Il Libro di Enoch (1 Enoch o Enoch etiopico) è un testo apocrifo di origine giudaica la cui redazione definitiva risale al I secolo a.C., pervenuto integralmente in una versione in lingua ge'ez (antica lingua dell'Etiopia), da cui il nome Enoch etiopico.

Al patriarca antidiluviano Enoch, secondo la Genesi bisnonno di Noè, la tradizione ebraico-cristiana ha riferito tre distinti testi, nessuno dei quali accolto negli attuali canoni biblici ebraico o cristiano (fa eccezione 1 Enoch, accolto nella Bibbia della Chiesa ortodossa etiope):

1 Enoch o Enoch etiopico, solitamente indicato come libro di Enoch; 2 Enoch o Enoch slavo o Apocalisse di Enoch o Segreti di Enoch; 3 Enoch o Apocalisse ebraica di Enoch.

Origine Descrivere la genesi storica del Libro di Enoch è abbastanza complicato. Gli studiosi sono attualmente sostanzialmente concordiVanderkam, J.C. (2004). 1 Enoch: A New Translation. Minneapolis, Fortress, p. 1 ss.; Nickelsburg, G.W. (2004). Hermeneia: 1 Enoch, Minneapolis, Fortress, pp. 7-8. nel vedere in esso il frutto di una rielaborazione conclusiva armonizzante a partire da 5 testi precedenti autonomi. Il numero 5 va probabilmente accostato ai componenti della Tōrāh, col proposito del redattore finale di ricreare idealmente un nuovo pentateuco: per tale motivo si parla talvolta del Libro di Enoch come del Pentateuco di Enoch. Sebbene in passato vi siano state vivaci discussioni tra gli studiosi, grazie ai ritrovamenti di Qumran attualmente si può stabilire con certezza che la lingua originaria dei 5 testi autonomi fosse l'aramaico.

La prima sezione, indicata come Libro dei Vigilanti (cc. 1-36), è datata a inizio-metà del II secolo a.C., in concomitanza alla rivolta in Giudea dei fratelli Maccabei contro l'occupazione ellenista. La sottosezione costituita dai cc. 6-11, nella quale non è citato Enoch, rappresenta un nucleo precedente al resto della sezione che ne ha catalizzato lo sviluppo. Va probabilmente datata al III secolo a.C., anche se G. W. Nickelsburg propone il IV secolo a.C., e J. Milik la ipotizza addirittura precedente alla formazione della Genesi (V-VI secolo a.C.).

La seconda sezione, il Libro delle Parabole (cc. 37-71), secondo la maggior parte degli studiosi è stata composta nel I secolo a.C. (James Charlesworth si spinge fino al I secolo d.C.). Tuttavia lo studioso cattolico polacco Józef Milik nel 1976 ha ipotizzato che il Libro dei Giganti, testo apocrifo rinvenuto tra i manoscritti non biblici di Qumran (1Q23–4; 2Q26; 4Q203; 530–33; 6Q8), facesse in un primo tempo parte del Libro di Enoch appunto come seconda sezione. In seguito l'attuale Libro delle Parabole, che Milik ipotizza composto nel II-III secolo d.C.,Nell'ipotizzare tale datazione Milik riprende una teoria sostenuta da diversi studiosi dell'Ottocento: Lucke (1832), Hofman (1852), Wiesse (1856), Phillippe (1868). avrebbe rimpiazzato il Libro dei Giganti. Il movente principale dell'ipotesi è nei riferimenti al Figlio dell'uomo presenti nel Libro delle Parabole, titolo di origine giudaica (v. in particolare il Libro di Daniele c.7) ma che a partire dal Nuovo Testamento è stato dalla tradizione cristiana attribuito a Gesù. Questo spiegherebbe inoltre l'anomala assenza del Libro delle Parabole tra i manoscritti di Qumran. L'ipotesi però non ha trovato largo consenso tra gli altri studiosi.V. James H. Charlesworth, The Old Testament Pseudepigrapha and the New Testament 1985 (1998), p.89, che riporta anche il parere di altri studiosi: Nickelsburg, Stone, Knibb, Anderson, Black, VanderKam, Greenfield e Sutter.

La terza sezione è il Libro dell'Astronomia o Libro dei Luminari Celesti (cc. 72-82), probabilmente di inizio II secolo a.C. Leonhard Rost posticipa la data della sezione a fine II secolo a.C., mentre J. Milik l'anticipa a fine III-inizio II secolo a.C.

