petro Porošenko, di Ucraina Nostra, alla presidenza del parlamento.

Divenne chiaro che, ancor prima di insediarsi, i componenti della maggioranza erano diffidenti l'uno dell'altro, tanto da prevedere di arrivare a una forzatura delle procedure parlamentari, votando contemporaneamente Porošenko alla presidenza del parlamento e la fiducia al governo Tymošenko. Per aggravare i contrasti, i deputati del Partito delle Regioni occuparono il parlamento dal 29 giugno al 6 luglio. Il partito filorusso annunciò un ultimatum alla maggioranza, richiedendo l'osservanza delle procedure parlamentari, la costituzione delle commissioni parlamentari composte proporzionalmente alla consistenza dei gruppi, la presidenza di alcune di esse e la nomina di governatori del Partito delle Regioni nelle aree dove quest'ultimo si era rivelato maggioritario alle elezioni del marzo precedente. La maggioranza non soddisfò alcuna delle richieste e annunciò che sia il Partito delle Regioni sia i comunisti sarebbero stati esclusi da un eventuale governo Tymošenko.

Per tutta risposta, i partiti di maggioranza furono espulsi da tutte le commissioni dei consigli regionali controllati dal partito di Janukovyč. Dopo l'elezione a sorpresa di Oleksandr Moroz, leader dei socialisti ucraini, alla presidenza del parlamento nella notte del 6 luglio, con i voti determinanti dei comunisti e del Partito delle Regioni, la coalizione di maggioranza terminò la propria esistenza, svanendo così la speranza di Tymošenko di tornare a presiedere il gabinetto di governo. Dopo la creazione di una larga coalizione di maggioranza, guidata da Viktor Janukovyč e composta dal Partito delle Regioni, Ucraina Nostra, socialisti e comunisti, Tymošenko divenne la leader dell'opposizione democratica.

Elezioni del 2007 A seguito del voto alle elezioni parlamentari del 2007, tenutesi il 30 settembre, i partiti della Rivoluzione arancione affermarono di aver ottenuto abbastanza voti da poter formare un governo di coalizione. Il 3 ottobre 2007 il totale quasi definitivo dava all'alleanza di Julija Tymošenko e del Presidente un lieve vantaggio sul partito rivale del Primo ministro Janukovyč. Nonostante Janukovyč, il cui partito aveva conquistato più voti degli altri singoli partiti, proclamò la vittoria, uno degli alleati di coalizione, il Partito Socialista d'Ucraina, non riuscì ad ottenere abbastanza voti per mantenere i seggi al Parlamento.