La quarta sezione, il Libro dei Sogni (cc. 83-90), è probabilmente coeva alla rivolta maccabaica (metà II secolo a.C.). La sottosezione chiamata Apocalisse degli Animali (cc. 85-90) è da Leonhard Rost datata a fine II-inizio I secolo a.C., mentre James C. VanderKam ipotizza per essa l'inizio del II secolo a.C.

La quinta sezione, la Lettera di Enoch (cc. 91-104), risale probabilmente alla prima metà del I secolo a.C. La sottosezione chiamata Apocalisse delle Settimane, testimoniata come integra a Qumran (4Q212), ma spezzata nella redazione definitiva in 93,1-10; 91,11-17, è datata a inizio II secolo a.C.

La sezione conclusiva (cc. 105-108) viene talvolta indicata come Apocalisse di Noè; compare nelle versioni copte ma non in quelle greche. Ne è stato ritrovato un frammento aramaico a Qumran (4Q204).

Storia In definitiva le 5 sezioni del Libro di Enoch in aramaico erano presenti nei territori della Giudea nella prima metà del I secolo a.C. Attualmente non è possibile stabilire se costituissero già un'opera unitaria così come ci è pervenuta; di questo periodo ci sono giunti anche frammenti di traduzioni in greco ed ebraico da ritrovamenti di Qumran (v. sotto).

La traduzione greca è anteriore alla Lettera di Giuda, che la cita (v. paragrafo canonicità), e dunque va datata attorno alla metà del I secolo d.C.. Vi è sostanziale accordo tra gli studiosi occidentali nel ritenere che a partire dalla traduzione greca sia stata successivamente realizzata la versione ge'ez, nel V-VI secolo.

Radicalmente diversa è la posizione degli studiosi ed ecclesiastici copti, che ritengono la versione etiopica quella originale. Data, inoltre, l'antichità del personaggio antediluviano di Enoch, il libro rappresenterebbe il primo e più antico testo scritto da uomini; agli occhi della moderna critica storico-filologica questa posizione, oltre che insostenibile, appare anche un po' ingenua.

La maggior parte degli studiosi concorda nella datazione del Primo Libro dei Vigilanti al IV secolo a.C.. L'autore è docente di Ebraistica al Dipartimento di Studi Euroasiatici dell'Università "Ca'Foscari" di Venezia. Il libro racconta dell'unione di alcune donne e di sette angeli, i quali presiedono altrettante stelle della volta celeste; racconta, quindi, l'ira e il castigo divino che precipita entrambi in un "luogo deserto" e di fuoco, destinando gli angeli a bruciare in un luogo peggiore a conclusione del Giudizio Finale.

Gli angeli caduti insegnano la scienza e la tecnica agli umani, in parziale analogia col mito greco del Prometeo incatenato.

Gli angeli sono puniti non tanto per la trasmissione della conoscenza dal mondo ultraterreno a quello terreno, quanto piuttosto per la violazione dell'ordine divino-naturale della creazione: divino per non aver rispettato la trascendenza degli esseri spirituali, unendosi a delle creature umane; naturale, per avere abbandonato la propria sede astrale "nativa".

Canonicità e fortuna Quanto alla tradizione ebraica, il Libro di Enoch venne definito come apocrifo, cioè non accolto tra i libri biblici, durante il cosiddetto concilio di Jamnia (fine I secolo d.C.), che stabilì definitivamente quali dei testi giudaici fossero da considerarsi canonici e quali non canonici. Lo scrittore cristiano Tertulliano sosteneva che il motivo di tale rigetto fosse da cercare nella fortuna che il testo conobbe nella tradizione cristiana.The Ante-Nicene Fathers, ed. Alexander Roberts and James Donaldson; vol 4.16 È tuttavia più probabile che il rigetto ebraico fosse motivato dagli altri fattori che determinarono l'esclusione di altri testi giudaici, come il non essere scritto in ebraico.

Quanto alla tradizione giudeo-cristiana, Enoch è citato esplicitamente nella Lettera di Giuda:

1 Enoch 60:8 "Enoch, settimo dopo Adamo" 1 Enoch 1:9 "Ecco, il Signore è venuto con le Sue miriadi di angeli per far il giudizio contro tutti, e per convincere tutti gli empi di tutte le opere di empietà che hanno commesso e di tutti gli insulti che peccatori empi hanno pronunziato contro di Lui" Testo che è un ampliamento delle parole di Mosè: Deuteronomio 33:2 Disse adunque: Il Signore venne di Sinai, E apparve loro di Seir; Egli risplendé dal monte di Paran, E venne dalle decine delle migliaia de' santi, Avendo dalla sua destra il fuoco della Legge, per darla loro.

La citazione esplicita di Enoch all'interno di un testo biblico ha poi spronato alcuni autori successivi a citarlo o a riferirsi implicitamente ad esso: Lettera di Barnaba (14,6); Giustino (Apologia 2,5); Taziano (Oratio adversus Graecos 8;20); Atenagora di Atene (Legatio pro christianis 24;25); Ireneo (Adversus haereses 1,15,6; 4,16,2; 4,36,4; 5,28,2); Tertulliano (Apologia 22; De Cultu foeminarum 1,2; 2,10; De idolatria 4,9; De virginibus velandis 7); Clemente di Alessandria (Eclogae propheticace 3,456;474; Stromata 3,9); Origene (Contra Celsum 5,52-54; In Ioannem 6,25; In numeros humilia 28,2; De principiis 1,3,3; 4,35); Atti di Perpetua e Felicita (7; 12); Commodiano (Instructiones 1,3); Cipriano (De habitu virginum 14); Pseudo-Cipriano (Ad Novatianum 3); Ippolito (Oratio adversus Graecos 1,393); Lattanzio (Institutiones 2,14; 4,27; 5,18; 7,7-26); Cassiano (Collatio 8,21).

Il Libro di Enoch tuttavia (a eccezione della Chiesa ortodossa etiope) non venne accolto nel canone cristiano che fu definito all'inizio del IV secolo. Per i testi dell'Antico Testamento, il criterio canonico cristiano fu fondamentalmente quello di accogliere i testi presenti nella Settanta, di cui il Libro di Enoch non fa parte. La traduzione greca dell'Antico Testamento era usata nella tradizione cristiana già a partire dalla composizione del Nuovo Testamento (I secolo d.C.).

Riscoperta Al pari di molti altri testi apocrifi, la mancata accoglienza del Libro di Enoch nei canoni ebraico e cristiano ne causò un lento e progressivo abbandono: la copia dei testi sacri fatta dagli amanuensi era particolarmente costosa (per ogni pagina di pergamena serviva una pelle di pecora), e veniva ovviamente dedicata ai testi che erano usati per studio o preghiera; non si deve quindi pensare ad una caccia o persecuzione dei testi apocrifi. Le ultime citazioni dal Libro di Enoch risalgono agli inizi del IX secolo nell'opera Chronographia Universalis dello storico bizantino Giorgio Sincello. La memoria delle tradizioni enochiche rimase tuttavia vivida in ambito cristiano, islamico ed ebraico (specialmente nell'opera cabalistica ebraica di Menahem Recanati nel XIII secolo).

Il processo di riscoperta del Libro di Enoch in Europa prese avvio nel Rinascimento all'interno del movimento della Cabala cristiana.Una descrizione dettagliata della storia della ricerca sul Libro di Enoch è offerta in 4 Enoch: The Online Encyclopedia of Second Temple Judaism . Sia Pico della Mirandola che Johannes Reuchlin dedicarono grande attenzione alla sapienza di Enoch e ne ricercarono attivamente le fonti manoscritte disponibili, senza successo. Solo a metà del Cinquecento, con la riapertura dei contatti commerciali e politici con l'Etiopia in seguito alla circumnavigazione dell'Africa, sacerdoti etiopi giunsero a Roma e con essi si diffuse la notizia che in quel paese si conservavano copie del libro.Guillaume Postel, De originibus (1553).

Intanto, nel 1606, Joseph Justus Scaliger pubblicò l'editio princeps dei frammenti greci del Sincello, rafforzando l'interesse per la conoscenza dell'intera opera.

Nel 1637 lo studioso francese Nicolas-Claude Fabri de Peiresc annunziò di essere riuscito ad entrare in possesso di un testo in lingua ge'ez (l'antica lingua etiope), corrispondente al perduto Libro di Enoch. Esaminato dall'orientalista Hiob Ludolf, in realtà risultò essere un trattato teologico dal titolo Misteri del Cielo e della Terra di Abba Bahaila Michael contenente solo riferimenti indiretti al Libro di Enoch.Ludolf, "Commentarius in Hist. Aethip." p. 347.